Danny Boyle

Danny Boyle e l’AI: oggi l’efficienza diventa obbedienza

Danny Boyle non teme semplicemente che l’intelligenza artificiale sostituisca i giornalisti, ma che possa sostituirli perfettamente, tranne nel momento in cui dovrebbero opporsi al potere.

Alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha presentato Ink, il regista britannico è intervenuto sulla crescente automazione dell’informazione e sulla possibilità che redazioni e aziende sostituiscano parte del lavoro giornalistico con sistemi più rapidi, economici e produttivi.

È proprio qui che Danny Boyle sposta il problema: un giornalista artificiale sarà capace di dire la verità al potere se quel potere coincide con chi lo ha costruito?

Il giornalista artificiale e il problema dell’obbedienza

Non è quindi più soltanto una questione di posti di lavoro o di qualità della scrittura.

Una macchina può già riassumere documenti, confrontare fonti, produrre testi, tradurre interviste e ordinare enormi quantità di informazioni. Domani potrà farlo meglio, più velocemente, a costo inferiore.

Ma il giornalismo non è soltanto produzione di informazione: è anche conflitto con la fonte dell’autorità. Un giornalista può contestare il proprietario del giornale, il governo, un inserzionista, una piattaforma tecnologica. Può essere licenziato, querelato, isolato.

Ma esiste almeno la possibilità che scelga di farlo.

Con un sistema artificiale la questione cambia natura. Non serve immaginare una censura esplicita, basta pensare a chi decide i dati di addestramento, le regole di sicurezza, le priorità del modello, le fonti considerate affidabili e perfino quali risposte meritino di essere prodotte.

Potremmo poi scoprire di aver automatizzato anche la sua obbedienza.

Dal Sun alle piattaforme, la stessa corsa all’attenzione

Non è casuale che Boyle pronunci queste parole presentando Ink.

Il film racconta l’acquisto del Sun da parte di Rupert Murdoch nel 1969 e la trasformazione del quotidiano in una macchina capace di conoscere e conquistare il pubblico molto meglio dei concorrenti.

Murdoch comprese che l’informazione poteva essere riprogettata intorno all’attenzione. Titoli più aggressivi, scandali, sesso, spettacolo: il giornale non doveva soltanto raccontare ciò che accadeva, ma capire che cosa avrebbe fatto comprare la copia successiva.

Mezzo secolo dopo, la logica non è scomparsa: è diventata computazionale. Le piattaforme conoscono il pubblico con una precisione che un direttore di tabloid avrebbe potuto soltanto desiderare, mentre i sistemi generativi possono ormai produrre direttamente il contenuto destinato a quel pubblico.

Boyle non sta quindi difendendo romanticamente l’inchiostro contro il silicio.

L’AI può certamente diventare uno strumento del giornalismo, il problema nasce quando diventa il giornalista, mentre infrastruttura, modello e distribuzione appartengono agli stessi soggetti che dovrebbe essere libero di investigare.