Fellini e il cerchio: la scena finale di 8½
8½, capolavoro del 1963, racconta la crisi creativa del regista Guido Anselmi, alter ego di Fellini, interpretato da Marcello Mastroianni.
Guido ci porta nei meandri dei suoi pensieri, racconta la sua crisi creativa che lo porta a sentirsi bloccato di fronte al suo nuovo film in produzione. La narrazione deraglia in poco tempo, non c’è più solo il set, il produttore e l’attrice da scegliere al più presto; ci sogni sogni, fantasmi e visioni. Guido non sa più distinguere ciò che vive da ciò che immagina, proprio come succede allo spettatore.
8½
Fellini, arrivato all’ottavo film e mezzo, tra lungometraggi e co-regie, costruisce un’opera potente, che riflette su se stessa, sul cinema, sull’identità, sull’amore e sull’infanzia. È un film che si interroga fortemente sul senso del raccontare, e finisce per raccontare l’impossibilità di farlo. Eppure, in tutto questo caos, una scena in particolare, l’ultima, emerge con una forza illuminante: una danza circolare che tutto accoglie e tutto pacifica.
Il cerchio
La scena si apre in un’ambientazione onirica e spoglia. Guido ha rinunciato al suo film, ha dichiarato il fallimento. Il set è vuoto, le impalcature sembrano relitti. Dai margini dell’inquadratura accade qualcosa: iniziano ad arrivare tutti i personaggi del film, vivi, morti o immaginari che siano. È un corteo, apparentemente senza logica, ma perfettamente armonico.
La musica, dolce e circolare accompagna la processione: gli adulti seguono, si prendono per mano, iniziano a danzare. Alla fine, anche Guido entra nel cerchio. È un momento di rottura e ricomposizione: l’uomo che non sapeva più raccontare si affida al gioco infantile che lo salva.
Il simbolismo
Nel simbolismo tradizionale, la figura del cerchio è una figura di totalità, di perfezione. Nel film di Fellini diventa gesto di accoglienza: abbraccia tutte le contraddizioni del protagonista senza risolverle. Non c’è risposta, non’è fine.
Quando Mastroianni poco prima della scena finale afferma: “È una festa la vita, viviamola insieme” ci da uno spunto per capire il passaggio chiave del film: non più io, ma noi. La scena che segue non è altro che la concretizzazione visiva di quell’idea: vivere insieme, fare un cerchio, accettare anche il caos come parte dell’armonia.
Fellini
La scena del cerchio, forse, è la più felliniana dell’intera filmografia del regista. Racchiude tutta la sua vita. È come se, nel crollo del film che Guido non riesce a girare, Fellini trovasse la forma più pura del suo cinema: un atto di fiducia nell’immaginazione come forma di resistenza.
Nel nostro tempo confuso, la scena del cerchio risuona con una forza particolare. Racconta di un artista che non sa più cosa dire, ma che trova comunque un modo per non rimanere solo. Racconta di un fallimento, che non è una sconfitta, ma un pretesto per un gesto collettivo, affettuoso, umano. Una chiusura che si apre, un finale che è anche un nuovo inizio.
Guido percepisce che tutte le persone che ha amato, deluso sognato o incontrato, non sono mai andate via. Sono parte di lui, della sua storia. Il cerchio è anche questo: ognuno dei personaggi che gli ruota intorno, partecipa o ha partecipato alla sua vita. È un fluire reciproco. In quel cerchio, Guido, non troverà mai risposta, ma ritroverà se stesso. Si rivede bambino: lo stesso che, in fondo, ha sempre cercato di raccontare il mondo con gli occhi stupiti.
