Skip to content Skip to footer

Gus Van Sant, l’incanto della marginalità e della solitudine

Un focus sulla poetica di Gus Van Sant, cineasta della marginalità, della solitudine e del silenzio. Corpi vaganti, sguardi persi e tempo come presenza.

Festeggiamo il compleanno di Gus Van Sant esplorando il suo percorso cinematografico. Autore capace di alternare il cinema sperimentale e indipendente a quello, se vogliamo, mainstream, ma sempre con un filo che collega i suoi personaggi. Corpi giovani che vagano senza una vera meta, anime ai margini, traumi, silenzi. In un’America invisibile, l’adolescenza si figura come un passaggio senza via d’uscita e il tempo, un nemico che non abbandona. Da Mala Noche a Belli e dannati, passando per Paranoid Park, Last Days e Elephant e Gerry, fino a Will Hunting – Genio ribelle, con il quale si apre a un pubblico più vasto.

Giovani dispersi, corpi senza casa né meta

Nel cinema di Gus Van Sant, l’adolescenza nell’America emarginata è ritratta con estrema attenzione. I giovani appaiono come figure erranti che scalpitano continuamente. Non c’è nido e non c’è destinazione. I suoi personaggi sembrano cercare un senso che, perpetuamente, sfugge. La precarietà in anima e corpo è un tema presente sin dagli esordi con Mala Noche e Drugstore Cowboy. Qui, il mondo non è altro che una dimensione precaria di opportunità ed emotività, che non offre nulla. In egual modo, in Belli e dannati, Mike e Scott attraversano paesaggi e non-luoghi, in un viaggio che si rivela più interiore che altro.

Il tempo dilatato di Gus Van Sant

Il cinema del regista statunitense predilige tempi lenti, sospesi, quasi tangibili. La trama sembra dissolversi di fronte all’esperienza, e i respiri che alimentano il film sono più le sensazioni che gli avvenimenti veri e propri. Lo smarrimento esistenziale è tema fondante del cinema di Gus Van Sant, ed è presente in ogni sua opera. In Gerry, concretamente, due amici si perdono nel deserto, ma ciò che emerge è l’anima che si disconnette totalmente con il corpo. Ciò è espresso con lunghi piani sequenza e una stasi estrema. In Elephant il tempo è decelerato, concatenato e la fragile e insulsa quotidianità viene spezzata da una violenza muta.

Gust Van Sant

Il tempo come presenza onnipresente

Gus Van Sant fa del tempo una presenza onnipresente, configurandolo come personaggio aleatorio. In Last Days, la macchina da presa segue Blake, lo scruta da lontano e al tempo stesso lo avvolge. Il tempo, qui, è un essere silenzioso e paradossalmente pesante. Così, il protagonista è intrappolato in una solitudine consistente. In Paranoid Park, Alex, uno skater adolescente, vive un trauma profondo che lo cambia per sempre. Da quel momento la città diventa luogo di alienazione. Il suo cammino è scolpito da frammenti e alimentato dal senso di colpa. Il tempo non è altro che un personaggio a sé stante che amplifica il vuoto e toglie il respiro.

L’America invisibile: marginalità e identità queer

Il cinema indie americano ha sempre dato uno sguardo lì dove non era permesso. Se pensiamo alla marginalità adolescenziale il pensiero va certamente a Korine, Clark, Baker e chiaramente a Gus Van Sant. Ognuno esprime il malessere adolescenziale in modi differenti. Tuttavia, c’è sempre una costante: i giovani di queste storie si presentano privi di appartenenza e di una solida identità, muovendosi in un mondo che li ignora e li rifiuta. Il senso di estraneità, impotenza e talvolta ribellione sono caratteristiche che trapelano attraverso il linguaggio cinematografico di Gus Van Sant, e i suoi antieroi-outsider che rendono la sua filmografia certamente riconoscibile.

Gus Van Sant e il linguaggio cinematografico

Gus Van Sant ha fatto del linguaggio cinematografico un codice per esprimere ciò che i suoi personaggi non riescono a dire con le parole. L’incomunicabilità è un tema fondante del suo cinema, che risiede non solo nei dialoghi minimi e nei silenzi preponderanti, ma anche nelle inquadrature e nel paesaggio sonoro. L’assenza diventa mezzo narrativo che si esprime con sguardi vuoti, volontà mancate e un mondo impercorribile. Lunghi piani sequenza che catturano il tempo che scorre inesorabile, il paesaggio che diventa fantasma, dissolvenze e campi lunghi che trasformano gli spazi in luoghi della mente.

Gus Van Sant

Dal cinema indie a quello mainstream

Gus Van Sant ha saputo aprirsi al cinema mainstream senza però tradire la sua essenza. Con Will Hunting – Genio ribelle, non ha abbandonato il suo sguardo sugli ultimi, scegliendo però una narrazione più classica, in cui ciò che racconta è principalmente la trama. Vincitore di due Oscar, il film segue Will, un ragazzo ribelle e nullatenente, ma con un talento straordinario. Nonostante il salto verso un cinema più stellato, Van Sant mantiene in un certo senso il suo linguaggio denso e poetico: attenzione all’interiorità dei personaggi, desiderio di riscatto e una regia fatta di dettagli.

Dunque, ciò che resta del suo cinema è il cuore: corpi in transito che si agitano in un mondo complesso che li ignora. Lì dove la marginalità e la fragilità si trasformano in un atto di meraviglia.