Alla Cavea di Roma, il 1 luglio 2026, Danny Elfman riporta in scena le musiche dei film di Tim Burton, orchestra, coro, solisti e immagini visionarie.
Ci sono autori che compongono musica per il cinema. E poi ci sono quelli che compongono il modo in cui ricordiamo il cinema.
Alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, dentro il Roma Summer Fest, arriva Danny Elfman’s Music from The Films of Tim Burton, con Danny Elfman sul palco insieme a orchestra, coro e solisti. In scaletta ci sono partiture che hanno costruito l’identità sonora del cinema di Tim Burton e, con essa, una parte del nostro migliore immaginario gotico: Edward Mani di Forbice, The Nightmare Before Christmas, Batman, Big Fish, Beetlejuice, La Fabbrica di Cioccolato, Frankenweenie e La Sposa Cadavere.
Danny Elfman e il lessico sonoro dell’universo di Tim Burton
Carillon, campane, marce sghembe, malinconie infantili, esplosioni circensi. Elfman ha fatto questo per Burton: ha costruito un atlante affettivo per spettatori cresciuti tra favole storte, eleganza gotica e malinconia da luna piena.
- In Edward Mani di Forbice Elfman cominciò a costruire la sua grammatica musicale burtoniana, mettendo insieme innocenza e deformità, neve e ferraglia, fiaba e refuso. La forma delle emozioni di Edward, un valzer delicato di celesta, coro e pizzicati; la periferia americana, punteggiata da sax, piano e pizzicati più nervosi e caricaturali.
- In The Nightmare Before Christmas con Burton non vollero canzoni contemporanee, ma qualcosa senza tempo, con influenze che andavano da Kurt Weill a Gilbert e Sullivan fino ai primi Rodgers e Hammerstein; Elfman non si limitò a scriverle, perché la voce cantata di Jack Skellington è la sua. Anche musicalmente, la stregoneria è concreta: “This Is Halloween” parte come una marcia in 4/4, poi slitta in 3/4, usa sincopi, cambi continui di tonalità, staccati, fiati, archi, piano e piccole percussioni per creare quella sensazione di instabilità gioiosa che sembra sempre sul punto di sorridere e mordere nello stesso istante.
- In Batman Elfman prende il supereroe e lo veste da cattedrale gotica: ottoni poderosi, timpani, tono in minore, una marcia eroica ma già incrinata dall’ombra. Il tema principale è diventato iconico proprio per questo equilibrio tra slancio e oscurità, costruendo per la prima volta attorno a Batman un’aura da leggenda nera.
- Con Big Fish la scrittura si fa più morbida, più adulta, meno circense: è un Elfman che abbassa la voce e lascia entrare la tenerezza, il racconto, la malinconia del tempo. Due temi di grande bellezza emotiva, intrecciati con delicatezza e piccoli rigonfiamenti corali: è musica che lascia galleggiare la meraviglia, proprio come una bugia raccontata così bene da sembrare memoria.
- In Beetlejuice Elfman scatena invece il suo lato più gioiosamente deforme: circo macabro, tango sghembo, tuba solista, calliope, xilofoni, tutto sembra suonare proprio come una festa tenuta da fantasmi chiassosi. Il risultato è una partitura che ride del funerale e balla sul cattivo gusto: un caos dalla perfetta calligrafia.
- In La Fabbrica di Cioccolato la musica di Elfman ha sperimentato stili diversi: gli Oompa Loompa cambiano pelle da numero a numero, con impasti tribali, rockeggianti, corali, volutamente stranianti. Anche nei passaggi più giocosi resta sempre un fondo leggermente storto, come se la dolcezza avesse sempre il suo retrogusto chimico.
- In Frankenweenie Elfman la musica resta più quieta, affettuosa, legata al rapporto tra Victor e Sparky, prima di aprirsi alle ombre del cinema horror omaggiato da Burton. Tremoli, armonici, coro, arpa e celesta riportano in vita il vecchio lessico elfmaniano, ma in una forma più tenera e più domestica. Sotto il bianco e nero del film, la partitura sa rendere commovente persino la resurrezione zombie.
- Con La Sposa Cadavere torna il gotico, ma filtrato da una tristezza più sottile: una malinconia diffusa, quasi persistente, che attraversa il film dall’inizio alla fine. Il mondo dei vivi è seriosamente segnato da clavicembalo, organo, legni bassi, celesta, mentre quello dei morti si apre allegro a colori più swingati e teatrali; in mezzo, il “Victor’s Piano Solo” e il “Piano Duet” restano due dei momenti più lirici e delicati mai scritti da Elfman per Burton.
Per il cofanetto del 25° anniversario con Burton arrivò a riscrivere quei temi in forma di suite da vecchio carillon meccanico, come se tutto il loro immaginario, alla fine, volesse davvero stare dentro una scatola musicale un po’ maledetta.
Un concerto-evento irripetibile, per la prima volta in Italia dal 2013
Dopo oltre 35 anni di collaborazione, Burton ed Elfman restano uno dei sodalizi artistici più riconoscibili del cinema contemporaneo: la monumentalità sinfonica, il gusto del dettaglio, la teatralità inquieta, e il theremin, a insinuare quella vibrazione obliqua che sembra arrivare da un’altra dimensione.
Nato nel 2013 come un progetto orchestrale in 15 suite, accompagnate da schizzi e storyboard proiettati sul grande schermo, questo spettacolo immersivo porta con sé un’idea di cinema insieme vivo e spettrale, presente e già memoria. Ed è forse per questo che in un certo senso sa già come tornare a prenderti.