Mostra del Cinema di Venezia 2026

Dalla Sala Grande ai preventivi: l’AI attraversa Venezia 83

In selezione è un linguaggio, nei festival democratizza il cinema, al mercato riduce i costi e nelle conferenze minaccia la verità: a Venezia l’intelligenza artificiale cambia nome in ogni sala.

A Venezia 83 il dibattito sull’intelligenza artificiale attraversa ormai l’intera filiera cinematografica. In Be Brave la generazione delle immagini entra direttamente nell’opera e viene rivendicata come scelta narrativa; il festival di Reply mostra invece come gli stessi strumenti permettano di realizzare film altrimenti incompatibili con i mezzi disponibili.

Il Venice Production Bridge sposta poi la questione dal singolo progetto al modello produttivo, prospettando studi più piccoli e lavorazioni meno costose.

L’AI compare insieme nella selezione ufficiale, negli incontri industriali, nei premi paralleli e nelle dichiarazioni delle figure centrali della Mostra. Più che decidere se accettarla, Venezia mostra il tentativo di stabilire quali usi possano essere chiamati arte, opportunità o efficienza senza pronunciare troppo chiaramente la parola sostituzione.

In selezione ufficiale l’AI diventa una scelta d’autore

Il caso più visibile è Be Brave, documentario italiano di 90 minuti diretto da Francesco Carrozzini e inserito in Venice Open Fuori concorso. Il film ripercorre la storia di Renzo Rosso, fondatore di Diesel e OTB, con interventi di Anna Wintour, John Galliano, Jovanotti e Glenn Martens. L’AI serve ad attraversare le diverse epoche della vita dell’imprenditore e, secondo Carrozzini, nasce da una necessità narrativa anziché dalla fascinazione tecnologica. La scheda della Biennale la presenta come uno specchio della comunicazione provocatoria di Rosso, traducendo così l’impiego generativo nel lessico tradizionale del cinema d’autore.

Alberto Barbera ha presentato Be Brave, invitando a non ridurre il confronto sull’AI ai rischi per il lavoro, il diritto d’autore e l’immagine degli artisti, ma a considerare anche le possibilità creative rese accessibili dalla tecnologia. Gli interventi emersi durante la Mostra hanno però mostrato quanto sia difficile separare queste possibilità dalle conseguenze. George Clooney ha spostato il discorso oltre la produzione cinematografica, osservando che i deepfake non si limitano a rendere credibile il falso, ma permettono anche di screditare come artificiale un documento autentico.

Maggie Gyllenhaal ha riportato lo stesso problema dentro l’immagine: dopo aver sperimentato in Flesh Impact un volto di Marilyn Monroe generato su quello di Dakota Johnson, ha concluso che la maggiore somiglianza cancellava la vitalità della performance. Ciò che l’AI aggiunge sul piano tecnico rischia quindi di essere ottenuto sottraendo qualcosa di più difficile da ricostruire: prima la fiducia nelle immagini, poi la presenza dell’interprete.

Al mercato la scelta d’autore torna a chiamarsi risparmio

Il passaggio più concreto è avvenuto all’Hotel Excelsior, dove il Venice Production Bridge ha ospitato il panel AI x Cinema: The 10,000 Parallel Universes Initiative. TapNow e HappyHorse, progetto dell’Alibaba Token Hub, hanno presentato film e un programma globale d’incubazione per creatori, nuove produzioni e proprietà intellettuali.

Il 6 settembre il Reply AI Film Festival premierà inoltre dieci cortometraggi scelti tra oltre 3.000 candidature provenienti da 76 Paesi, con una giuria presieduta da Gabriele Salvatores. I progetti selezionati dichiarano apertamente ciò che l’industria tradizionale preferisce lasciare sullo sfondo: A Face Only a Mother Could Love è nato senza budget, cast o troupe, mentre Passenger ha generato terremoti, tsunami e città distrutte evitando i costi degli effetti convenzionali.

Il finalista britannico Mike Bennion ha raccontato di essere stato contattato da una produzione hollywoodiana rimasta a corto di denaro per verificare se l’AI potesse colmare il vuoto a un prezzo inferiore. Il caso non sembra isolato: secondo Catherine Hardwicke, anche registi candidati all’Oscar e responsabili di grandi produzioni stanno già sperimentando questi strumenti, soprattutto per fondali e previsualizzazione. Sono impieghi poco visibili, più facili da introdurre senza trasformare ogni film in una dichiarazione ideologica, ma proprio per questo indicano che il passaggio industriale è già cominciato.

Insomma, anche a Venezia si sta provando a costruire il vocabolario con cui il cinema distinguerà gli strumenti AI che aiutano un autore da quelli che eliminano un lavoratore: in Sala Grande si chiamano linguaggio, al festival democratizzazione, nelle stanze dei produttori efficienza; la parola sostituzione resta fuori dal programma, anche quando descrive con maggiore precisione ciò che tutti sono venuti a discutere.