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In memoria di Udo Kier, icona pop del cinema
Oggi è morto un attore il cui nome è sconosciuto ai più, ma che è una vera e propria icona: Udo Kier. Ripercorriamo insieme cosa ha rappresentato per il cinema.
Udo Kier è una di quelle presenze che sembrano attraversare la storia del cinema come figure mitologiche: enigmatico, elegante, disturbante quando serve, sempre iconico. La sua traiettoria non è solo quella di un attore caratterista diventato cult, ma quella di un volto che ha saputo incarnare la sensibilità estetica e l’irrequietezza creativa di un’intera epoca.
Udo Kier alla corte di Warhol
Nato in Germania nel 1944, Kier approda al cinema internazionale negli anni in cui la cultura underground sta ridefinendo le gerarchie artistiche. È proprio in questo contesto che avviene l’incontro con il “clima Warholiano”, più che con Andy Warhol in senso diretto: Kier diventa protagonista dei due film diretti da Paul Morrissey per la Factory, Flesh for Frankenstein (1973) e Blood for Dracula (1974). Warhol li “presenta”, li mette sotto il suo ombrello, e di fatto li consacra come parte di un immaginario che unisce trash, arte e provocazione.
In quei film Kier non è semplicemente un attore: diventa un simbolo. La sua recitazione altisonante, volutamente artificiale, si inserisce alla perfezione nell’estetica di quella cerchia di artisti che giocavano con la decostruzione dei generi, con il kitsch come forma di verità, con l’eccesso come poetica. L’attore tedesco porta con sé una bellezza ambigua e un’aura di esotismo che colpiscono subito. In un mondo popolato da figure come Joe Dallesandro, Candy Darling e Holly Woodlawn, Kier non è un prodotto della Factory, ma uno dei suoi pianeti satelliti: un corpo estetico che si integra naturalmente con quel linguaggio.
Molti incontri, fortunati, con i registi
La sua fortuna si costruisce anche nei rapporti con i registi europei e americani che negli anni Settanta e Ottanta riconoscono in lui una versatilità fuori dal comune. Rainer Werner Fassbinder lo utilizza come elemento straniante, mentre Wim Wenders e Dario Argento ne intuiscono la forza evocativa. Molti registi, da Gus Van Sant a Lars von Trier, sapranno in seguito far leva proprio su questa miscela di eleganza decadente e fragilità minacciosa che Kier si porta addosso.
In molti sensi, Udo Kier è stato un ponte tra due mondi: tra l’Europa del cinema d’autore e l’America della cultura pop espansa, tra il gotico e il camp, tra l’ironia e il perturbante. La sua icona nasce da qui: dal fatto che non sembra mai “recitare”, ma incarnare. È un performer che supera lo schermo perché riesce a evocare sempre qualcos’altro: un’epoca, un immaginario, un desiderio estetico.
Fino ad oggi, che ci ha lasciato, Kier è stato una leggenda del cinema outsider, uno degli ultimi testimoni di quell’incandescente periodo in cui arte, vita e performance potevano confondersi senza barriere. Un’icona, sì, ma anche un archivio vivente di un mondo che, da oggi, è meno splendente.
