Con Madre! Aronofsky richiama l’attenzione sullo sfruttamento irriconoscente del nostro pianeta attraverso il grido di una madre impotente e numerose allegorie.
Madre! non sarebbe uno dei primi film che vengono in mente pensando alla Festa della Mamma. È comprensibile. Eppure nel suo racconto – come suggerisce il titolo – la figura centrale è proprio quella di una donna che incarna tutti quegli archetipi e modi di fare solitamente associati ad una figura genitoriale femminile. Seppur riempita di allegorie, Darren Aronofsky restituisce l’immagine di una madre determinata ma schiacciata dal peso degli eventi.
Presentato – e fischiato – durante la 74a edizione del Festival di Venezia, Madre! è il settimo film del regista americano (fra gli altri Requiem for a Dream, Il cigno nero, Noah). Prodotto dalla Paramount Pictures, è arrivato in Italia nel 2017 grazie a 20th Century Studios. Nel cast spiccano Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris e Michelle Pfeiffer. Questa la nostra recensione.
Madre!, la trama
Jennifer Lawrence e Javier Bardem interpretano una coppia che vive in una grande villa isolata. Lui, un poeta afflitto dal blocco dello scrittore; lei, casalinga che si è occupata della ristrutturazione della casa. In un rapporto faticoso, fatto di alti e bassi, basta una piccola scintilla per innescare un’esplosione. È quello che succede quando un uomo (Ed Harris), ammiratore delle poesie del padrone di casa, bussa alla loro abitazione e viene invitato a rimanere. Di lì a poco l’ospitalità del poeta farà sì che insieme all’ospite arriveranno nell’abitazione anche la moglie (Michelle Pfeiffer) ed i loro due figli (Brian Gleeson e Domhnall Gleeson). La presenza di questa famiglia porterà all’inasprirsi del rapporto della coppia, con conseguenze drammatiche per tutti.
Fra mitologia, religione e dramma
Aronofsky decide di raccontare una storia che sembra non avere senso, composta da eventi surreali, talvolta folli. Un susseguirsi di scene apparentemente prive di coerenza; in realtà, l’intero film porta avanti una doppia narrazione simbolica. Le vicende raccontate servono come simboli, allegorie di un quadro più grande: da un lato quello della storia umana, della sua genesi e della sua mancanza di giudizio. La seconda, invece, riguarda l’inferno personale di una madre, costretta ad osservare impotente il disgregarsi di tutti i suoi sforzi fino all’autosabotaggio.
L’essere umano come parassita [SPOILER]
Nel castello di allegorie costruito da Aronofsky, la coppia non è altro che la rappresentazione di Dio (lui) e di Madre Natura (lei); la loro casa, invece, simboleggia la Terra. In una rilettura profondamente biblica della storia umana, assistiamo all’arrivo di Adamo ed Eva, poi di Caino e Abele, fino al diluvio universale – una perdita di acqua proveniente dalle tubature della casa – che si scatena allontanando tutti gli ospiti. In tutto questo percorso di rilettura, un aspetto appare evidente: l’essere umano non è in grado di mantenere sano il luogo che lo ospita, ed è indifferente ai richiami della sua creatrice.
Parassitismo, guerre e fanatismo religioso finiscono inevitabilmente per compromettere la casa che la Madre ha preparato con premura. L’esito, allora, non può che essere uno: sacrificare la propria creazione per poter riprovare da capo.
Il grido di una madre [SPOILER]
L’altra linea narrativa, quella che non fa riferimento ad allegorie bibliche, racconta invece il dramma personale di una donna. Il personaggio interpretato da Jennifer Lawrence è una vittima impotente, schiacciata dalla volontà dell’uomo che ha accanto e relegata al ruolo di musa ispiratrice dell’artista. Lei si prende cura della casa, lei cucina, e così via. L’amore che prova nei confronti di Lui le impedisce di andarsene, rendendo la casa una prigione dorata – l’unico momento in cui Lei esce è Lui a portarla in braccio – nella quale perfino lo spazio personale viene sacrificato in favore delle manie di grandezza di un poeta totalmente focalizzato su sé stesso e sulla ricerca dell’ispirazione.
Tutto questo finché non sarà la vita di suo figlio ad essere compromessa. La vista del tanto desiderato bambino che viene sacrificato scatena nella Madre tutta la volontà di ribellarsi che ha represso nel corso del tempo. “Ti ho dato tutto!”, la sentiamo gridare poco prima di far saltare in aria la loro casa. Eppure, non dura che un momento. Quel lampo di indipendenza non è altro che una breve presa di coscienza della propria situazione. Prima di lasciarsi andare, consumata dalla fiamme, torna la donna amorevole, incapace di odiare: “la cosa che mi fa più male, è che non sono stata abbastanza.”

Madre!, la regia
Lawrence non viene lasciata da sola nemmeno per un istante. La macchina da presa la segue in maniera invasiva, con numerosi primi e primissimi piani che sembrano voler privare il personaggio dello spazio vitale necessario. Ricalcando l’intrusione dei vari ospiti che si avvicendano nella casa, lo spettatore è altrettanto colpevole. Il montaggio claustrofobico e incessante, poi, contribuisce ad alimentare quel senso di voyeurismo nei confronti di una donna impotente, schiacciata.
L’abilità di Aronofsky si mostra però nel sapere inserire elementi surreali, quasi comici, senza snaturare il peso e la drammaticità degli eventi. In una storia al limite del credibile, questi elementi caricaturali sembrano inserirsi con naturalezza senza spezzarne l’atmosfera. Di particolare impatto risulta la parte finale del film, con la casa che viene trasformata più volte – alcune delle quali in maniera irriconoscibile – e una sequenza particolarmente brutale che riesce a colpire in pieno lo spettatore.
Conclusioni
In Madre! viene raccontato il dramma dell’umanità, sia come specie che come individualità. L’innumerevole presenza di allegorie e simbolismi preclude probabilmente una visione a cuor leggero, ed in parte compromette il racconto che la storia sembra voglia portare avanti. Alcuni eventi sembrano effettivamente privi di logica se non letti in chiave interpretativa, il che finisce con lo spezzare la narrazione. Una buona prova attoriale – soprattutto da parte della Lawrence – mette una toppa in alcuni punti, ma è chiaro che Aronofsky avesse come obiettivo principale una forte critica verso lo sfruttamento ambientale, veicolata attraverso una lunga metafora.
Nel complesso, se visto con la dovuta attenzione, il film riesce a catturare proprio in virtù di quella ricerca di significati multipli che lascia ampio margine alle interpretazioni.