Mentre nelle sale italiane approda Cime Tempestose, con Margot Robbie nei panni di Catherine Earnshaw, e Greta Gerwig è già al lavoro sull’attesissimo adattamento de Le Cronache di Narnia, è impossibile non tornare al film che ha consolidato entrambe nel cinema contemporaneo. Parliamo di Barbie (2023): un successo globale che continua a far discutere.
Barbie: un progetto targato Mattel
Barbie (2023) è senza dubbio uno dei film più dibattuti degli ultimi anni. Prodotto da Warner Bros. e Mattel Films, diretto da Greta Gerwig e scritto insieme a Noah Baumbach, il film nasce come un’operazione commerciale della Mattel, con l’obiettivo di rilanciare il brand Barbie e superare l’idea stereotipata e sessista associata alla bambola nel corso degli anni.
Tuttavia, il progetto assume una dimensione più ampia e riflessiva, trasformandosi in un racconto che invita a interrogarsi su temi importanti come l’identità, la rappresentazione sociale, le aspettative e le dinamiche di genere. Ed è proprio qui che trova la sua originalità: è capace di fondere cinema mainstream, cultura pop e riflessione ideologica.
Attorno a Barbie non ruotano solo merchandising e strategie di marketing potenti, ma anche un acceso dibattito culturale. Grazie al film, vi è un vero e proprio riposizionamento ideologico del marchio Mattel e la bambola, da sempre simbolo di perfezione, diventa invece metafora di autodeterminazione e libertà. Barbie non è più uno standard irraggiungibile o un insieme di stereotipi irrealistici, ma un personaggio che attraversa una crisi e sceglie di diventare umana.
Il cast contribuisce decisamente al successo del film: Margot Robbie incarna la Barbie stereotipata per eccellenza, mentre Ryan Gosling interpreta Ken. Accanto a loro troviamo volti noti come America Ferrera, Kate McKinnon, Issa Rae, Simu Liu, Michael Cera e Will Ferrell.
Da Barbieland al mondo reale
Il film si apre nel mondo paradisiaco di Barbieland: un luogo in cui tutto è perfetto e le Barbie occupano qualsiasi posizione di prestigio: presidente, giudice, scienziata, giornalista. I Ken, al contrario, vivono come satelliti che orbitano attorno alle protagoniste femminili.
A spezzare questa perfezione è un malessere improvviso che colpisce la Barbie stereotipata, che comincia a pensare alla morte e a percepire segni di umanità, come i tanto odiati piedi piatti. Questa inquietudine la spinge a lasciare Barbieland per raggiungere il mondo reale, seguita da Ken.
Nel mondo reale, Barbie si scontra con il patriarcato: un sistema di potere che premia il genere maschile e pone le donne in una condizione di inferiorità e giudizio costante. Dinanzi a questa società giudicante e marginalizzante, Ken rimane talmente affascinato da voler importare tale struttura di potere a Barbieland. Si assiste quindi a un ribaltamento degli equilibri iniziali, con un conflitto in cui sia il matriarcato che il patriarcato vengono messi in discussione.
Il senso di Barbie, tra identità e rappresentazione
Con un ritmo sostenuto e dialoghi freschi, il film gioca sulla dinamica Barbieland e mondo reale. Il primo rappresenta un universo in cui le donne primeggiano; il secondo vede l’opposto, un mondo in cui il patriarcato è radicato.
L’obiettivo non è voler sostituire un dominio con un altro, ma quello di celebrare l’autonomia personale. Infatti, il film suggerisce che nessun sistema fondato sulla supremazia di genere può garantire la felicità. Così come Barbie deve accettare di non essere un modello perfetto per tutti, Ken deve imparare a esistere indipendentemente da lei. Nessuno, uomo o donna che sia, deve esistere come accessorio dell’altro.
Interessante è il ruolo delle Barbie “difettose” fuori produzione o modificate dalle bambine. Sono proprio loro le più consapevoli. Il film suggerisce, tra le righe, che lo sguardo non conforme, quello che si libera dal modello dominante, è spesso il più lucido.
In questo senso, Barbie riaccende il dibattito sulla figura stessa della bambola e sul suo impatto sociale e culturale. Ed è qui che l’operazione commerciale si intreccia con un discorso ideologico più ampio, dove la figura di Margot Robbie diventa l’icona pop che lotta contro gli stereotipi di genere.
Criticità: un femminismo troppo esplicito?
Barbie convince per ironia, musiche, scenografia e costruzione simbolica. Tuttavia, è proprio in questa dimensione ideologica che il film mostra delle pecche.
Alcune sequenze risultano eccessivamente semplificate e assumono un’impronta eccessivamente scolastica, rischiando di veicolare messaggi ambigui, come quello che il matriarcato sia giustificabile rispetto al patriarcato, nonostante questo esuli completamente dalla volontà del film.
Per esempio, nella situazione finale di Barbieland si percepisce ancora una predominanza delle Barbie rispetto ai Ken. Quella della Gerwig è una scelta strategica che vuole rispecchiare la situazione della nostra società, in cui si sta lavorando per l’uguaglianza. L’obiettivo è far riflettere e generare dibattito sulle tematiche affrontate. Tuttavia, questa intenzione non viene esplicitata abbastanza e può risultare fraintendibile per una parte del pubblico mainstream. Si tratta di una banalità che rischia di alimentare la contrapposizione tra generi anziché superarla. 
Altro esempio emblematico è il monologo di America Ferrera. Potentissimo e completamente condivisibile, rappresenta il cuore del film. Le parole pronunciate sono forti e, soprattutto, vere. Parole attuali nelle quali, purtroppo, ogni donna si rispecchia. Eppure, è come se il film sentisse il bisogno di esplicitare un messaggio che fino a prima era stato inserito in maniera strategica nella narrazione. Forse, se fosse stato inserito nella narrazione in maniera più profonda e meno didascalica, avrebbe avuto un impatto ancora maggiore.
Anche il finale tende a risultare troppo esplicativo, quasi una ramanzina. Una chiusura più sfumata avrebbe probabilmente reso il messaggio ancora più potente.
Conclusione: un film imperfetto ma piacevole
Nonostante queste criticità, Barbie resta uno dei film più significativi del 2023, oltre che un vero e proprio fenomeno culturale globale. Ha dimostrato che il cinema commerciale può essere luogo di riflessione politica e sociale, in grado di rivolgersi a pubblici diversi e generare dibattito.
Un film pop, colorato, ricco di scenografie, balli, musiche e costumi iconici, ma che allo stesso tempo è capace di interrogare profondamente la nostra società.
Barbie non è un film perfetto. Ma forse è proprio questa imperfezione a renderlo ancora oggi così discusso e centrale nel panorama del cinema contemporaneo, mantenendo vivo un dibattito necessario: quello sulla parità di genere, sulle aspettative sociali e sull’identità.
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