Con il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, Tom Cruise sembra uscire dal corpo dell’eroe d’azione per entrare in quello più ambiguo del magnate che causa il disastro e poi pretende di salvarci.
Il nuovo materiale diffuso per Digger non assomiglia davvero a un trailer tradizionale, perché prima ancora di vendere il film vende Tom Cruise come istituzione, come archivio vivente di cinema industriale, come corpo che negli ultimi decenni ha continuato a correre, saltare, pilotare, appendersi agli aerei, rimettere in moto sale e franchise, fino a diventare non soltanto una star ma una specie di infrastruttura emotiva per un’idea precisa di cinema americano.
La retrospettiva sui suoi quarantasei anni di carriera, accostata ai primi frammenti del nuovo personaggio, non è un gesto nostalgico neutro, perché stabilisce una continuità molto esplicita tra l’uomo che il pubblico ha imparato a fidarsi di vedere al centro dell’azione e il personaggio che ora dovrebbe incarnare una forma più grottesca, più tossica e più contemporanea di potere.
Digger Rockwell è l’eroe americano portato alla sua forma tossica
Il film di Alejandro González Iñárritu racconta, per quanto è stato lasciato filtrare finora, un uomo tra i più potenti del mondo che prova a presentarsi come salvatore dell’umanità prima che una catastrofe da lui stesso scatenata distrugga tutto, ed è difficile immaginare una premessa più adatta al presente se si vuole parlare senza didascalie del modo in cui il potere economico produce crisi, disordine, emergenze, narrazioni di panico e poi si ripresenta al pubblico come unica struttura abbastanza grande da contenerle.
Il magnate del petrolio Digger Rockwell non è solo “un altro ruolo folle” per Cruise, ma permette di spostare il culto dell’eroe dentro un territorio dove l’energia messianica dell’action movie viene contaminata dalla figura del miliardario, del capo carismatico, dell’uomo che vuole essere creduto proprio nel momento in cui non dovrebbe più esserlo.
Il trailer gioca infatti su una contraddizione molto chiara: prima celebra la carriera di Cruise, poi mostra l’anomalia di Digger, come se Warner Bros. avesse bisogno di ricordare allo spettatore tutta la fiducia accumulata in quarantasei anni prima di presentargli una figura che, almeno sulla carta, dovrebbe sabotare quella stessa fiducia. Una scelta promozionale furba, ma che rivela che ormai quando Hollywood vuole vendere la deformazione di una star deve prima ribadirne il mito.
Tom Cruise come garanzia morale, anche quando è sotto accusa
Se il pubblico entra in sala portandosi dietro Ethan Hunt, Maverick, Jerry Maguire, Frank T.J. Mackey, Les Grossman e tutta la mitologia dell’attore che non arretra mai davanti al limite, allora il film può chiedere allo spettatore quanto sia disposto a credere ancora a un uomo che parla come un salvatore, si muove come un performer assoluto e tuttavia appartiene a un mondo in cui la salvezza è spesso solo la seconda fase del danno.
Iñárritu, dopo anni di cinema spesso gravato dalla propria ambizione, potrebbe trovare proprio nella commedia nera una forma più adatta a incidere il presente, perché il disastro contemporaneo è amministrato, brandizzato, conferenziato, non arriva più soltanto come evento, ma come comunicato, come strategia di crisi, come responsabilità trasformata in performance.
Un uomo potente che si presenta davanti al mondo e prova a convincerlo che solo lui può pronunciare la verità, dopo aver contribuito a renderla impraticabile: Il trucco, l’accento, l’età caricata e la postura grottesca non cancellano comunque la star. La difficolta di separare la critica del potere dalla fascinazione per chi lo incarna, è lo stunt perfetto il terzo attore più ricco al mondo: un uomo che scava il buco, ci cade dentro insieme a tutti gli altri e pretende comunque l’applauso per aver portato una pala.
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