Fino all'osso, film con Lily Collins

Fino all’osso: un viaggio realistico nell’anoressia Recensione del film Netflix

In vista della settimana dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi alimentari, vale la pena riscoprire Fino all’osso, film del 2017 scritto e diretto da Marti Noxon e distribuito da Netflix. Un’opera interessante che affronta da vicino il tema dell’anoressia nervosa, cercando di raccontare con realismo e delicatezza la complessità dei disturbi alimentari.

Fino all’osso: il percorso fragile di Ellen

Protagonista di Fino all’osso è Ellen, interpretata da Lily Collins, una ventenne cresciuta in una famiglia problematica e non convenzionale.

I genitori sono separati: il padre è assente e lei vive con la matrigna Susan, che cerca come può di prendersi cura di lei. Dopo l’ennesimo ultimatum ricevuto in seguito all’aggravarsi della sua anoressia, Ellen accetta di cominciare una terapia di gruppo in un centro di riabilitazione, guidata dal dottor Beckham (Keanu Reeves).

La ragazza si trasferisce quindi a Threshold, dove incontra altri giovani, tra cui Luke (Alex Sharp). Durante il percorso sembra fare qualche piccolo progresso, ma la lotta contro l’anoressia si rivela tutt’altro che semplice. Ellen subisce una grossa ricaduta che la costringe a ricorrere al sondino naso-gastrico.

Quando eventi tragici colpiscono alcuni compagni della struttura, la giovane decide di abbandonare la terapia e torna dalla madre a Phoenix. È proprio in questo momento di profondo sconforto che avviene un confronto decisivo tra le due.

La madre riesce finalmente ad ammettere le proprie responsabilità passate e accetta simbolicamente il desiderio della figlia di lasciarsi andare, nutrendola come se fosse una neonata. La ragazza intraprende un viaggio di auto-accettazione nel quale vede finalmente il proprio corpo con occhi nuovi e prende coscienza della gravità delle proprie condizioni. Alla fine, Ellen sceglie di iniziare davvero il cammino verso la guarigione.

Un racconto personale e uno stile realistico

Fino all’osso non è soltanto un film sull’anoressia, è anche un racconto profondamente personale.

La regista Marti Noxon ha infatti lottato in prima persona contro l’anoressia nervosa e ha portato nel film parte della propria esperienza. Ciò contribuisce a dare alla storia una dimensione intima e credibile.

Si spiegano dunque alcune scelte registiche. Il film evita immagini scioccanti, l’ostentazione della magrezza o la spettacolarizzazione della malattia. Certo, come è giusto che sia i comportamenti tipici di chi soffre di DCA — come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi, il digiuno prolungato, l’ossessione per le calorie o l’esercizio fisico compulsivo — vengono mostrati con naturalezza, inseriti nei dialoghi o nella quotidianità dei personaggi.

Basti pensare che non conosciamo mai il peso esatto di Ellen. Una scelta che sottolinea la volontà di concentrarsi sull’esperienza umana.

Tale naturalezza la vediamo anche nell’interpretazione di Lily Collins. L’attrice ha raccontato apertamente di aver avuto in passato problemi legati ai disturbi alimentari e di considerare importante parlarne. Per interpretare Ellen ha perso circa nove chili, una scelta che ha reso il ruolo ancora più impegnativo dal punto di vista emotivo.

La sua interpretazione ha contribuito a rendere il film particolarmente autentico.

Famiglia e terapia: due temi affrontati (ma non troppo bene)

Uno degli aspetti centrali di Fino all’osso riguarda le possibili cause che possono contribuire allo sviluppo dei disturbi alimentari. Nel caso di Ellen emerge chiaramente quanto la situazione familiare sia stata incisiva.

Tuttavia, proprio questo elemento avrebbe meritato un maggiore approfondimento narrativo. Il padre, ad esempio, rimane completamente fuori dalla storia, creando una lacuna evidente.

La storia, invece, lascia più spazio al rapporto tra Ellen e Luke. Il ragazzo simboleggia una possibilità di apertura emotiva per la protagonista, come si vede nella scena in cui cenano insieme e lei mastica il cibo per poi sputarlo. Lei vuole in qualche modo compiacerlo, ma non riesce. Compie un gesto automatico che dimostra quanto radicata sia la sua malattia.

La relazione tra i due occupa forse troppo spazio nella narrazione, tempo che avrebbe potuto essere utilizzato per approfondire il rapporto con la madre o con la sorella, mostrando dinamiche familiari importanti come il senso di colpa del malato o la frustrazione dei familiari dinanzi all’egoismo della malattia.

Una terapia poco convenzionale

La famiglia viene riconosciuta come parte fondamentale del percorso terapeutico, ma questo ruolo è suggerito più a parole che attraverso le azioni dei personaggi. L’unico momento in cui è reso esplicito questo aspetto è durante la riunione richiesta dal dottor Beckham.

Anche la figura stessa del dottor Beckham appare in parte ambigua. Più che un terapeuta tradizionale sembra rappresentare una guida morale e motivazionale.

Alcune scene, come quella della pioggia artificiale per far sentire vivi i ragazzi, risultano suggestive dal punto di vista cinematografico, ma sono lontane dalla pratica terapeutica reale.

Fino all'osso, film sull'anoressia

Un finale frettoloso

Il finale del film suggerisce una delle possibili origini del disturbo di Ellen: un’infanzia segnata da solitudine, mancanza di affetto e difficoltà familiari, il sentirsi poco accudita soprattutto dopo il divorzio.

Ovviamente questo non significa che tutti i disturbi alimentari abbiano la stessa origine e forse andava spiegato in modo più esplicito. Non esiste un’unica origine dei DCA. Ogni storia è diversa, ogni percorso è complesso.

Anche il momento di svolta che porta Ellen a reagire, il famoso “click“, non è così meccanico e immediato come viene rappresentato nel film. Il viaggio di auto-accettazione che affronta Ellen nel finale è un po’ confusionario e frettoloso, e avrebbe forse meritato un maggiore approfondimento, soprattutto nel rapporto con la madre.

Sarebbe stato utile offrire più incoraggiamento e momenti di empatia, infondere maggiore speranza e sottolineare l’importanza di chiedere aiuto, così da rendere il messaggio del film non solo realistico, ma anche costruttivo e motivante per chi vive o conosce persone con disturbi alimentari.

Fino all’osso: un film importante, ma con qualche imperfezione

Nonostante alcuni limiti narrativi, Fino all’osso rimane un buon film.

Ha un obiettivo ben preciso: far riflettere. Il film offre uno sguardo diretto sulla vita di chi soffre di DCA, mostrando le paure, i comportamenti e le fragilità che li caratterizzano e che spesso sono difficili da comprendere dall’esterno.

L’opera ci mostra come i pazienti spesso si sentano un peso per gli altri, la facilità con cui mentono o tentano di cambiare per poi ricadere nei meccanismi della malattia. Vediamo il loro egoismo e la rassegnazione di essere ormai un tutt’uno con la malattia.

Il realismo con cui vengono rappresentati i disturbi è di certo il pezzo forte del film. L’anoressia, così come gli altri disturbi del comportamento alimentare, non è una moda passeggera o una semplice fissazione, ma il risultato di problemi più gravi e profondi.

In questo senso il film riesce nel suo obiettivo: far conoscere i disturbi alimentari e far riflettere. Vengono rappresentati tutti gli elementi importanti: la malattia e le sue origini, la famiglia, la terapia, chiedere aiuto, l’importanza delle relazioni sociali. Purtroppo alcuni di questi temi sono stati trattati con superficialità, altrimenti il film sarebbe stato a tutti gli effetti un’opera completa e avrebbe acquisito una certa rilevanza.

Resta comunque un film importante, da vedere se si vuole comprendere davvero cosa significhi convivere con un DCA e per ricordare che dietro la malattia c’è sempre una persona che ha bisogno di essere ascoltata e, soprattutto, di chiedere e ricevere aiuto.

Fino all’osso ci ricorda che perdere la vita è più semplice di quanto si possa immaginare, ecco perché bisogna sempre essere coraggiosi.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★
🏆 Voto Totale
3
★★★