Cosa c’è veramente dentro la mente? Probabilmente non lo sapremo mai, ma Lynch già poneva questa domanda col suo film d’esordio, Eraserhead.
Siamo negli anni ’70 in piena era Nuova Hollywood quando un giovane ed ambizioso studente di conservatorio sta provando a girare il suo primo lungometraggio. I problemi non sono pochi, tanto che il regista è costretto ad impegnare la casa e a dormire sul set per permettersi un budget adeguato. Le riprese durano ben sei anni e nel 1977, finalmente, esce Eraserhead, il film d’esordio di David Lynch.
Sicuramente una delle prime opere migliori mai realizzate in ambito cinematografico, già melting pot di tutti gli elementi che avrebbero poi caratterizzato il corpus della carriera di Lynch. Un film che più che tale sembra una dimostrazione visiva, un viaggio d’illusioni verso l’ignoto, verso una dimensione estranea, un sogno lucido, o meglio, un incubo ad occhi aperti di un ora e ventinove minuti che ancora stupisce a distanza di quasi mezzo secolo, ora che è di nuovo nei cinema in questi giorni.
La trama (o quasi)
Parlare delle trame dei film di Lynch non è mai facile, per questo sarò breve. Henry Spencer – Jack Nance ed i suoi inconfondibili capelli alti a spazzola – è un uomo medio, ha un modesto appartamento e vive una modesta vita, fino a quando viene invitato a cena da una sua fiamma, per conoscere i genitori. Proprio durante la raccapricciante e per quanto sia antitetico, la comica scena della “cena in famiglia” (molto in stile non aprite quella porta), Henry viene informato che Mary x, la ragazza, ha avuto un figlio prematuro ma deforme, quasi alieno e di sembianze creepy. Tra una sessualità deludente ed una quotidianità scadente, Lynch analizza così la condizione di prigionia dell’uomo medio, ingabbiato nell’industrializzazione e dal peso delle responsabilità premature come matrimonio e paternità.
Eraserhead, l’incubo lucido
Eraserhead però non è solo la storia di una coppia alla presa con un figlio deforme, è la storia di un incubo catturato su pellicola. La storia di un viaggio nel perturbante, nel contorto mondo di the big dreamer David Lynch, un allucinazione perpetua nell’inquietudine della mente umana. Eraserhead ci racconta l’inquietudine di un uomo comune, l’insofferenza dell’uomo medio tra sogni ed incubi, diviso tra interiorità ed esteriorità diventando inevitabilmente disturbante e a tratti comico, ricco di british humour.
Ricco di elementi destabilizzanti e vere e proprie visioni, il film gioca con la luce e con l’azzeccatissimo utilizzo del bianco e nero, ma anche con i campi fissi e con le immagini affinché lo spettatore non possa mai sentirsi a suo agio; una grandissima prova di avanguardismo. Lynch con la sua opera prima fissa subito il modus operandi della sua opera, trasportandoci subito in un non luogo, nell’irrazionale, nel surreale, dove non c’è pace e senza scindire soprattutto dalla realtà fittizia del film, perché d’altronde, come viene cantato nel film, forse solo in paradise, everything’s fine.
Perdonali, maestro
Il film, come facilmente pronosticabile, non fu accolto nel migliore dei modi, anzi. In molti cinema parecchia gente abbandonò la sala prima di metà film e l’opera fu stroncata dalla critica. Ciò però non ci stupisce e ne ci preoccupa, perché è questo ciò che succede ai visionari, parola che col tempo ha perso utilità e significato. Come successe alle prime opere esposizioni d’opere espressioniste o ai dadaisti, non compresi.
Questo è il sogno, destrutturato ma fluido nonostante la sua frammentazione. Una dimostrazione di arti visive, la rappresentazione di qualcosa che c’è, che sentiamo, ma che non esiste. Eraserhead è un film che richiede piena immersione e che ci porta fino in fondo con lui. Perciò, sia per chi abbandonò la sala ai tempi ma anche per il pessimo omaggio al regista scomparso il 16 gennaio, mi sento in dovere di dire perdonali, maestro.