Agnès Varda e Gianfranco Rosi raccontano il cinema degli invisibili in una società desertica: un dialogo tra passato e presente, urgenze e fragilità sociali.
Il cinema, ora più che mai, rivela la sua forza nel restituire dignità e nel dare voce a chi è relegato ai margini. Che si tratti di cause civili, politiche o sociali, il racconto per immagini riesce a illuminare il mondo attorno a noi e quello interiore, anche le zone d’ombra. Guardando il paesaggio urbano contemporaneo, colpisce quanto alcune opere siano state, allora come oggi, determinanti. Volgendo lo sguardo al 1985, Agnès Varda realizzava Senza tetto né legge, un film sorprendentemente attuale, che ancora oggi sembra un’overture della riflessione artistica di Gianfranco Rosi, in particolare Sacro GRA (2013). Due opere che mettono al centro chi in una posizione di privilegio non c’è mai stato.
Cinema degli invisibili, le trame di Mona e gli abitanti del GRA
Una storia di frammenti e attimi, quella di Varda, che segue gli ultimi giorni di vita di Mona, una vagabonda legata a niente e nessuno. Dalle testimonianze di chi l’ha incontrata emerge un’incapacità di comprendere quell’anima atipica e complessa. Mona troverà tristemente dimora stabile soltanto nella morte, tra la solitudine. In egual modo, in Sacro GRA, Rosi documenta la vita di persone fuori dal tempo. Anime decadenti, dimenticate, non conformi all’attuale società. Un collage di erranze e fantasmi alienati, che abitano il mondo e lo attraversano, lasciando parti di sé ovunque. Senza che nessuno le comprenda appieno.
La condizione dei dimenticati
La condizione di Mona e degli abitanti del GRA è opposta eppure compatibile, ed entrambe echeggiano nel nostro presente. Mona è invisibile poiché non ha appartenenza, e diventa così un dettaglio del paesaggio urbano. Con lei, esiste un universo parallelo di una trasparenza quasi normalizzata. Per questo motivo, le persone che condividono spiragli con lei sono inquiete e indifferenti al tempo stesso. D’altra parte, i personaggi di Rosi sono intrappolati nella loro esistenza, nel loro nido, incapaci di immaginare un’altra possibilità di vita. Ma, nell’epilogo, sia i personaggi di Varda che di Rosi trovano un destino comune: l’oblio.
Il paesaggio come deserto emotivo
Nel cinema degli invisibili, i personaggi sono parti integranti dello sfondo, tutto è organico e inscindibile. Quindi, tutto diventa materia viva e rispecchia lo stato dei protagonisti. Mona attraversa strade deserte, campagne, stazioni fatiscenti. Luoghi indifferenti che alimentano il suo isolamento, la sua diversità e non conformità. In Sacro GRA, la periferia romana prende le sembianze di una prigione, un non-luogo di vite sospese. Ed è in questo contesto che si ha l’impressione di entrare in una realtà liminale e alienante: le macchine in coda, l’infinità delle strade e chi invece è rinchiuso nelle celle dei palazzoni. L’abbandono è il punto d’incontro di entrambe le opere, che si presenta come un deserto fisico in Varda e simbolico in Rosi.

Cinema degli invisibili, ma cosa emerge su noi altri?
Senza tetto né legge e Sacro GRA parlano tanto degli invisibili quanto di noi altri. Il nostro modo di vivere e il progresso ci hanno resi dipendenti da uno stile di vita omologato. Ciò ci ha convinti che la mancanza di appartenenza e di uno status sociale sia fallimento e minaccia. Eppure, questo rivela una delle contraddizioni più grandi che fa sorgere una domanda spontanea: chi è davvero libero e chi davvero in trappola? Chi è destinato al terrore della solitudine? È in questo modo che i due cineasti conducono una delle indagini sociali, nonché poetiche, più profonde di sempre.