Avatar: Fuoco e Cenere espande l’universo di Cameron verso l’oscurità: visivamente sbalorditivo, il film introduce il “Popolo della Cenere” ma inciampa su una trama che sa di già visto
James Cameron lo ha fatto di nuovo, o quasi. Dopo cinque settimane di dominio incontrastato al botteghino (con oltre 1,3 miliardi di dollari incassati), è tempo di analizzare a mente fredda il terzo capitolo della saga. Se La Via dell’Acqua ci aveva immerso in un acquario digitale da sogno, questo terzo capitolo ci trascina nel fango e nella lava, mostrandoci per la prima volta dei Na’vi che non sono esattamente i “buoni selvaggi” che conoscevamo. La famiglia Sully, ancora in lutto per la perdita di Neteyam, si trova schiacciata tra la solita, implacabile RDA e una nuova minaccia interna: il clan Mangkwan, o “Popolo della Cenere”.
Visivamente, siamo di fronte all’apice della tecnologia cinematografica. Il contrasto tra il grigio della cenere vulcanica e i colori bioluminescenti che lottano per emergere è pura poesia estetica. Tuttavia, grattando via la superficie in 4K, la struttura narrativa inizia a mostrare qualche crepa di stanchezza. La formula “cattura, fuga, battaglia finale” è un meccanismo che Sam Worthington (Jake Sully) e Zoe Saldaña (Neytiri) hanno ormai consumato, rischiando di trasformare l’epica in routine.
Il lato oscuro di Pandora
La vera novità è Oona Chaplin nel ruolo di Varang, la leader del Popolo della Cenere. Dimenticate la spiritualità pacifica degli Omaticaya o la saggezza dei Metkayina; qui c’è rabbia, politica e una gestione del potere brutale. Cameron usa questa tribù per sfumare il manicheismo della saga: i Na’vi possono essere crudeli quanto gli umani. È una svolta “adulta” necessaria, che dà spessore a un film altrimenti troppo preoccupato di salvare (di nuovo) Spider.
Lo’ak prende il comando
Se Jake Sully inizia a sembrare un generale stanco, è Britain Dalton (Lo’ak) a caricarsi il film sulle spalle. Il suo percorso di colpa e redenzione è il cuore pulsante della storia, offrendo i momenti emotivamente più risonanti. Meno convincente il ritorno di Stephen Lang (Quaritch), che, pur essendo sempre carismatico, inizia a soffrire della sindrome del “cattivo da cartone animato” che non muore mai.
In definitiva, Fuoco e Cenere è un ponte magnifico ma traballante verso il gran finale. Non ha la freschezza del primo né l’effetto sorpresa del secondo, ma possiede una grandiosità oscura che vi terrà incollati alla poltrona per tre ore. Ora la domanda è: dove potrà portarci Cameron nel 2029?
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