Naza

Naza in 515 sale: tutti in piedi davanti ai segreti del potere

Premi, minacce ai registi e 515 sale per Naza: tutto sembra al posto giusto, finché non ci si domanda chi, alla fine della proiezione, incasserà gli applausi.

Naza arriva in 515 sale italiane, dal 28 al 30 settembre, con il Premio Speciale della Giuria di Venezia e un avversario che qualsiasi ufficio stampa sognerebbe: Benjamin Netanyahu.

Il 16 settembre il premier ha promesso una legge per revocare la cittadinanza a chi diffama i soldati israeliani, citando proprio il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor. Il biglietto acquista così un supplemento morale: oltre a vedere un film, si potrà fare un dispetto al governo israeliano.

Almeno fino all’accensione del proiettore.

Naza e le rivelazioni che erano già pubbliche

Poi si leggono le dichiarazioni degli autori e il segreto cambia consistenza: molte delle rivelazioni erano state pubblicate quasi subito, attraverso The Guardian, +972 Magazine e Local Call, nei mesi successivi al 7 ottobre.

Il Guardian, che aveva contribuito alle inchieste, figura anche fra i produttori del documentario. Una parte consistente di ciò che arriva al cinema aveva dunque già attraversato il giornalismo, senza aspettare il tappeto rosso.

Il film aggiunge una forma, un’esperienza, una platea; la verità, però, non era rimasta chiusa in una cassaforte. Era disponibile alla lettura, attività per la quale, purtroppo, non è prevista la standing ovation.

Servizi segreti israeliani: l’orrore diventa un catalogo

Al centro del racconto ci sono 24 militari e addetti all’intelligence, con le loro spiegazioni sulla selezione dei bersagli, sulle intercettazioni e sulle uccisioni. Secondo gli intervistati, un bersaglio può ricevere l’indicazione “20 NAZA”: venti civili la cui morte è autorizzata nell’attacco.

Uno degli agenti racconta di sentirsi “un po’ come Dio”, perché può ascoltare tutto. La frase dovrebbe figurare fra i capi d’accusa; possiede anche una discreta efficacia pubblicitaria. Dopotutto, quanti apparati possono presentare credenziali così impegnative senza essere sospettati di esagerare?

La denuncia porta in scena chi conosce la macchina dall’interno, e qui il racconto cambia proprietario: il dolore è delle vittime, il sapere appartiene agli operatori, l’autorevolezza arriva dalla consolle. Il documentario ottiene così testimonianze preziose e restituisce all’apparato il ruolo del protagonista, capace di produrre tanto l’orrore quanto la sua spiegazione e la confessione completa il catalogo delle competenze.

In platea si può detestare tutto, purché si prenda atto che il sistema vede, ascolta, decide e, quando serve, racconta.

Antisemitismo e sovranismo: il dissenso cambia nome

Intanto il ministro della Cultura Miki Zohar accusa gli autori di cercare applausi dagli antisemiti, mentre Netanyahu collega il caso all’incitamento antisemita. Le testimonianze arrivano dall’interno dell’apparato israeliano; l’accusa viene spedita all’esterno, all’indirizzo di chi ascolta. Un trasferimento piuttosto comodo: dal contenuto delle rivelazioni alla rispettabilità del pubblico.

Nella costruzione sovranista, il governo parla a nome dello Stato, lo Stato finisce per parlare a nome degli ebrei, e la critica agli apparati può così essere presentata come un attacco a un’intera identità. La lotta all’antisemitismo viene arruolata per sorvegliare il dissenso, con le politiche governative sistemate al riparo del recinto.

Nel caso di Naza c’è un paradosso quasi pirotecnico: un potere può uscire moralmente screditato e simbolicamente rafforzato dallo stesso racconto, quando la rivelazione dei suoi crimini diventa la dimostrazione della sua onnipotenza.

Il governo protesta, i festival applaudono, i servizi segreti escono dal buio con un curriculum impressionante: è qui che la denuncia finisce per assomigliare a uno spot, lasciando al pubblico l’indignazione di una serata e all’apparato la grandezza dello schermo cinematografico.