Eric Cantona arriva alla Festa del Cinema di Roma 2026 con Cantona, il documentario di David Tryhorn e Ben Nicholas che ripercorre una carriera costruita tanto sui gol quanto sul rifiuto dell’obbedienza. E a quasi trent’anni dal suo addio al Manchester United, “King Eric” continua a parlare come uno che con il sistema non ha mai fatto pace.
Il punto, questa volta, non è soltanto il celebre calcio volante a un tifoso del Crystal Palace, né le espulsioni o gli scontri con allenatori e dirigenti. Cantona guarda al calcio contemporaneo e individua una frattura più profonda: quello che era uno sport popolare è diventato qualcosa che una parte del suo stesso pubblico non può più permettersi.
“Il calcio è sempre stato uno sport del popolo, giocato da chi proveniva dalle fasce più povere della società. Quando ero ragazzo andavo a vedere il Marsiglia. Ma chi può permettersi oggi un biglietto per una partita?”.
Eric Cantona alla Festa del Cinema di Roma
Cantona sarà presentato il 23 ottobre alle 20:30 al Teatro Olimpico ACEA, con una seconda proiezione prevista il giorno successivo. Il documentario, della durata di 115 minuti, era già passato in primavera dal Festival di Cannes, nella sezione Special Screenings.
Tryhorn e Nicholas, già autori di Pelé e The Figo Affair: The Transfer That Changed Football, costruiscono il film attraverso materiale televisivo, interviste contemporanee e filmati Super8 inediti girati dal padre di Cantona. Accanto all’ex numero 7 compaiono Alex Ferguson, David Beckham, Guy Roux, Albert e Leonor Cantona.
Il calcio è inevitabilmente al centro, ma il film cerca soprattutto l’uomo che gli ruotava intorno: il rapporto con la pittura, la poesia e il cinema, la rabbia, il bisogno di libertà e quel carattere che in Francia lo aveva reso quasi ingestibile prima della rinascita inglese.
A 25 anni la sua carriera sembrava già compromessa. Poi arrivarono il Leeds e soprattutto il Manchester United, dove Alex Ferguson riuscì a fare qualcosa che altri avevano fallito: non spegnere Cantona, ma trovare un modo di convivere con lui.
“Se il film si concentrasse soltanto sul nostro rapporto, potrebbe essere una grande storia d’amore”.
Cantona e il calcio moderno: “Era uno sport del popolo”
È quando il discorso arriva al presente che Cantona smette di sembrare soltanto il documentario nostalgico su una leggenda del Manchester United.
L’ex calciatore racconta di non seguire più il calcio. Non gli interessa vivere nel passato e preferisce cercare ciò che ancora non conosce. Ma quando gli viene chiesto cosa sia cambiato, la risposta non riguarda tattiche, VAR o qualità tecnica.
Riguarda chi può ancora entrare in uno stadio.
Per Cantona il calcio nasce dalle classi popolari e da lì trae una parte essenziale della propria identità. L’aumento dei prezzi, la trasformazione degli stadi e il predominio della fruizione televisiva hanno progressivamente alterato quel rapporto.
Non è soltanto una questione economica. Guardare una partita dallo stadio, sostiene, significa anche poter smettere di seguire il pallone e osservare quello che succede altrove sul campo: dettagli che la regia televisiva decide invece al posto dello spettatore.
È una distinzione che va oltre il calcio. Da una parte l’esperienza fisica, collettiva e imprevedibile; dall’altra un prodotto confezionato, ripreso, montato e distribuito.
Cantona, che durante la carriera è stato contemporaneamente protagonista e problema dell’industria calcistica, sembra riconoscersi ancora nel primo mondo.
Dal calcio al tifoso del Crystal Palace: nessun pentimento
Naturalmente il documentario torna anche al 25 gennaio 1995, quando Cantona, appena espulso contro il Crystal Palace, reagì agli insulti del tifoso Matthew Simmons lanciandosi contro di lui con il calcio che sarebbe diventato una delle immagini più riconoscibili degli anni Novanta.
La squalifica fu di otto mesi. Due mesi più tardi Cantona comparve davanti ai giornalisti e pronunciò la frase diventata leggendaria sui gabbiani che seguono il peschereccio perché pensano che verranno gettate sardine in mare.
Trentuno anni dopo, non sembra interessato a riscrivere quell’episodio in una forma più presentabile.
Alla domanda se si sia pentito del gesto risponde: «Il mio unico rimpianto è di non averlo colpito più forte». Subito dopo amplia però il discorso: nella sua carriera aveva ricevuto molti insulti dagli spalti senza reagire e considera anche gli errori parte del percorso che lo ha portato alla persona che è oggi.
Non è l’unico conflitto recuperato dal film. Ci sono l’insulto al commissario tecnico francese Henri Michel, gli scontri con il presidente del Marsiglia Bernard Tapie, i palloni tirati contro gli arbitri, le provocazioni al pubblico e il rapporto spesso feroce con la stampa.
Con Tapie, soprattutto, la questione aveva già assunto una dimensione che andava oltre il campo:
“Non mi piacciono le persone che usano il calcio per fare politica”.
Eric Cantona, Ferguson e la libertà di essere ingestibile
La contraddizione interessante raccontata da Cantona è che l’uomo considerato ingestibile trovò la propria dimensione proprio con Alex Ferguson, uno degli allenatori più autoritari della storia del calcio.
Non perché Ferguson lo normalizzò.
Secondo Cantona, il tecnico scozzese seppe rispettare le personalità che aveva davanti. In quello spogliatoio c’erano Peter Schmeichel, Steve Bruce, Mark Hughes, Ryan Giggs, Roy Keane.
“Eravamo tutti pazzi”
Il ritratto proposto dai registi parte proprio da questa tensione. Nelle note ufficiali del film Cantona si definisce un “fiore del male”: capace di bellezza e violenza, costretto a imparare a controllare un fuoco che però non può essere eliminato senza eliminare anche una parte di ciò che lo rende Cantona.
È anche per questo che la sua storia funziona oltre il documentario sportivo. Quella raccontata da Tryhorn e Nicholas è la parabola di qualcuno che raggiunge il massimo livello di un sistema senza diventare completamente compatibile con esso.
Cantona, Maradona e un calcio prima dei social
Cantona vede la stessa perdita di imprevedibilità anche nei personaggi prodotti dal calcio contemporaneo.
Cita Diego Armando Maradona e George Best, mettendoli insieme a sé stesso non tanto per paragonarne il talento quanto per qualcosa che oggi ritiene più raro: l’impossibilità di separarli dalle proprie contraddizioni.
“Forse siamo nostalgici perché oggi sembra che tutto accada sui social media, mentre allora ciò che contava era la vita reale”.
Cantona non sostiene però che il presente sia privo di figure capaci di sorprenderlo. Quando deve indicarne una sceglie Lamine Yamal.
Non soltanto per quello che fa con il pallone.
Dice di averlo apprezzato ancora di più dopo averlo visto sventolare una bandiera palestinese durante i festeggiamenti del Barcellona per il titolo.
È forse l’immagine migliore con cui lasciare “King Eric”: il calciatore che non segue più il calcio continua a interessarsi a chi, dentro quel gigantesco spettacolo globale, riesce ancora a fare qualcosa che non era previsto dal copione.

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