Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un film del 1981 diretto da U.Edel e basato sull’omonima biografia di Vera Christiane Felscherinow, più comunemente conosciuta come Christiane F., uscita quattro anni prima.
La storia parte dal suo trasferimento dalla campagna di Amburgo con il conseguente approdo nel sobborgo berlinese di Gropiustadtt dal quale Christiane muoverà i primi passi dell’adolescenza nella metropoli tedesca entrando in contatto con diversi personaggi che la introdurranno a un mondo nuovo e controverso fatto di droga e prostituzione minorile nel quale si troverà coinvolta e dal quale sarà difficile trovare degli strumenti per uscirne.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, la trama
Il film restituisce con crudo realismo lo spaccato di una Berlino a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 devastata dal fenomeno dell’abuso di droghe sintetiche, in particolare l’eroina, e da quello della prostituzione, che si consumavano nella stazione ferroviaria adiacente allo zoo (da cui scaturisce il titolo), alla quale spesso si riducevano soprattutto i ragazzi, nella maggior parte dei casi per potersi permettere di acquistare l’ennesima dose.
Una spirale infernale in cui cadrà anche la nostra giovane protagonista Christiane (interpretata da Natja Brunckhorst) che, spinta dai suoi problemi familiari dovuti a un’infanzia turbolenta caratterizzata da un padre violento e dalla separazione dei genitori, per rifuggire dallo squallore della quotidianità della periferia in cui viene catapultata, comincia a uscire con una comitiva di suoi coetanei le cui abitudini contribuiranno a introdurla al mondo della tossicodipendenza.
Una storia di droga ed emozioni
La pellicola mostra immagini forti non risparmiando i primi piani delle preparazioni, delle ripetute iniezioni endovena, dei corpi emaciati, delle convulsioni e contrazioni legate all’abuso e all’astinenza dall’eroina.
In generale non lascia spazio a interpretazioni sugli effetti psicofisici e relazionali della tossicodipendenza rappresentati in maniera fedele attraverso il rapporto tra Christiane e i suoi amici e dalla struggente storia d’amore tra lei e Detlev, un ragazzo che conosce alla storica discoteca berlinese Sound nella sua prima uscita fuori zona, e che la porterà con se presentandola ai suoi amici e introducendola di fatto nella vita underground della metropoli tedesca dell’epoca.

Film o documentario? Entrambi.
La particolarità del film per il suo stile non troppo marcato, probabilmente dovuto all’estrema vicinanza temporale con l’uscita del libro, risiede proprio nella straordinaria attinenza alla realtà della vita descritta da Christiane.
Viene infatti portato alla luce con un intento quasi documentaristico attraverso gli occhi della tredicenne quello che voleva dire essere un adolescente ai margini della società in quegli anni post-rivoluzione del ’68, un periodo di transizione caratterizzato da un senso profondo di libertà che nei casi più difficili, come ad esempio per molti degli amici di Christiane e per lei stessa, poteva sfociare irreparabilmente in una situazione di totale spaesamento e abbandono con conseguenze devastanti.
Vuole quindi essere un manifesto sinceramente divulgativo e stigmatizzante quanto la condizione relativa alla tossicodipendenza ma, al contrario di molti articoli e del pensiero comune di quegli anni riguardo questi temi, vuole lasciare intravedere anche il lato umano di persone fragili con dei problemi evitando di dipingerli solamente come dei mostri.
Non mancano infatti, seppur nascoste dietro al dramma quotidiano, le manifestazioni di amore e di amicizia descritte in maniera minuziosa con una potenza disarmante.

Gli anni ‘70 e il contributo di Bowie
La partecipazione di David Bowie dal vivo e nella colonna sonora, peraltro con alcune canzoni proprie del suo periodo berlinese, fa da splendida cornice a una storia che si sviluppa nei “suoi” anni ’70 e rappresenta un indizio sul tipo di musica che veniva ascoltata maggiormente da coloro che facevano uso di droghe a quel tempo.
Contrariamente a quanto si può pensare però le straordinarie scene del live del duca bianco, che contribuirono alla popolarità del film, furono girate ad un suo concerto a New York dove era in tournée durante le riprese mentre le immagini della folla vennero catturate da un concerto della band americana ACDC.

In conclusione
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un film di certo non perfettamente riuscito che tuttavia nella sua semplicità riesce a raccontare ciò che gravita attorno al mondo della tossicodipendenza restando sempre ostinatamente attaccato alle emozioni, alle sensazioni, agli sguardi, ai corpi, alla verità, alla realtà.
Perciò poco importa dei virtuosismi e delle riflessioni intellettuali artificiose perché grazie a un’estetica impattante e a una rappresentazione fedele non si fa fatica a dire che ci troviamo senza ombra di dubbio davanti a un cult.
