L’Unione europea taglia 2 milioni di euro alla Biennale di Venezia per il ritorno del padiglione russo, ma Sergei Loznitsa indica un rubinetto molto più grande rimasto aperto: quello del gas.
Il regista ucraino, arrivato alla Mostra del Cinema di Venezia con il documentario Imperium, non ha nessuna intenzione di visitare il padiglione di Mosca.
Ma considera la decisione di Bruxelles poco più di una “punizione da asilo”: molto visibile, molto simbolica e decisamente meno impegnativa di un embargo capace di incidere davvero sui rapporti economici con la Russia.
Il problema, insomma, non è stabilire se il padiglione dovesse esserci. È capire perché, tra tutti i rubinetti disponibili, l’Europa abbia cominciato da quello della Biennale.
Russia alla Biennale: Bruxelles taglia 2 milioni di euro
La vicenda nasce con il ritorno della Russia alla 61ª Biennale Arte di Venezia, dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina. Il progetto The Tree Is Rooted in the Sky è stato aperto soltanto durante le giornate inaugurali di maggio e poi chiuso al pubblico: le performance registrate rimangono però visibili dall’esterno del padiglione.
Una presenza abbastanza discreta da richiedere di guardare attraverso le finestre, ma abbastanza ingombrante da provocare proteste, dimissioni e uno scontro istituzionale. Le Pussy Riot hanno manifestato davanti al padiglione insieme ad altri attivisti; la giuria internazionale della Biennale si era già dimessa dopo le polemiche sulla partecipazione di Paesi coinvolti in guerre e accuse di crimini internazionali.
La Commissione europea aveva avvertito la Biennale che la partecipazione russa poteva entrare in conflitto con le condizioni del finanziamento. A luglio è arrivata la decisione: revocare un contributo pluriennale da 2 milioni di euro. La motivazione ufficiale è che gli eventi sostenuti dai contribuenti europei devono tutelare democrazia, pluralismo e libertà di espressione, valori che Bruxelles considera incompatibili con l’attuale regime russo.
La Biennale ha annunciato ricorso, poichè secondo l’istituzione veneziana quei soldi finanziavano anche attività di Biennale College Cinema e Venice Production Bridge, cioè settori che con il padiglione russo dell’esposizione d’arte non hanno praticamente nulla a che fare.
Loznitsa e il gas russo: il rubinetto che l’Europa chiude più lentamente
Loznitsa sposta infatti lo sguardo qualche migliaio di chilometri più a est. Secondo i dati 2026 dell’ACER, l’Agenzia europea per la cooperazione fra i regolatori dell’energia, il gas russo rappresenta ancora circa il 12% della domanda europea. Tra gennaio e maggio le importazioni via gasdotto sono aumentate del 7% rispetto allo stesso periodo del 2025 e quelle di GNL dell’11%.
Dopo l’entrata in vigore delle nuove restrizioni europee, tra il 18 marzo e il 31 maggio 2026, le importazioni di GNL russo sono cresciute del 17% su base annua. Il progressivo divieto europeo esiste, ma procede secondo un calendario di transizione e con contratti di lungo periodo ancora attivi in diversi Paesi. Russia fuori dalla vetrina, dunque, ma ancora dentro vla bolletta.
Loznitsa ha raccontato la rivolta di Maidan, ha criticato apertamente Mosca e con Imperium utilizza 175 minuti di materiali d’archivio sovietici per smontare l’immagine propagandistica di un impero culturalmente uniforme. Se perfino uno dei critici più netti dell’imperialismo russo giudica la sanzione poco più che scenografica, Bruxelles finisce così per mandare a Mosca un messaggio quasi rassicurante, tracciando il perimetro sicuro e puramente simbolico dello scontro.
L’Europa può decidere che la cultura russa istituzionale non meriti i suoi soldi, ma se vuole trasformare quella scelta in una dimostrazione di fermezza geopolitica, dovrebbe fare i conti anche con i soldi che continuano a viaggiare nella direzione opposta.