Una delle pietre miliari del cinema indipendente, ritratto di un America inedita ai suoi tempi è tutt’ora sorprende.
Mala noche, opera prima di Gus Van Sant, ci riporta alle origini del cinema indipendente, un tipo di cinema ormai sdoganato ma anche usurpato, privato del suo vero significato, che andrebbe spesso ricordato. Il film del 1986 fu realizzato con 25000 dollari, un esordio dirompente ed una pellicola, girato di fatti su pellicola 16 mm, che rimane impressa.
Questo non solo perché precursore del cinema indipendente e di tutta l’ondata che annegò il panorama americano ma anche perché precursore del cinema queer.

La trama
Siamo a Porteland, Oregon. Walt, interpretato da Tim Streeter, è il proprietario di un negozio di alimentari e un giorno si innamora perdutamente di Johnny, interpretato da Doug Cooeyate, un giovane messicano immigrato illegalmente negli Stati Uniti. Il film segue l’ossessione del protagonista per questo adolescente messicano, prima attratto da lui fisicamente, poi anche per il suo status e il suo stile di vita, portandolo ad un inseguimento osessivo del mero desiderio sessuale, che però rappresenta qualsiasi altro tipo di desiderio.
Walt è disposto a tutto pur di riuscire a conquistare Johnny, inizialmente offrendogli 15 dollari ma poi finendo al letto col suo amico, altro immigrato messicano Roberto “Pepper”, poi iniziando a frequentarlo e ad aiutarlo economicamente.

Il fascino della sporcizia
Mala noche è prima di tutto un film precoce e avanti anni per il suo tempo. Sia per i tempi, sia per lo stile ma anche per l’audacia e l’ambizione di girare questo film, tenendo conto del budget risicatissimo, si può definire un vero e proprio outsider e manifesto di un cinema e di una società che stavano mutando profondamente.
Questo perché Van Sant vuole parlarci di un American ben precisa, non quella classica Hollywoodiana e lo fa partendo da una categoria sociale ben precisa: quella di chi sta ai margini. Come il neorealismo ai tempi, Mala noche riesce a portare sul tavolo un piatto di riflessioni e temi di spessore riuscendo a fare una denuncia ad un sistema, ad una società e ad un mondo marcio.
Partendo dal mondo queer e pre LGBTQ+, a quella del razzismo verso i messicani e all’immigrazione illegale, arrivando alle condizioni di degrado vissute nei quartieri periferici e dagli stessi immigrati, mai aiutati ma cacciati e perseguitati e che ci viene raccontato attraverso un privilegiato, attraverso il privilegio bianco di Walt. Un disegno triste, sporco e soprattutto vero, di un America triste, sporca e soprattutto vera.
I poveri non vincono mai, forse
Il film è una gemma grezza, un estetica povera e sporca, perfezionata dall’atmosfera del filtro bianco e nero che riesce solo che a dare ancora più senso alla narrazione del film. Un montaggio energico ed un tipo di inquadrature crude, grezze, ravvicinate, danno un tono ben preciso al film, un tono amatoriale ma che sa di reale, di sporco, di vita vera.
L’ambizione, nonostante i mezzi poveri, e la voglia di raccontare qualcosa di nuovo sono le basi del cinema indipendente e questo film ha messo le fondamenta del panaroma indipendente, americano e non, continuando tutt’ora ad ispirare giovani registi. Perché se è vero che come dice Walt, i poveri non vincono mai, forse, il cinema a volte è un eccezione.