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Addio a David Lynch, il regista più perturbante di sempre
E’ scomparso ieri a Los Angeles, all’età di 78 anni, David Lynch, regista e creatore di mondi misteriosi e surreali. Con il suo stile cinematografico unico e perturbante, ha saputo trasportarci all’interno dei suoi stessi sogni, spesso incubi misteriosi e inspiegabili.
Vincitore di innumerevoli premi, tra cui il premio Oscar alla carriera nel 2019, ci lascia uno dei registi più importanti del nostro tempo.
David Lynch e la passione per la pittura
David Lynch nasce nel 1946 a Mussola, in Montana. La sua infanzia è segnata dai continui spostamenti, dovuti al lavoro del padre, ricercatore per il Ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti.
Sin dall’infanzia, David racconta di essere stato incline verso la creazione artistica e, durante la sua adolescenza in Virginia negli anni Sessanta, entra in contatto con Bushnell Keeler, padre di un suo amico e pittore egli stesso. Sarà lui a introdurre Lynch nel mondo dell’arte e alla vita artistica, donandogli il libro che gli sarà fondamentale, Lo spirito dell’arte di Robert Henri.
Dopo aver frequentato dei corsi alla Corcoran School of Art di Washington, alla School of the Musee of Fine Arts di Boston e alla Pennsylvania Academy of Fine Arts di Philadelphia, Lynch si immerge sempre più nel mondo della pittura, con una predilezione per il surrealismo.
Come racconta lui stesso nelle pagine della sua autobiografia, Io vedo me stesso (pubblicata nel 2016, a cura di Chris Ridley), I dipinti che lo affascinarono di più furono quelli dell’artista Francis Bacon, caratterizzati da ambientazioni crude e angoscianti.
Lynch ha iniziato a creare immagini da pittore e, come lui stesso ha più volte raccontato, è proprio durante una sessione di pittura che gli venne l’idea di poter fare cinema, per poter dare vita e movimento alle sue visioni che creava con il pennello. Le sue opere, scure e astratte, sono attraversate da un’ atmosfera disturbante, con protagonisti figure rarefatte, frammentarie, elementi che ritorneranno nelle sue pellicole.
Il salto dalle arti visuali al cinema avviene nel 1970. Grazie ad un sovvenzionamento dell’American Film Institute si trasferisce a Los Angeles e inizia a lavorare al suo primo lungometraggio, Eraserhead – La mente che cancella (1977).

David Lynch e lo stile Lynchiano
Lo stile di David Lynch è immediatamente riconoscibile: un mix inquietante di mistero, astrazione e frammentazione. Il regista riesce a trasportare lo spettatore in mondi oscuri e sognanti, che oscillano tra il surreale e il disturbante, facendo leva sulla capacità di evocare immagini potenti e simboliche.
Il suo è uno stile specifico dove il mistero fa da padrone e diventa l’elemento chiave di ogni sua opera. La frammentazione è uno dei mezzi principali attraverso il quale Lynch costruisce i suoi mondi: le informazioni sono volutamente omesse e il pubblico è chiamato a ricostruire, a cercare una verità che sembra sempre sfuggente. La narrazione si articola in un gioco di parti mancanti, in cui il non detto diventa fondamentale tanto quando il detto.
Anche l’astrazione è un altro degli strumenti con cui il regista riesce a costruire il mistero. Le immagini sono spesso simboliche, difficili da comprendere e spingono lo spettatore a vivere l’esperienza piuttosto che a cercare una spiegazione razionale a ciò che stanno osservando.
L’astrazione investe anche i dialoghi, spesso criptici e rarefatti. Lynch, da vero artista, lascia che siano le immagini a parlare, sempre per poter dare allo spettatore l’impressione di poter sentire sulla propria pelle, ciò che stanno vivendo i personaggi.
Da Velluto Blu (1986) a Strade Perdute (1997), fino a Mulholland Drive (2001), passando per la celebre serie televisiva I segreti di Twin Peaks (1990), tutta la filmografia di Lynch è pervasa da una profonda dualità.
Il suo è un mondo di opposti: dove c’è il bene si cela sempre il male, l’ordinario e lo straordinario di mescolano in un vortice ambiguo. Esemplare in questo senso è proprio la presentazione della cittadina di Twin Peaks, all’apparenza un luogo tranquillo, quasi idilliaco, ma sotto la sua superficie si celano segreti e forze malvagie che sconvolgono la vita dei suoi abitanti.
Il tema del doppio si manifesta anche nei personaggi, spesso separati da due identità, quella apparente e quella nascosta. La presenza di doppelgänger è una costante, simboli che rappresentano il dualismo che pervade l’animo umano.
Uno degli elementi più ricorrenti nell’estetica lynchiana sono le ambientazioni e le scenografie dall’atmosfera anni Cinquanta, dalle linee pulite e forme geometriche semplici. Anche questa scelta può essere letta come un ulteriore elemento di dualità: la società americana degli anni Cinquanta, apparentemente ordinata e perfetta, nascondeva sotto la superficie una forte tensione, scaturita dalla guerra fredda e dalla paura per il comunismo.
Le luci e le ombre hanno un ruolo fondamentale nella creazione delle scene di tensione. In particolare le ombre, contribuiscono a costruire il mistero: i personaggi emergono o spariscono dall’oscurità, spesso attraverso anche delle tende, simbolo del limite tra due mondi.
Imprescindibile per la creazione dell’atmosfera lynchiana è l’uso del suono, che diventa una dimensione fondamentale del raconto. Il suono è sempre disturbante e inaspettato, amplificando così la sensazione di straniamento e inquietudine che pervade le sue scene.
In ogni film di Lynch, ciò che si sente è importante tanto quanto ciò che si vede. Ogni rumore o sussurro, ogni silenzio, contribuisce a costruire il paesaggio emotivo e psicologico entro cui i personaggi si muovono.
David Lynch ha esplorato i meandri più oscuri della mente umana. La sua capacità di fondere il surreale con il quotidiano, l’ordinario con l’inaspettato, ci ha fatto sobbalzare dalle poltrone del cinema. Con la sua scomparsa, il cinema perde uno degli autori più visionari e influenti di sempre.

