L'orto americano, la recensione su Almanacco Cinema

L’orto americano, la recensione del nuovo film di Pupi Avati

Più che horror, “gotico”: è L’orto americano, il nuovo film di Pupi Avati, che rispolvera le atmosfere inquietanti di alcune opere precedenti e le trasforma in un film internazionale.

Definirlo horror non è corretto: L’orto americano, ultima fatica del regista italiano 85enne Pupi Avati, è certamente un film di fantasmi, che si sviluppa sempre sul sottile filo che separa la realtà dall’immaginazione (e della follia).

È anche un film di mistero, ed è un giallo che indaga la scomparsa di una misteriosa ragazza in Italia. È anche un film internazionale, che per oltre la metà è dialogato in inglese.

Ne è protagonista un attore che è stato portato alla ribalta appena 3 anni fa da Paolo Sorrentino, che lo ha voluto come protagonista di È stata la mano di Dio, uno dei suoi film più autobiografici: alludiamo al giovane Filippo Scotti. Scotti ha quella faccia “un po’ così” alla Louis Garrell che lo rende il protagonista perfetto per questa storia dalle tinte macabre nel quale si trova catapultato suo malgrado.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo – edito da Solferino – di Avati, che è autore anche della sceneggiatura.

L’orto americano, la trama

Bologna, 1945. Un ragazzo vede un’infermiera dell’esercito statunitense e se ne innamora a prima vista. Un anno dopo, diventato scrittore, andrà a scrivere il suo romanzo negli Stati Uniti, dove è ambientato, e scoprirà che la donna di cui si è innamorato è la figlia scomparsa dei suoi nuovi vicini di casa, la bella Barbara. Partirà per l’Italia per andare alla sua ricerca, scoperchiando misteri dal sapore macabro.

L’amore di Pupi Avati per le case abbandonate

Che Pupi Avati abbia un’anima gotica e ami le case abbandonate non è un mistero per nessuno. Perlomeno per coloro che hanno visto il suo La casa dalle finestre che ridono (1976), che in questo film troveranno dei chiari riferimenti.

Anche in L’orto americano il regista emiliano identifica l’elemento pauroso e horror nella casa abbandonata, che diventa l’incarnazione di tutti gli aspetti inquietanti della storia: dalla casa gotica in Iowa in cui il protagonista si trasferisce temporaneamente a quella abbandonata in cui si recherà verso la fine del film. Il tutto con atmosfere che richiamano quelle delle opere di Edgar Allan Poe.

Una scena de L'orto americano, l'ultimo film di Pupi Avati

“L’orto americano” del titolo

Nell’orto prospicente la casa americana il giovane scrittore, che volutamente non ha un nome, farà una macabra scoperta, dalla quale inizierà un viaggio nel crimine e nella follia. Un viaggio che lo porterà oltreoceano, sulle tracce di un misterioso killer (forse serial) del quale è determinato a scoprire l’identità. Colui che forse ha tolto la vita e, anche qualcos’altro, al suo amore.

L’orto americano: un film di fantasmi

Questo film è pervaso di fantasmi, che lo spettatore e lo stesso protagonista percepiscono perennemente senza vederli. Sussurri e richieste di aiuto, forse immaginati, scoperchieranno un vero e proprio vaso di Pandora. Il primo fantasma è quello di Barbara, che appare fugacemente al ragazzo in una bottega e poi scompare per ricomparire in un ritratto incorniciato in casa dei vicini di casa.

Nel film il confine tra vita e morte è labile, come lo spettatore scoprirà verso la fine del film: almeno quanto quello tra realtà e follia, visto che si scoprirà che il nostro scrittore ha un passato di malattie mentali.

Una fotografia da film americano anni Quaranta

Echi del miglior cinema anni Quaranta e Cinquanta vibrano nella bellissima fotografia a firma Cesare Bastelli. Le reference sono palesi: dal cinema di Alfred Hitchcock a La scala a chiocciola di Robert Siodmak. Bastelli, originario di Modena, è collaboratore di fiducia di Avati, al quale ha fatto anche da aiuto-regista e attore, fin dai primi anni Novanta.

La sua prima collaborazione da direttore della fotografia risale a Magnificat (1993) ed è continuata negli anni, fino ai recenti Dante e al docufilm Nato il sei ottobre.

L’orto americano, il cast

Il protagonista della storia è il giovane Filippo Scotti, che dopo aver esordito in È stata la mano di Dio di Sorrentino, dà prova di destreggiarsi bene anche in questo film, nel quale ha molte battute in inglese (nella parte del film che è ambientata in Iowa). Curiosamente, come nel film di Sorrentino, anche qui lo ritroviamo in “intimità” con una signora anziana (la madre di Barbara, interpretata dalla britannica Rita Tushingham, apparsa in tanti film incluso Il dottor Zivago).

Un personaggio chiave, quanto enigmatico, è quello del professore Emilio Zagatto, interpretato da Roberto De Francesco, altro attore pescato dal cast di È stata la mano di Dio. De Francesco, con Sorrentino, ha lavorato anche sul set di Loro (2018), ed è uno degli attori feticcio di un altro importante regista italiano: Mario Martone.

Per quanto appaia fugacemente, il personaggio di Glauco Zagotto, interpretato da Armando De Ceccon, è di quelli che lasciano il segno. In un piccolo ruolo, quello di Doris, appare un’attrice italiana che può vantare una lunga esperienza internazionale. Alludiamo a Chiara Caselli, che negli anni ha lavorato un po’ con tutti: da Gus Van Sant a Costa Gavras, passando per Antonioni, Dario ArgentoMia Hansen-Løve.
Questa è la sua terza collaborazione con Avati, dopo Il signor Diavolo (2019) e Lei mi parla ancora (2021).

In conclusione

Rispetto ad altri film di matrice horror girati da Avati – uno su tutti Il signor Diavolo – L’orto americano è un’opera più riuscita, che si svolge sempre sul sottile filo che divide follia e realtà.

Lo spettatore, alla fine del film, non potrà fare a meno di chiedersi: quello che ho appena visto è vero o è frutto della paranoia del protagonista? È un bene che la questione resti irrisolta.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.8
★★★⯨