Skip to content Skip to footer

L’albero: regista e cast ospiti a La Redazione di Roma

Sara Petraglia, Francesco Rita, Carlotta Gamba e Tecla Insolia ospiti di un lungo talk dopo la proiezione del loro film, L’albero. Ecco cos’hanno raccontato.

L’albero è il film d’esordio alla regia per Sara Petraglia, che ne firma anche la sceneggiatura. Le musiche sono di Francesco Rita e sullo schermo vediamo gli ormai ben noti volti di Carlotta Gamba e Tecla Insolia, quest’ultima fresca di David alla Miglior Attrice Protagonista per L’arte della gioia ed entrambe vincitrici del David Rivelazioni Italiane.

Tutti e quattro lo scorso martedì hanno partecipato all’incontro de La Redazione Sguardi Scomodi – Esordi a Via Carlo Emanuele I, 26 a Roma. Una lunga chiacchierata sul loro film e sul cinema in Italia.

Noi di Almanacco eravamo tra il pubblico e ve ne proponiamo i momenti più curiosi e stimolanti.

L’albero, l’idea di partenza

Sara Petraglia : “Il film parla dei miei vent’anni. Non ho avuto proprio un’idea: è successo e poi non riuscivo a smettere di pensare, negli anni, a queste cose che avevo vissuto, a queste persone. Intanto facevo un altro lavoro, però la scrittura era un’ossessione. Mi sono detta di provare a scrivere un romanzo e invece è uscito fuori un film, di getto, in un mese e mezzo/due.

La vicenda in realtà era ancora più assurda di così, io ho dovuto tagliare tanta roba: la vita supera i film e la forza di aver vissuto una cosa è che puoi sentirti sincera nel raccontarla. La sceneggiatura era vera.

Il tono di questa storia abbastanza drammatica doveva essere anche un po’ scemo, come loro. Ogni tanto scrivevo queste scene un po’ poetiche e poi mi veniva sempre da ridere. Quindi ho provato a smorzare la pesantezza con delle cavolate. Per me il punto di forza di questi due personaggi è la loro autoironia”.

Le prime impressioni dopo le riprese

SP: “Girare è stato così bello, ma poi mi sembrava che non funzionasse, che niente fosse come l’avevo pensato. Invece poi è venuta fuori una cosa che mi è piaciuta molto, nuova rispetto a quello che avevo scritto e anche girato. Però ci ho messo un po’ a dirmi contenta di quello che ho fatto”.

Carlotta Gamba: “Da attrice, per i film che faccio io, preferisco farli che vederli. Quando ho visto il film ho notato degli aspetti che prima non avevo pensato. Questa cosa di Bianca di credere nella sua creatività, nella sua immaginazione, nei suoi libri è secondo me un po’ quello che la salva dall’abuso di sostanze. Questo mi è piaciuto tanto e quando ho fatto il film non ci avevo riflettuto”.

Tecla Insolia: “Forse è un film che avrei amato molto vedere quando ero più piccola. Se io avessi avuto un film così a 15 anni mi sarei riconosciuta in qualcosa. Girare questo film è stato molto importante per me e lo sto capendo a posteriori”.

Francesco Rita: “Quando l’ho visto in sala ho avuto la sensazione di star vedendo una cosa diversa, abbastanza nuova. Sono molto orgoglioso”.

L’amicizia: Carlotta, Sara e Tecla

CG: “Per me è fondamentale sentirmi in uno spazio sicuro e di amore. Noi ci siamo conosciute al call-back e poi ci siamo riviste per la lettura del copione. Nessuna delle tre si conosceva. Sono stati tre giorni di lettura in cui abbiamo riso tutto il tempo. Questo ha sorretto moltissimo la mia interpretazione: senza quello sguardo di complicità prima dell’azione sarebbe stato molto più difficile.

Sapere oltretutto che era una storia vera, la storia di Sara, mi ha scossa molto e sentirla vicina emotivamente mi ha aiutata. La mia interpretazione è al 50% la mia e al 50% la nostra amicizia“.

TI: “Io mi sono innamorata totalmente della storia che dovevamo raccontare, dello sguardo di Sara su di noi, di quello che è successo, che è stata un po’ una magia. Quando lavori sapendo di essere inclusa in qualcosa che va oltre le cose che riusciamo a comprendere ti senti molto più gratificata e compresa”.

Avere la consapevolezza di stare raccontando la storia di Sara ha portato la nostra attenzione su un altro livello, che non è quello tecnico, ma emotivo. Al primo incontro con Sara le ho chiesto se era una storia sua perché c’era qualcosa che mi ossessionava nel modo in cui era scritta. Non c’era niente di sbagliato, era tutto così naturale che mi è sorta spontanea, come questione. La sincerità di Sara mi ha coinvolta moltissimo.

Io poi mi sono trasferita a Roma a casa di Carlotta per il film e mi sono voluta trasferire a vivere a Roma dopo aver girato questo film. Ecco cosa si è costruito. E non è scontato”.

SP: “Io penso che la presenza di Tecla e Carlotta faccia la metà del film, anche di più. Il film si tiene su grazie a loro. È un privilegio aver lavorato con due attrici così, non so se le avrei più acchiappate: è stata una congiunzione di eventi che ha fatto sì che fossero ancora libere.

Tecla stava finendo di girare la serie di Valeria Golino, Carlotta aveva finito Dostoevskij. Credo anch’io che l’amicizia che si è creata sia stata fondamentale, ma credo pure che ci sia stato un grande talento.

Poi sì, c’è qualcosa che è nata dalla pancia e dal cuore. Io ero molto stupita in quei giorni in cui abbiamo letto la sceneggiatura, perché ero molto tesa: non avevo mai lavorato con delle attrici, non avevo girato neanche un corto”.

Il rapporto tra Bianca e Angelica (attenzione: spoiler!)

SP: “Le persone come Bianca cercano l’intensità a tutti i costi e Angelica rappresenta questo tornado“.

TI: “Io penso anche di aver scoperto una sorta di invidia: nella ricerca di quel tipo di intensità, esperienze e rapporto. Il sapere che sono cose talmente tanto uniche che non si possono rappresentare e ricreare. Nella fascinazione di Sara ho iniziato a costruire qualcosa che oggi è anche mio”.

SP: “Secondo me questa non è una relazione tossica, ci tengo a dire. È vero che c’è la dimensione della dipendenza affettiva che si mischia con la cocaina, però da un certo punto in poi la cocaina non c’è più. Ognuno può pensarla come vuole perché uscire da una cosa così può durare anni, ma loro stanno sicuramente meglio nel finale.

Spero di aver raccontato il fatto che alcune persone nella tua vita non ci possono stare, ma che invece altre dopo un po’ ci possono tornare.

Io penso che tra questi due personaggi rimanga una tensione di qualcosa che non è mai successo, di un amore che non è andato: quelle cose che durano per sempre, perché se non le vivi stanno là”.

La cocaina

CG: “Uno dei primi discorsi che ci ha fatto Sara è che non voleva che noi fossimo esagerate nel mostrare gli effetti della cocaina: ha cercato subito di tranquillizzarci anche in questo senso. Non voleva che la cocaina fosse il centro del film.

Però io e Tecla abbiamo avuto un approccio un po’ ossessivo rispetto alla manualità, sul come. Abbiamo imparato con la mannite [ride, n.d.r.]: ci vedevamo a casa mia. Ci interessava sapere come averla in mano, essere credibili“.

TI: “L’estate prima di iniziare le riprese avevo chiesto a Sara se ci fossero dei film da cui comprendere qualcosa e avere dei riferimenti. Però mi ha fatto una lista di film in cui non si droga nessuno e ho capito che era una ricerca emotiva“.

“Quando parlo della sincerità che Sara ha avuto nei confronti miei e di Carlotta, parlo anche di questa cosa qui. Non so quale altra regista sarebbe stata così disposta a mettersi a nudo con una parte della propria vita.

Questi due personaggi si drogano da tempo: nella gestualità, nelle espressioni del viso, nel modo in cui questo gesto facesse parte della propria quotidianità chiedere a Sara è stato proprio essenziale.

Non vedere una spettacolarizzazione anche dal punto di vista della regia, quindi delle inquadrature, non vedere dei cambi temporali o dei rallentamenti è originale, stranamente. Vedere qualcosa così com’è senza vedere l’effetto che ha sulla persona che ne sta facendo uso”.

SP: “Noi viviamo una vita immersi nelle sostanze: se non siamo noi è qualcuno accanto a noi. E trovo assurdo che o se ne parla in modo molto legato alla periferia e al mondo maschile, o non c’è, oppure c’è un ragazzo che dà una botta a una serata e dopo continua la sua storia.

Se scriviamo invece un film su una nostra amica magari ci viene meglio, perché le cose le abbiamo davanti. Io non ho voluto parlare della dipendenza: ho raccontato una storia in cui succede questa cosa a due personaggi a un certo punto della loro vita. Devi partire dai personaggi, non dai temi”.

L’albero, simbolo delle cose che restano

SP: “L’albero non è un simbolo tanto per: io avevo un albero fuori dalla finestra. Quando ho iniziato a scrivere l’ho messo nella sceneggiatura e ha preso sempre più forza, era sempre più presente. Alla fine ho capito che tutto girava intorno a quest’albero e ho dato il titolo al film solo quando ho finito la sceneggiatura.

Non sapevo quanto quell’albero era rimasto nella mia testa. Per me è quello che ti rimane delle cose che vivi, un’immagine che non puoi cancellare. Il mio rapporto con quel pino specifico è stato abbastanza leggero per quello che abbiamo messo nel film, perché il mio l’hanno tagliato. E in realtà recentemente anche quello del film“.

TI: “A me lo hanno scritto su Instagram e non volevo crederci. Prima di chiamare Sara ho chiesto a un mio amico di andare, io mi stavo sentendo male. Lui è andato e mi ha fatto una videochiamata e io non volevo rispondere.

Non so per quale motivo, ma quello è diventato il mio albero, il simbolo delle cose che restano. Grazie al film adesso resterà in qualche modo, ma è pazzesco pensare che una cosa che vedevi tutti i giorni non ci sarà più”.

FR: “Più che l’albero in sé per me ha assunto importanza una foto che mi ha portato Sara mentre registravo, che poi è diventata la copertina del mio disco. Ho empatizzato con la sua visione: qualcosa che rimane più a lungo, che si accolla le difficoltà più a lungo. È un rapporto col tempo, con la capacità di adattamento”.

Le musiche

SP: “Io e Francesco ci conosciamo da più di dieci anni, quasi venti. Quello che Francesco ha fatto per il film è stato capire già prima di girare qual era il tono e ha scritto le musiche prima. È stata una visione unica che è andata parallela”.

FR: “Io ci ho messo tutte le mie malinconie perché so che Sara è un soggetto malinconico e nostalgico come sono io“.

“Al di là della tecnica e della riuscita per me era la cosa giusta da fare. C’è stato anche un momento in cui eravamo in tensione, ma lì si è visto il valore dell’amicizia: nessuno ha cercato di sovrastare l’altro.

Ci si ricorda molto spesso delle musiche per i film all’ultimo secondo, invece io ho avuto la fortuna di lavorare con una persona che ci ha pensato da subito. Ne abbiamo parlato per mesi”.

Le scene più complesse (attenzione: spoiler!)

CG: “Tante: per me non è stato semplice trovare Angelica. Era ambigua, non sai quasi niente di lei. Entri molto più in contatto, anche da spettatore, con Bianca. Angelica non si lascia tanto a nessuno.

La litigata in autogrill sicuramente per me è stata difficile. Per com’era scritta poteva essere un piano sequenza e in realtà sono tante scene tutte staccate. Per me è stato difficile portare quella tensione che stava salendo, così frammentata“.

TI: “Anche perché quella scena era scritta come una litigata in autostrada guidando. Io ho preso la patente per questo film, ma da troppo poco per poter girare una scena così.

Sì, probabilmente quella era la scena che mi spaventava di più anche perché era la scena che ho fatto ai provini con Carlotta. Una scena che fai spesso e poi ti ritrovi a dover costruire di nuovo. Ma è come se, avendo una difficoltà, tu riuscissi a muoverti meglio, dovendo risolvere qualcosa che non capisci. Scatta qualcosa, anche il fatto di non avere tempo: cambiava anche la luce”.

La difficoltà di un esordio in Italia

SP: “Io ho avuto un grande privilegio: appena la mia sceneggiatura è stata letta mi hanno detto di sì il giorno dopo. Conoscevo già il produttore, ci ho lavorato per dieci anni e mi ha chiamato il giorno dopo dicendomi di girare io. Inizialmente ho detto di no, poi lui mi ha richiamata una settimana dopo chiedendomi a chi lo avrei fatto girare, potendo scegliere. Ho risposto: ‘A nessuno, perché il film è mio’. Quindi ho avuto il privilegio di esordire senza neanche voler esordire.

La difficoltà produttiva è sempre quella di trovare dei soldi per fare un film, che non rientreranno, tendenzialmente. Questo film è uscito il 20 marzo ed è stato pochissimo nelle sale.

Oggi [13 maggio 2025, n.d.r.] quattro persone mi hanno chiesto quando esce, per dire. Molte persone lo stavano aspettando e invece era già uscito due mesi fa. Magari è solo in quell’orario, solo in quei tre cinema”.

Il budget

“Noi non abbiamo trovato coproduzioni, quindi abbiamo fatto il film con un budget molto basso. Se posso dire, è stata la fortuna di questo film. Sarebbe stato bello avere più soldi, ma averne pochi ti porta a tagliare dove devi, eliminare il superfluo, andare al punto, trovare il cuore delle cose.

Non hai il dolly, non lo fai, non hai carrelli, non li fai. Hai meno opzioni, ma se la sceneggiatura è buona e hai due attrici così è più difficile sbagliare.

I soldi non sono il punto del riuscire a fare un buon film. Ovviamente però nessuno si è arricchito facendo questo film e ringrazio le persone che ci sono venute incontro. Noi lo abbiamo fatto davvero un po’ tra amici: bici, case, locali”.

E al Pigneto: il lungometraggio, quasi per la sua interezza, è ambientato tra le strade del quartiere romano.

Il tempo

“La cosa che ha gravato di più è che abbiamo avuto poco tempo. Solo in quattro settimane è stato faticosissimo dover girare quattro/cinque scene al giorno, in un unico isolato perché non avevamo i tempi per spostarci. Per fortuna c’erano loro due, perché abbiamo potuto fare pochi ciak.

La vera difficoltà produttiva è stata che hanno messo Napoli in testa alle riprese, la prima settimana. Sono le scene in cui loro sono più drogate, più innamorate, più disperate.

Era prevista una giornata di esterni e gli interni a Roma. Poi però a Roma diluviava e quindi l’unico modo per non bruciare quella settimana era mettere delle scene a Napoli. Perciò abbiamo risparmiato, paradossalmente, andando a Napoli la prima settimana, ma avendo all’inizio le scene più difficili per me e per loro“.

Su questo set si è anche pianto (attenzione: spoiler!)

SP: “Abbiamo pianto un po’ tutti nella scena in cui Celeste accompagna Bianca al Sert e le dice che ha un tumore. Il film è per una nostra amica e quindi chiunque fosse sul set in quel giorno ha pianto”.

CG: “Veramente hai pianto anche quando abbiamo cantato”.

TI: “Anche a Napoli hai pianto [risate generali, n.d.r.]. Riguardo a questa scena di cui vi stava raccontando Sara…  vedere tutti coinvolti in una scena, girarti e vedere tutte le persone commosse, dentro a quello che stava succedendo: è assurdo.

Questa è stata un po’ la cosa speciale del film: che fosse tutto condiviso. Era un ambiente molto armonioso”.

Per leggere la recensione di Almanacco Cinema de L’albero cliccate qui!