Black Panther: La recensione del capolavoro afrofuturista di Ryan Coogler che ha cambiato per sempre la saga Marvel.
Sotto la magistrale e sentita direzione di Ryan Coogler, Black Panther si è imposto non solo come un trionfo al botteghino, ma come un autentico spartiacque culturale. La pellicola porta sulle spalle il peso dell’immensa e dolorosa eredità del compianto Chadwick Boseman, capace di infondere al suo Re T’Challa una nobiltà d’animo, una grazia e una pacata saggezza che stridono magnificamente con l’arroganza tipica di molti altri supereroi del Marvel Cinematic Universe.
Il trionfo visivo del film risiede nella superba e inedita costruzione del mondo di Wakanda. Allontanandosi dalle metropoli americane o dalle fredde basi spaziali, il regista ci immerge in un’utopia afrofuturista vibrante e incontaminata. I costumi da Premio Oscar di Ruth E. Carter e le scenografie mozzafiato di Hannah Beachler fondono tecnologie inimmaginabili con le tradizioni, i colori e i tessuti delle vere tribù del continente africano, creando l’illusione palpabile di una nazione fiera e mai sfiorata dalla piaga del colonialismo occidentale.
Erik Killmonger e la tragedia della diaspora
Per elevare un film di supereroi a dramma shakespeariano serve un antagonista all’altezza, e il franchise trova qui il suo vertice assoluto. L’Erik Killmonger interpretato da un feroce, ferito e magnetico Michael B. Jordan non è un banale megalomane desideroso di conquistare il mondo. Le sue motivazioni affondano le radici nel dolore reale della diaspora africana e nell’abbandono sistematico delle minoranze. La sua rabbia contro l’isolazionismo privilegiato di Wakanda è politicamente e storicamente così fondata da insinuare il dubbio nello spettatore e, soprattutto, da costringere lo stesso eroe a cambiare radicalmente la politica della propria nazione.
Le guerriere del re e il matriarcato wakandiano
Un altro pilastro fondamentale dell’opera è la scrittura riservata ai personaggi femminili, lontanissimi dallo stereotipo della donzella in pericolo. T’Challa è circondato da donne brillanti e letali che rappresentano la vera spina dorsale del regno. Dalla genialità tecnologica della giovane Shuri (Letitia Wright), passando per la fiera lealtà del generale Okoye (Danai Gurira), fino all’idealismo della spia Nakia (Lupita Nyong’o) e alla maestosità della Regina Ramonda (una regale Angela Bassett). Questa rappresentazione paritaria e forte ha ridefinito gli standard di genere nel cinema d’azione.
Il Piano Ancestrale e il battito dell’Africa
A rendere l’atmosfera di Wakanda così immersiva e sacrale contribuisce un comparto sonoro epocale. La partitura originale di Ludwig Göransson (giustamente premiata con l’Oscar) mescola possenti percussioni tradizionali senegalesi, cori tribali e orchestrazioni classiche, intrecciandosi in modo sublime con l’album curato da Kendrick Lamar. Questa fusione esplode emotivamente nelle mistiche e cromaticamente stupende sequenze del Piano Ancestrale, dove il cielo si tinge di aurore boreali viola e il film sfiora vette di spiritualità e rispetto per gli antenati che raramente trovano spazio in un blockbuster hollywoodiano
La maledizione del terzo atto in CGI
L’unico e conclamato difetto della pellicola, che a distanza di otto anni appare ancora più evidente, è la famigerata e stucchevole battaglia finale. Il terzo atto cede bruscamente sotto il peso delle rigide convenzioni Marvel, trasformando il profondo conflitto ideologico tra T’Challa e Killmonger in una confusa e scialba scazzottata tra due modelli in computer grafica (con texture ai limiti di un videogioco di vecchia generazione) in caduta libera nelle miniere di vibranio, contornati da una rissa di massa con rinoceronti corazzati che appiattisce la brillantezza politica accumulata nelle due ore precedenti.
Molto più di un semplice cinecomic
Nonostante le sbavature visive del finale, Black Panther resta un’opera fondamentale e orgogliosamente identitaria. È un film che ha abbattuto barriere, generato un dibattito globale e dimostrato che l’intrattenimento di massa può farsi portavoce di istanze sociali profondissime, senza rinunciare allo spettacolo. L’iconico saluto “Wakanda Forever” ha trasceso lo schermo, diventando un simbolo reale di orgoglio e resistenza.
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