Perché il modello Netflix ci coinvolge a tal punto da invadere i confini della nostra realtà? Ecco un’analisi psicologica e sociologica su cosa accade.
«The television screen is the retina of the mind’s eye».
Videodrome (id., David Cronenberg, 1983)
Il frammento ripreso da Videodrome di David Cronenberg esemplifica metaforicamente ciò che sta accadendo nella nostra realtà fisica con l’avvento della piattaforma. Soprattutto lì dove il sistema narrativo abbatte sempre più la distanza tra noi e ciò che vediamo, o meglio, ciò che viviamo. Già in quegli anni, Cronenberg parlava di un passaggio “pericoloso”: lo schermo come estensione di corpo e mente. Guardare significa inevitabilmente essere plasmati, così, la realtà fenomenica collassa.
Se nel film questo processo è un incubo tecnologico esplicito e consapevole, nell’età contemporanea questa fusione ha provocato in noi assuefazione: ogni confine si è dissolto. Ma perché succede?
Netflix, uno spazio abitabile da tutti
Come tutte le linee editoriali, quella di Netflix si basa su studi e su una costruzione precisa delle storie. Ogni piattaforma – Netflix, Prime Video, Disney Plus, Mubi – ha sviluppato una propria identità, formata per attrarre un pubblico specifico e costruire un tipo di relazione con esso. Nel caso di Netflix, le narrazioni sono riconoscibili, accessibili e soprattutto abitabili. Ma cosa significa abitabili? Lo spettatore è chiamato a seguire una trama, una successione di eventi consequenziali (nel caso della serie TV) ma, per una serie di ragioni, finisce per abbracciarsi con i meccanismi narrativi in maniera intrinseca, poiché li percepisce familiari. In questo spazio sicuro, lo spettatore ritrova parti di sé, delle proprie esperienze di vita, ma anche delle proprie mancanze.
Questa abitabilità si forma soprattutto da un numero consistente di personaggi. Netflix raramente si concentra su una figura centrale, costruendo microcosmi popolati da molteplici soggettività, aumentando così l’inclusività. Ogni character ha il proprio modo di essere, dunque c’è sempre qualcuno in cui riconoscersi. Da un lato, agiscono come specchi, quindi lo spettatore vede riflessa la propria immagine, il proprio vissuto. D’altra parte, invece agiscono come desideri inespressi, incarnando ciò che vorremmo essere o diventare. In questo modo nasce l’immedesimazione. L’abitabilità nasce proprio da questo, riconoscimento e desiderio coesistono, rendendo possibile un coinvolgimento emotivo totale. Lo spettatore non solo attraversa questo universo, ma sceglie di rimanervi.
La struttura in tre atti e la serialità
Netflix, generalmente, si affida alla struttura narrativa classica per eccellenza nella drammaturgia: quella in tre atti. Questa consiste in tre momenti principali e comprende il viaggio dell’eroe: un atto iniziale che funge da introduzione di personaggi e ambienti, in cui poi accade il conflitto principale che cattura l’attenzione; un atto centrale, il più lungo, in cui c’è lo sviluppo del conflitto, ostacoli, riprese e tensioni sempre più crescenti; l’atto finale in cui c’è una catarsi che porta alla risoluzione del conflitto e il cambiamento dei personaggi. È una struttura quasi prevedibile che però genera aspettativa e anticipa i desideri. Lo spettatore, inconsciamente, apprende i momenti di crisi e fioritura, sa che qualcosa accadrà e questo rende la visione rassicurante ed emozionante.
Un’altra caratteristica distintiva di Netflix è la serialità, uno strumento che non spezza mai l’arco narrativo. Aspettativa, attesa, ogni episodio non è una chiusura ma una promessa. I cliffhanger agiscono direttamente sul piano emotivo, come se sospendessero una relazione, creando una sorta di subordinazione nell’occhio e nella mente di chi guarda vogliamo sempre sapere di più. Il binge watching diventa quindi una risposta naturale di mantenere il contatto emotivo con il safe place e la proiezione di noi stessi, ovvero i personaggi.

Esistere nel mondo digitale o in quello reale
Se poi uniamo questo alla nostra realtà, dunque la società in cui viviamo, fondata sull’iperconnessione digitale che sempre più però gioca a disfavore dei rapporti umani veri e della socialità, tutto questo torna. La solitudine contemporanea e la fuga dalla realtà favoriscono il rifugio perpetuo in una realtà che di fatto non esiste, ma che soddisfa i nostri bisogni relazionali ed emotivi. Questo, a volte, forma delle vere e proprie esperienze di collettività astratte che, se prolungate, cambiano la percezione e la cognizione della realtà.
Questo fenomeno sociale non deve essere letto necessariamente in chiave negativa, in quanto la binge culture e l’algoritmo non generano un consumo individuale, ma condivisione dei gusti e discussione, dunque interazione sociale. Non esiste mai una medaglia da una sola faccia.
Netflix e il caso Stranger Things
Potremmo prendere in considerazione qualsiasi serie tv, ma Stranger Things risulta l’emblema. La serie gioca su un’estetica e una nostalgia anni ’80 che colpisce un fenomeno profondo in noi: siamo tutti attratti da epoche che non abbiamo vissuto. Questa fascinazione si riflette nelle nostre abitudini quotidiane, dalla moda alla musica, fino ai riferimenti culturali di un tempo che ci appaiono come un sogno vintage. Il revival nasce dalla nostalgia, dal desiderio di appartenenza culturale e identitario.
Ma serie come Stranger Things sono significative per questo studio non solo per la nostalgia o l’estetica, bensì per la capacità di attivare in noi emozioni universali, archetipiche: amicizia, amore, perdita, lutto, crescita, passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta, la scoperta del sé. È per questo motivo che, in fin dei conti, i mondi che vediamo non sono altro che tutto ciò che abbiamo vissuto, che stiamo vivendo, o che vorremmo vivere, isole emotivamente familiari. In questo modo si crea una realtà parallela, un’immersione totale, che non è esclusivamente individuale, ma condivisa e culturale.
In definitiva, come nel frammento di Cronenberg, i confini diventano evanescenti e così schermo e mente trovano una casa comune.