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Stranger Things, una delle produzioni Netflix con un personaggio femminile di rilievo

Netflix e le donne: eroine, stereotipi e ambizioni

Guerriere o romanticone? Le serie Netflix disegnano donne sempre più complesse, ma gli stereotipi resistono dietro un femminismo spesso di superficie.

Su Netflix, negli ultimi anni, ha fatto capolino un numero sempre crescente di eroine interessanti, complesse, che svelano il loro lato oscuro.

In questo focus cercheremo di esplorare in modo in cui la piattaforma sta scegliendo di raccontare l’universo femminile: si guarda davvero oltre gli stereotipi oppure si tratta di un racconto solo di facciata, e anche un po’ ruffiano? Scopriamolo insieme.

Netflix, donne al centro della scena

Negli ultimi dieci anni Netflix ha costruito buona parte della sua identità editoriale attorno a protagoniste femminili. Non comparse, non spalle comiche, non fidanzate da salvare: donne che guidano la storia, prendono decisioni difficili, portano sulle spalle il peso morale della narrazione.

Da Undici di Stranger Things alla Regina Carlotta di Bridgerton, da Fleabag, acquistata dopo il successo sulla BBC, fino alle detenute di Orange Is the New Black, la piattaforma ha rotto con la logica del protagonista maschile come unico motore del racconto.

Analizzando il catalogo degli ultimi anni emergono tre grandi categorie di personaggi femminili: la donna forte e autosufficiente, l’eroina in conflitto con sé stessa e, sempre presente, la donna che aspetta di essere salvata. Magari da un uomo con gli addominali scolpiti.

L’eroina imperfetta: il modello più riuscito su Netflix

Il contributo più originale di Netflix alla rappresentazione femminile è quello dell’eroina imperfetta: non una superwoman senza macchia ma una donna che sbaglia, si contraddice, cede alle debolezze e non chiede scusa per questo.

Ruth Langmore di Ozark è una criminale con una morale tortuosa. Villanelle di Killing Eve, produzione britannica disponibile sulla piattaforma, è un’assassina psicopatica che seduce lo spettatore con un carisma spietato. Nola Darling di She’s Gotta Have It, la serie ispirata all’opera di Spike Lee, è una pittrice che rifiuta di scegliere tra i suoi amanti e trasforma questa scelta in una dichiarazione di libertà.

Queste donne non cercano approvazione, non si scusano per i propri desideri. La loro modernità sta nell’assenza di quella bonaria rassicurazione che il racconto tradizionale ha sempre preteso dalle protagoniste femminili.

Le ambizioni di carriera finalmente in primo piano

Una delle trasformazioni più significative riguarda il modo in cui le serie Netflix raccontano l’ambizione professionale femminile. Non più sullo sfondo, non più come elemento che rende la donna fredda o anaffettiva, ma come motore narrativo centrale.

In La regina degli scacchi Beth Harmon non si ferma davanti a nessun ostacolo, nemmeno quelli che costruisce con le proprie mani, in una visione dell’eccellenza femminile che non ha bisogno di essere giustificata. In Emily in Paris, al contrario, il profilo professionale della protagonista è spesso sacrificato sull’altare delle avventure romantiche parigine. In Emily in Paris, in effetti, la linea “femminista” è incarnata decisamente di più dal personaggio di Sylvie, la direttrice dell’agenzia nella quale lavora Emily.

Il confronto tra questi titoli rivela una polarità che attraversa il catalogo: da un lato serie che trattano l’ambizione femminile come un dato di fatto, senza bisogno di giustificarla; dall’altro produzioni che la usano come elemento di tensione romantica, come se il successo professionale di una donna richiedesse sempre un contrappeso sentimentale.

Netflix e la retorica del principe azzurro: morto o sotto mentite spoglie?

Il romanticismo resta uno degli ingredienti più redditizi di Netflix e i titoli orientati a un pubblico femminile adulto costruiscono spesso la loro risoluzione narrativa attorno a una storia d’amore. La domanda è: in che modo?

In Bridgerton il romanticismo è dichiarato, quasi programmatico. Ma le protagoniste, dalla Daphne della prima stagione a Penelope Featherington della terza (il discorso, per Sophie Baek della quarta, è leggermente diverso), scelgono attivamente il proprio partner e non si limitano ad aspettare di essere scelte.

Il potere del corteggiamento è ridistribuito, anche se l’amore resta la meta. In Virgin River il registro è più classico: Mel Monroe arriva in una piccola città per ricominciare e trova, insieme alla pace interiore, anche il suo uomo. La serie è tra le più viste in assoluto, ma il modello narrativo che propone è quello del romanzo rosa tradizionale.

Dove Netflix si distingue è nelle serie in cui l’amore non è la destinazione ma una delle strade possibili. Amiche per la morte – Dead to Me, con la sua storia di amicizia femminile che supera ogni convenzione narrativa, e Unbelievable, in cui il centro emotivo è la ricerca di giustizia, non una relazione romantica, rappresentano il meglio di ciò che la piattaforma produce quando sceglie di uscire da una formula fissa e, diciamocelo, anche decisamente stantìa.

Gli stereotipi che resistono

Netflix produce in scala industriale e la pressione commerciale si sente. Per ogni Beth Harmon c’è una protagonista la cui forza viene continuamente messa alla prova da un bisogno di convalida maschile. Per ogni Ruth Langmore c’è una donna che usa la propria competenza professionale come prova di femminismo mentre il resto del racconto la riporta sistematicamente verso una risoluzione romantica.

Uno degli stereotipi più duri a morire è quello della donna forte che soffre in silenzio: un personaggio dotato di straordinaria resistenza emotiva che non piange mai, non chiede aiuto, porta il peso del mondo sulle spalle. È il contrario dello stereotipo tradizionale, ma è comunque uno stereotipo, e in alcune produzioni Netflix emerge con fastidiosa regolarità.

C’è poi il problema della rappresentazione intersezionale. Le donne di colore, le donne con disabilità, le donne over cinquanta ottengono spazi narrativi ancora insufficienti. Quando esistono, spesso vengono confinate in ruoli di supporto o in storie che le riguardano esclusivamente come portavoce di una minoranza, non come individui complessi.
Fa eccezione The Boroughs – Ribelli senza tempo: serie prodotta dai Fratelli Duffer che però, ed è significativo, non verrà rinnovata per una seconda stagione.

Il dato che conta: chi scrive queste storie?

La qualità della rappresentazione femminile non è indipendente dalla composizione delle équipe creative. Le produzioni Netflix con sceneggiatrici donne in posizioni di reale controllo creativo, come GLOW con Liz Flahive e Carly Mensch, tendono a costruire personaggi femminili più stratificati, meno dipendenti dalla convalida esterna, più a proprio agio con le proprie contraddizioni.

Non è una regola assoluta, ma è un indicatore affidabile. Quando una storia su donne viene scritta principalmente da uomini, il rischio è che i personaggi femminili vengano costruiti attorno a ciò che un uomo immagina che le donne siano, desiderino, temano, piuttosto che attorno a ciò che le donne stesse raccontano di essere.

Cosa racconta il catalogo Netflix?

Ovviamente Netflix non è uno specchio fedele della realtà: è uno specchio di ciò che la realtà vorrebbe essere e di ciò che il mercato è disposto ad acquistare.

Le serie più coraggiose dimostrano che il pubblico segue donne complesse, ambiziose, moralmente ambigue, capaci di esistere al di là di una storia d’amore.
Le serie più commerciali dimostrano che c’è ancora un mercato enorme per le storie in cui l’amore romantico resta l’orizzonte ultimo della vita femminile.

Il punto non è scegliere un modello e imporlo, il punto è garantire varietà reale: storie in cui le donne siano libere di volere l’amore senza che quell’amore sia l’unica cosa che vogliono, libere di costruire carriere senza dover dimostrare che questo le rende meno femminili, libere di essere forti e fragili nello stesso respiro.

Quando Netflix arriva a questo, produce prodotti televisivi che vale la pena ricordare.