L’amica geniale su Netflix tra libri e serie: Elena e Lila, il rione, la lotta di classe, il potere dello studio e l’emancipazione.
Ci sono storie che raccontano soprattutto i loro protagonisti e altre che, attraverso le vicende di pochi personaggi, riescono a raccontare un’intera società.
L’amica geniale appartiene sicuramente alla seconda categoria: la storia di Elena Greco e Raffaella Cerullo, detta Lila, è anche il racconto di un quartiere di Napoli, di un’Italia che cambia e di generazioni di donne che cercano, con strumenti e possibilità molto diversi, di conquistare uno spazio per sé.
La serie tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante è disponibile su Netflix e segue Elena e Lila dall’infanzia all’età adulta, attraversando decenni di amicizia, rivalità, separazioni e riavvicinamenti.
I quattro romanzi, L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta, diventano così un racconto televisivo che parte dal rapporto tra due bambine per arrivare a parlare di molto altro: della povertà e delle differenze di classe, della violenza, del lavoro, della politica, del femminismo e soprattutto delle possibilità che una persona può avere o perdere ancora prima di essere davvero libera di scegliere la propria strada.
L’amica geniale, dal libro alla serie
La storia de L’amica geniale comincia nel rione napoletano nel quale Elena e Lila crescono negli anni Cinquanta, in un ambiente segnato dalla povertà, dalla violenza e da rapporti di potere che sembrano già stabiliti fin dall’infanzia. Le due bambine sono molto diverse, ma proprio questa diversità finisce per legarle: Elena è più riflessiva e trova progressivamente nella scuola e nella scrittura una possibilità di emancipazione, mentre Lila possiede un’intelligenza istintiva, rapidissima e difficile da contenere, che però non viene accompagnata dalla possibilità di continuare gli studi.
Questa differenza, apparentemente semplice, diventa una delle questioni fondamentali dell’intera storia. Elena può andare avanti con la scuola, conoscere altri ambienti e, almeno in parte, lasciare il rione; Lila, invece, è costretta a interrompere il proprio percorso scolastico e deve cercare altre strade per utilizzare le proprie capacità. Da quel momento le loro vite procedono in direzioni differenti, ma continuano a rimanere legate da un rapporto fatto contemporaneamente di affetto, ammirazione, competizione, gelosia e bisogno reciproco.
Nei romanzi, la storia viene raccontata soprattutto attraverso la memoria e il punto di vista di Elena, che da adulta ripercorre il rapporto con Lila e cerca di ricostruire una relazione impossibile da definire in maniera semplice. La serie deve quindi trasformare in immagini una storia profondamente legata alla dimensione interiore della protagonista, facendo diventare sguardi, silenzi, luoghi e corpi ciò che sulla pagina viene raccontato attraverso i pensieri.
È anche per questo che l’adattamento televisivo di L’amica geniale non si limita a seguire gli avvenimenti dei romanzi, ma costruisce progressivamente un proprio linguaggio visivo, capace di accompagnare la crescita delle protagoniste e le trasformazioni del mondo che le circonda.
La regia: quattro sguardi per raccontare una sola storia
Uno degli aspetti che meritano maggiore attenzione nell’adattamento televisivo de L’amica geniale è proprio la regia.
La prima stagione è stata diretta da Saverio Costanzo, che ha contribuito a definire l’identità visiva della serie, mentre nelle stagioni successive il lavoro è passato anche attraverso gli sguardi di Alice Rohrwacher, Daniele Luchetti e Laura Bispuri.
La quarta e ultima stagione, dedicata a Storia della bambina perduta, è stata interamente diretta da Laura Bispuri.
Il cambio di registi non ha però significato una rottura con ciò che era stato costruito nelle stagioni precedenti. Al contrario, la serie ha mantenuto una continuità visiva mentre cambiavano l’età dei personaggi, i luoghi e soprattutto il periodo storico nel quale si svolgevano le vicende.
Nella prima stagione, Costanzo costruisce un rione che appare quasi chiuso su sé stesso, con strade, cortili e abitazioni che restituiscono la sensazione di una comunità nella quale è difficile avere una vera privacy. Con il passare degli anni, anche l’immagine cambia insieme alle protagoniste e alla storia, seguendo il loro ingresso in ambienti sociali e culturali sempre diversi.
La regia diventa così uno degli strumenti attraverso i quali L’amica geniale racconta il passare del tempo. Non cambiano soltanto Elena e Lila: cambiano gli spazi che attraversano, il modo in cui vengono osservate e persino il rapporto che instaurano con il mondo esterno.
L’amica geniale, il rione non è soltanto lo sfondo della storia
Uno degli aspetti più importanti de L’amica geniale è il ruolo del rione, che non funziona semplicemente come ambientazione delle vicende. È quasi un personaggio collettivo, un luogo nel quale le vite delle persone si intrecciano continuamente e dove la condizione economica, il cognome, la famiglia di appartenenza e la reputazione possono determinare ciò che una persona può o non può fare.
Le famiglie si conoscono, si controllano e spesso si fanno concorrenza; il denaro stabilisce rapporti di forza, il lavoro determina il posto occupato nella società e i matrimoni possono diventare strumenti attraverso i quali migliorare la propria posizione. La violenza, inoltre, non appartiene a un mondo lontano dalla quotidianità, ma attraversa le relazioni familiari e sociali.
Elena e Lila vogliono entrambe uscire da quel mondo, ma lo fanno in maniera completamente diversa. Elena cerca una strada attraverso lo studio e la possibilità di costruirsi una vita lontano dal quartiere nel quale è cresciuta, mentre Lila rimane all’interno di quel sistema e prova a comprenderne le regole per riuscire a trovare, proprio lì, uno spazio di autonomia.
È una differenza fondamentale, perché permette a Ferrante di raccontare anche la mobilità sociale e il modo in cui le condizioni di partenza continuano a pesare sulle persone anche quando riescono, almeno in parte, ad allontanarsene.
In questo senso, il rione de L’amica geniale diventa molto più di un luogo: è l’ambiente sociale che condiziona i personaggi, definisce le loro possibilità e continua a esistere anche quando alcuni di loro cercano di lasciarselo alle spalle.

Quanto può cambiare una vita attraverso lo studio?
Tra i temi più forti de L’amica geniale c’è proprio quello dell’istruzione. Elena e Lila sono entrambe intelligenti, ma soltanto una delle due ha la possibilità di continuare a studiare.
Lila comprende velocemente ciò che le viene insegnato, legge, osserva e possiede una capacità quasi istintiva di capire le persone e i rapporti che la circondano. Eppure la sua intelligenza non basta, perché la sua famiglia decide che la scuola deve finire e che il suo futuro dovrà seguire un’altra strada.
La storia di Lila porta quindi a una domanda che va ben oltre il personaggio: quante donne intelligenti hanno avuto, nella realtà, capacità e ambizioni che non hanno mai potuto sviluppare perché non hanno avuto accesso agli studi?
Non è possibile sapere quante scrittrici, scienziate, artiste, insegnanti o ricercatrici non abbiano mai avuto la possibilità di diventare tali. Possiamo però guardare alla storia dell’istruzione italiana e vedere quanto a lungo le donne siano rimaste in una posizione di forte svantaggio.
Secondo Istat, nel 1926 le donne rappresentavano soltanto il 15% dei laureati; negli anni Cinquanta erano circa il 30%, mentre dal 1991 la loro presenza tra i laureati ha superato stabilmente quella maschile. Nel 2024, nella fascia tra i 25 e i 34 anni, possedeva un titolo universitario il 38,5% delle donne, contro il 31,6% considerando complessivamente la popolazione della stessa età.
Numeri del genere non permettono di stabilire quanto sapere sia stato perso nei decenni precedenti, ma rendono evidente la trasformazione avvenuta quando l’accesso delle donne all’istruzione si è progressivamente ampliato.
Ed è proprio questo che rende particolarmente interessante la storia di Lila. Non sappiamo che cosa sarebbe diventata se avesse potuto continuare a studiare e, forse, è proprio questa impossibilità di conoscere la sua vita alternativa a rendere il personaggio così potente.
L’amica geniale ci mostra una persona dotata di grandi capacità alla quale viene sottratta una possibilità fondamentale e ci porta a pensare a tutte le altre persone che, nella realtà, potrebbero aver vissuto qualcosa di simile senza che nessuno abbia mai raccontato la loro storia.
Una storia di donne, senza idealizzarle
Un altro elemento che ha contribuito alla forza de L’amica geniale è il modo in cui vengono raccontate le protagoniste. Elena e Lila non sono donne costruite per rappresentare un modello positivo di emancipazione, né personaggi sempre coerenti con quello che ci aspetteremmo da loro.
Sono gelose, competitive, insicure e a volte crudeli; possono provare invidia per l’altra e desiderare ciò che l’altra possiede, anche quando le vogliono bene. Elena può sentirsi inferiore a Lila e Lila può guardare alla vita di Elena pensando a tutto ciò che lei non ha potuto avere.
Sono emozioni che la letteratura spesso tende a semplificare quando racconta l’amicizia tra donne, mentre Ferrante decide di lasciarle emergere senza cercare di renderle più belle o più accettabili.
Ed è anche attraverso questa complessità che L’amica geniale riesce a parlare dell’esperienza femminile senza trasformarla in un racconto semplicemente edificante. Il confronto continuo con le altre donne, la paura di non essere abbastanza, la gelosia nei confronti di un’amica, l’invidia per una persona che sembra aver ottenuto ciò che noi desideravamo e quella rabbia che spesso non sappiamo nemmeno spiegare fanno parte della relazione tra Elena e Lila tanto quanto l’affetto e la solidarietà.
Ferrante dà spazio anche a queste parti meno presentabili dell’esperienza femminile, senza trasformarle necessariamente in un problema da risolvere. Le racconta come parte della vita, insieme alle ambizioni, alle contraddizioni e ai desideri che spesso convivono nella stessa persona.
L’amica geniale: gli attori, crescere insieme a Elena e Lila
Un’altra sfida enorme era rappresentata dalle protagoniste, perché raccontare la storia di Elena e Lila significa seguirle attraverso età molto diverse. La serie ha scelto quindi più interpreti per accompagnare la loro crescita.
Elena viene interpretata da Elisa Del Genio nella prima fase dell’infanzia, da Margherita Mazzucco nella parte centrale della storia e infine da Alba Rohrwacher nella quarta stagione, che diventa anche la voce narrante della serie. Lila passa invece da Ludovica Nasti a Gaia Girace e infine a Irene Maiorino.
La scelta è particolarmente importante perché il rischio, in una storia così lunga, sarebbe quello di percepire ogni cambio di attrice come una rottura. Al contrario, le diverse interpreti devono riuscire a mantenere alcuni tratti fondamentali dei personaggi, permettendo allo spettatore di riconoscere Elena e Lila anche quando cambiano il volto, il corpo e il modo di stare nel mondo.
Il lavoro degli interpreti non riguarda quindi soltanto la somiglianza fisica. È necessario mantenere la continuità dei caratteri, dei gesti e dei rapporti, facendo percepire che la bambina che osserviamo nella prima stagione è la stessa donna che ritroveremo molti anni dopo.
Anche il resto del cast contribuisce a costruire quella sensazione di comunità che rende il rione così importante. Accanto alle protagoniste troviamo, tra gli altri, Fabrizio Gifuni, Anna Rita Vitolo, Luca Gallone, Alessio Gallo, Eduardo Scarpetta e Francesco Serpico, all’interno di un cast molto ampio che accompagna le protagoniste per gran parte del loro percorso.
Fotografia, scenografia e musica
La riuscita dell’adattamento passa però anche da elementi che spesso rimangono sullo sfondo. La fotografia, affidata in diverse stagioni a Fabio Cianchetti, Hélène Louvart e, nella quarta stagione, Vladan Radovic, contribuisce a costruire il passaggio da un’epoca all’altra, mentre la scenografia di Giancarlo Basili e il lavoro sull’arredamento di Elio Maiello danno forma concreta al mondo nel quale vivono i personaggi.
I costumi di Antonella Cannarozzi completano questa ricostruzione, seguendo la trasformazione sociale e personale delle protagoniste. Anche gli ambienti raccontano quindi qualcosa che va oltre l’aspetto estetico: il modo in cui cambiano case, vestiti, strade e luoghi frequentati da Elena e Lila accompagna la trasformazione delle loro vite.
Un ruolo particolare lo hanno anche le musiche di Max Richter, che accompagnano la serie senza trasformare ogni momento emotivo in qualcosa di esplicitamente sentimentale. La musica diventa piuttosto parte dell’atmosfera generale, contribuendo a collegare le diverse fasi della storia e a dare continuità a un racconto che attraversa diversi decenni.
L’amica geniale, una storia che va oltre Elena e Lila
È difficile quindi definire L’amica geniale soltanto come una storia di amicizia femminile. La relazione tra Elena e Lila è il punto di partenza, ma attraverso le loro vite Ferrante racconta anche la Napoli del dopoguerra, la trasformazione dell’Italia, le differenze di classe, il lavoro, la violenza, la politica, il femminismo e il modo in cui le opportunità possono cambiare il destino di una persona.
Tra queste opportunità, lo studio occupa un posto centrale. La differenza tra Elena e Lila mostra concretamente quanto possa incidere la possibilità di continuare a formarsi e quanto sia difficile immaginare ciò che una persona avrebbe potuto diventare se quella possibilità non le fosse mai stata negata.
Ed è proprio qui che la storia di Lila assume un significato che va oltre il romanzo. Non possiamo sapere quante donne intelligenti abbiano avuto una vita diversa da quella che avrebbero potuto avere perché non hanno potuto studiare, né possiamo stabilire quanto prima sarebbe cambiata la società se l’accesso all’istruzione fosse stato realmente paritario fin dall’inizio. Possiamo però osservare quanto sia cambiata la società quando le donne hanno avuto sempre più accesso alla scuola, all’università e alla possibilità di produrre conoscenza.
Ferrante mette tutto questo dentro la storia di due bambine, ma non dimentica mai che dietro le grandi trasformazioni sociali ci sono persone concrete, con desideri, paure, ambizioni e limiti. Elena e Lila sono intelligenti, ma l’intelligenza da sola non basta: servono le condizioni per poterla coltivare, il tempo per farlo e la possibilità di scegliere che cosa farne.
Ed è forse questo, insieme alla rabbia, alla gelosia, all’invidia, al senso di inadeguatezza e alla smarginatura, uno dei motivi per cui L’amica geniale continua a parlare a generazioni diverse. Racconta due donne che cercano di capire chi possono diventare, ma anche una società che, per molto tempo, ha stabilito per loro quanto lontano potessero arrivare. È proprio in questa tensione tra talento e possibilità, tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere, che si trova una delle chiavi più profonde della storia.