A Zurigo MUBI promette film lontani dall’AI, mentre i produttori discutono risparmi e nuovi capitali: l’uomo sarà il vero lusso del cinema.
Al Dolder Grand di Zurigo, che dal 25 al 27 settembre 2026 ha ospitato la Davos del cinema, Efe Cakarel, fondatore di MUBI, ha annunciato che la società intende tenere l’intelligenza artificiale lontana dal cinema che produce e distribuisce.
La piattaforma la usa già per finanza, previsioni e assistenza ai clienti, ma la produzione artistica resterà dall’altra parte del confine. Il discorso è stato accolto con favore: nell’industria che discute come automatizzare il lavoro, qualcuno sembra aver finalmente indicato qualcosa da salvare.
Il film sintetico con la troupe e i soldi per restare indipendenti
Nello stesso albergo, Zack London, regista di Gods Don’t Give Gifts, elencava le persone impiegate nel suo film: dodici doppiatori, quattro musicisti, due sceneggiatori, un rumorista e una squadra di postproduzione. Per le immagini usa l’AI, perché realizzarle con effetti tradizionali sarebbe costato, secondo la sua stima, decine o centinaia di milioni di dollari. Per London, la difesa dell’autorialità passa anche da questa sottrazione di potere al budget.
MUBI ha trovato un’altra strada per allargare le proprie possibilità: nel 2025 ha raccolto 100 milioni di dollari in un round guidato da Sequoia Capital. Summit Partners, allora maggiore azionista istituzionale, spiegava il pregio dell’operazione attraverso il dirigente Han Sikkens: una forte visione creativa unita all’economia di una piattaforma tecnologica ad alta crescita. Il denaro avrebbe finanziato film, produzioni, sviluppo del marchio e acquisizioni societarie. Nel comunicato agli investitori, la buona salute del cinema si misurava anche con redditività ed espansione.
Nelle stesse ore Martin Moszkowicz, presidente dello Zurich Film Festival, dava per quasi esaurito il tradizionale modello fatto di prevendite, crediti fiscali e sovvenzioni: per produrre fuori dagli studios, sosteneva, servirà sempre più private equity. Roeg Sutherland di CAA gli contestava però il funerale delle prevendite: possono ancora funzionare, sosteneva, con il progetto, il regista e il cast giusti. Non cambiava però il problema di fondo: anche l’indipendenza ha bisogno di qualcuno disposto a finanziarla.
Allo stesso Summit, Glen Basner di FilmNation lamentava che le esigenze distributive impongono di confezionare film adatti all’intrattenimento domestico, spesso a scapito di ciò che interessa al pubblico in sala: chiedeva di poter rischiare su un attore sconosciuto quando è il migliore per la parte.
L’AI riduce il costo, il capitale finanzia l’eccezione, il packaging contiene il rischio. È dentro questo equilibrio che l’autorialità prova a restare indipendente.
L’umano DOP e il lusso dell’imperfezione
Cakarel, nel suo intervento a Zurigo, sostiene che l’AI produrrà contenuti sempre migliori e che proprio questo renderà più preziosa la creazione umana. Paragona il cinema futuro a un Grand Cru di Borgogna: conteranno chi lo produce, da dove viene, la sua storia. L’intenzione dell’autore, gli anni di lavoro, perfino il fallimento entrano nel valore dell’opera, fino alla formula “l’imperfezione diventerà un bene di lusso”.
È qui che la difesa dell’umano cambia significato.
L’essere umano rischia così di trasformarsi in una sorta di denominazione d’origine protetta: una provenienza da certificare, un metodo da raccontare, un’imperfezione da valorizzare. Il problema comincerà quando, per difendere il lavoro umano, bisognerà dimostrare che la sua presenza aggiunge valore a qualcosa che potrebbe esistere anche senza.
Non necessariamente il modello dominante, ma una categoria distinta all’interno dello stesso mercato. Fra vent’anni, prevede Cakarel, una società cinematografica potrà essere radicale soltanto dichiarando: “This was made by people”.