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Alessandro Grande, il cinema come specchio del reale
In attesa di Itaca, abbiamo intervistato Alessandro Grande, regista che indaga le scelte e le fragilità con uno sguardo profondamente umano sul mondo.
Classe 1983, originario di Catanzaro, Alessandro Grande si laurea in Storia, Scienze e Tecniche dello Spettacolo specializzandosi in Regia Cinematografica. Regista, sceneggiatore e docente di regia, da anni è impegnato a formare giovani autori.
Attraverso storie intime e personaggi spesso ai margini, racconta con sguardo partecipe le fragilità dell’adolescenza, i legami familiari e il riscatto sociale. Dai cortometraggi pluripremiati, su tutti Bismillah (2018), vincitore del David di Donatello, fino alla sua opera prima Regina (2020), presentata in concorso al Festival di Torino e vincitrice del Ciak d’oro, c’è sempre una costante: il desiderio di ascoltare le storie ancor prima di poterle raccontare, dando voce a ciò che ci attraversa più nel profondo.
Almanacco Cinema presenta: intervista ad Alessandro Grande, regista dove intimità e realtà si incontrano
Sin dagli esordi, da In My Prison a Margerita, fino a Bismillah, affronti spesso tematiche sociali e morali molto forti. Cosa ti ha spinto a raccontare storie così intense e radicate nella realtà?
Quello che mi ha spinto a raccontare queste storie è stato guardarmi attorno e cercare di capire, attraverso un’urgenza personale, che cosa mi faceva stare meglio, che cosa mi faceva sentire bene. Sentivo il bisogno di raccontare delle storie che nascevano proprio da ciò che osservavo nel quotidiano, e trasformarle in immagini.
Sono stato influenzato molto da ciò che accadeva intorno a me. In My Prison, per esempio, è nato in un periodo in cui si parlava molto del sovraffollamento delle carceri, di detenuti che non riuscivano a sopportare quell’ambiente opprimente e si toglievano la vita. Margerita è nato nell’anno in cui a Roma stavano smantellando i campi Rom. Bismillah, pur facendo riferimento alla Primavera Araba del 2012, toccava un tema attualissimo in quel momento: quello dell’immigrazione e dei porti chiusi.
Tutto ciò che gravitava attorno a me, le persone che incontravo e le situazioni che notavo, è entrato nei miei film. È stato un processo del tutto naturale, non premeditato. Mi sono accorto solo dopo che avevo un forte legame con le tematiche sociali. Ma non è mai stata un’etichetta: non ho mai pensato “faccio cinema sociale”. Le etichette, secondo me, non vanno mai bene. Sono limitanti, anche nel processo creativo.
Prima di tutto, siamo persone con sentimenti e sensazioni. E se scegliamo di raccontare una storia, affrontando tutti i sacrifici che comporta – non dormirci la notte, metterci anima e corpo – allora deve esserci una motivazione profonda. Tutti i miei corti sono stati coprodotti anche da me, proprio perché c’era un’urgenza reale, un bisogno autentico che andava oltre ogni definizione. Per questo ho fatto solo tre cortometraggi: li ho realizzati solo quando sentivo davvero di dover dire qualcosa.
Focalizziamoci su Bismillah, oltre ad essere un’opera intensa e toccante, ti ha portato a vincere il David di Donatello nel 2018. Cosa rappresenta oggi per te quel corto? E come hai vissuto quel riconoscimento?
Bismillah, da un punto di vista concettuale, drammaturgico e filmico, rappresenta ancora oggi una speranza: quella di mettere al primo posto i sentimenti e non i numeri. Di pensare alle persone, non alle statistiche. Per me è anche la dimostrazione che questa speranza può nascere da chi è più fragile, da chi è più piccolo, da chi avrebbe bisogno di ricevere cura e attenzione, e invece è costretto a crescere troppo in fretta. Questo, in fondo, è un fil rouge che attraversa tutte le mie storie.
La potenza del cinema è proprio questa: rendere universale e senza tempo una tematica. Da un punto di vista personale, Bismillah è stato il punto di svolta che mi ha permesso di avvicinarmi al lungometraggio. È stato l’ultimo tassello del mio percorso nel cortometraggio, e grazie a questo lavoro – e anche al David – ho potuto potenziare la mia idea di cinema, debuttando con un film lungo.
Non ho mai vissuto quel premio come un traguardo, ma come una partenza, una nuova prova con me stesso. Perché alla fine dobbiamo essere sempre in competizione con noi stessi, non con gli altri. I premi, purtroppo, tendono a generare una competizione esterna, ma il cinema non è una gara: non è una corsa a cento metri in cui vince chi arriva primo. Un film è un’opera a sé, con mille sfaccettature. Un premio può essere la dimostrazione che si è lavorato bene, certo, ma deve essere soprattutto uno stimolo per migliorarsi.
Il David mi ha dato quella credibilità che mi ha permesso di esordire nel lungo. È stato emozionante riceverlo, perché è il premio dell’Accademia del Cinema Italiano, e viene assegnato da persone che fanno questo mestiere e sanno riconoscere il lavoro fatto. Ma il giorno dopo averlo vinto non ho festeggiato: mi sono messo a scrivere, a lavorare sul mio film. Per me, quel premio era un’opportunità da cogliere, non solo un momento da celebrare.
Mi ha dato consapevolezza, coraggio, e mi ha spinto ad alzare l’asticella, ad uscire dalla mia comfort zone. Il cortometraggio era una zona di sicurezza. Il lungometraggio, invece, era qualcosa di più grande, di più rischioso – ed è lì che volevo andare.

A tal proposito, con Regina sei passato dal cortometraggio al lungometraggio. Quali sono state le sfide più grandi in questo salto, sia dal punto di vista creativo che produttivo?
Dal punto di vista creativo, la sfida più grande è stata confrontarsi con una storia lunga. Il cortometraggio ha le sue difficoltà, certo, ma nel lungo cambia tutto: nel corto bisogna far affezionare il pubblico nel minor tempo possibile; nel lungo il problema è opposto, ossia quello di reggere il ritmo e mantenere viva la psicologia dei personaggi su un arco narrativo molto più ampio.
Il linguaggio è lo stesso, ma l’approccio è diverso. La vera sfida, per me, è stata portare il mio stile dal corto al lungo. Ho realizzato Regina attraverso interi piani sequenza, che nel lungometraggio sono ancora più complessi. Se qualcosa non funziona, non puoi correggerlo in montaggio: serve una preparazione enorme, un lavoro di pensiero preciso. Ho sentito il bisogno di raccontare quella storia in quel modo, anche se era un modo difficile.
La protagonista, Ginevra Francesconi, è una ragazza molto giovane e abbiamo lavorato insieme per circa un anno prima delle riprese. Ha studiato chitarra e canto, perché nel film interpreta una giovane musicista che suona e canta dal vivo. Non volevamo playback: volevamo mantenere la naturalezza.
Dal punto di vista produttivo, è stato come fare un film indipendente, ma su scala più grande. Non avevo un cast corale: Regina è un film intimo, con due protagonisti. Abbiamo girato in condizioni difficili, anche al freddo, con uno stile preciso e rigoroso. E come accade spesso nelle opere prime, non si lavora mai in condizioni particolarmente agevoli.
Poi c’è la gestione dell’imprevisto. In un corto, dove si gira in tre o quattro giorni, gli imprevisti sono contenuti. In un lungo, con cinque settimane di riprese, tutto si moltiplica. Bisogna essere pronti a riscrivere sul set, a trovare soluzioni al volo. E questo ti cambia la prospettiva: ti insegna che bisogna essere sempre pronti a modificare quello che hai in testa, perché la realtà del set ti chiede di adattarti, sempre.
Arriviamo ora al presente e parliamo del tuo nuovo film, Itaca, selezionato alla Berlinale Script Station e tra i progetti di Locarno. Com’è nata l’idea e cosa ti ha spinto a raccontare la storia di Sebastiano?
Itaca nasce da un fatto di cronaca realmente accaduto in Italia, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. È una storia che mi ha colpito profondamente, perché contiene tanti elementi che da sempre mi toccano: il rapporto tra genitori e figli, la perdita dell’innocenza, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Sebastiano, il protagonista, compie un vero e proprio percorso di crescita, attraversando emozioni forti e contrastanti, come accade a tutti gli adolescenti. Ma in questa storia c’è un’aggravante, un peso ulteriore, che lo costringe ad affrontare la realtà in modo ancora più crudo.
Insieme ai due sceneggiatori che mi affiancano, Guido Silei e Letizia Russo, abbiamo scritto una sceneggiatura che ci sta portando in giro per il mondo, tra festival e laboratori di sviluppo. Questo ci permette non solo di presentare il progetto, ma anche di arricchirlo grazie al confronto con realtà internazionali. Perché Itaca è sì una storia italiana, ma ha un respiro molto ampio. Infatti è una coproduzione tra Italia, Germania e Austria. È un progetto ambizioso, ma anche molto personale.
Spesso nei tuoi film lavori con attori molto giovani o non professionisti. Al tempo stesso, le tue opere sono attraversate da un filo conduttore che unisce temi come l’identità, la scelta e il peso del contesto sociale. Cosa cerchi in un interprete? E come costruisci con lui — o con lei — quel rapporto di fiducia necessario tra attore e regista?
Per me non è importante che un attore sia professionista o non professionista. Non vado alla ricerca del “non attore” perché nel cinema d’autore fa più effetto. No, non cerco questo. Quello che cerco è l’autenticità. Cerco quella verità che può arricchire il personaggio con una naturalezza non banale, con sfumature che non sembrano mai finzione.
Certo, nei miei film ho lavorato spesso con attori adolescenti che magari erano al loro esordio o avevano poca esperienza, ma sono sempre stati affiancati da interpreti professionisti straordinari: penso a Francesco Montanari, Francesco Colella, Francesca Valtorta — tutti Francesco, tra l’altro! A me interessa la verità, quella che è difficile da trovare, ma che quando emerge crea interpretazioni uniche. E sono molto orgoglioso dei protagonisti dei miei film: spesso sono stati premiati, riconosciuti. E questo per me è una grande soddisfazione, perché dimostra che abbiamo fatto un percorso profondo insieme, che li ha portati a tirare fuori emozioni autentiche.
Il lavoro con l’attore è proprio questo: cercare insieme un modo per dare corpo, voce, anima a un personaggio che, fino a quel momento, era solo su carta. E gli attori devono reggere il film sulle spalle: non solo con la loro presenza, ma con tutte le sfaccettature emotive che richiede il ruolo.
Quanto al rapporto di fiducia, non esiste un metodo unico. Ogni persona è diversa, ha la propria sensibilità, il proprio carattere. Che sia giovane o meno, professionista o no, bisogna sapersi adattare, mettersi in ascolto. Il mio approccio cambia ogni volta.
Ad esempio, con Linda, la bambina di dieci anni che ha interpretato la protagonista in Bismillah, le prove le facevamo come se fosse un gioco. Non le facevo ripetere le battute a memoria, perché rischiava di diventare una cantilena. Preferivo che capisse davvero il personaggio, che entrasse in sintonia con le sue emozioni. Quando volevo che fosse più emotiva in una scena, le chiedevo di pensare alla sorellina, con cui aveva un legame fortissimo. E lei riusciva a commuoversi in modo autentico. Ma sono cose che puoi fare solo se conosci chi hai davanti. Solo così riesci a tirare fuori qualcosa di vero.

Nei tuoi film c’è sempre un forte senso di realismo, ma anche una delicatezza, una “tenerezza” nel raccontare la vita e le sue contraddizioni. Ci sono registi, film o esperienze che hanno influenzato particolarmente la tua visione del cinema?
Credo che ciò che ci influenza davvero sia tutto quello che abbiamo vissuto, osservato, ascoltato, interiorizzato. Non siamo il frutto della filmografia di un solo autore: siamo il risultato del nostro vissuto, del nostro modo di elaborarlo, di sentirlo e poi — nel mio caso — di metterlo in scena. Lo sguardo, il punto di vista, lo stile che abbiamo riflettono chi siamo. Per questo non saprei dirti un regista preciso, o un film che mi ha cambiato. È tutto ciò che ho attraversato che mi ha formato.
Ma per far emergere veramente il proprio sguardo, bisogna guardarsi dentro. E non è semplice: è un processo faticoso, a volte doloroso. Le cose non sono visibili subito. Bisogna scavare, sviscerarle. E spesso ci si riesce solo dopo una caduta, dopo una ferita, dopo un “no” ricevuto. A me i “no” non mi abbattono. Anzi, sono spesso la molla che mi spinge a fare di più, ad alzare l’asticella. Finché c’è questa forza, finché c’è la voglia di mettersi in gioco e di migliorarsi, va tutto bene. Perché è proprio lì che si trova il proprio stile, la propria verità.
Infine, da regista e da docente: quale consiglio daresti oggi a un giovane che vuole iniziare a raccontare il proprio mondo attraverso il cinema, in un panorama come quello italiano?
Il primo consiglio, e qui viene fuori anche il docente, è quello di prepararsi. Formarsi, studiare, non lasciare tutto all’improvvisazione. La conoscenza è una base fondamentale: magari in un primo momento può sembrare secondaria, specie se si ha un’idea forte da raccontare. Ma poi, quando si arriva al momento di metterla in scena, quegli strumenti diventano indispensabili. Servono per trovare la forma giusta, per tirare fuori davvero qualcosa da dentro di sé.
Quindi direi: abbiate chiaro — o almeno iniziate a chiarirvi — cosa volete fare. Sapendo che questo è un mestiere che può dare grandi soddisfazioni, ma richiede anche tanti sacrifici, come molte altre professioni. Niente è regalato. E più si è preparati, più si è pronti ad affrontare questo percorso.
Poi c’è un altro aspetto, che per me è fondamentale: osservare. Osservarsi intorno, osservare gli altri, ma anche osservare se stessi. Guardare davvero ciò che ci circonda, riflettere su quello che si vede. Coltivare la curiosità. Viaggiare, uscire dalla propria zona di comfort. Mettere i piedi fuori dal proprio spazio. Sono tutte cose che arricchiscono, che fanno crescere come individui, e più sei ricco dentro, più hai qualcosa da dire — e da raccontare.
Per quanto riguarda il panorama italiano, io penso che anche quando tutto sembra difficile, o addirittura tragico, abbiamo dentro di noi una forza tutta nostra. Penso, ad esempio, al Neorealismo: un movimento nato da un periodo durissimo, il dopoguerra, eppure diventato fondamentale nel mondo intero. Proprio perché è nato dalla necessità di rialzarsi, di reagire, di raccontare la realtà con sincerità.
Ecco, credo che nulla possa davvero fermare una persona quando ha qualcosa di importante da dire. Se c’è la voglia autentica di raccontare, i mezzi per farlo si trovano. Non è automatico, non è semplice, ma si può fare. Possiamo reinventarci, anche quando tutto sembra bloccato. E questo, forse, è il messaggio più importante da dare a chi vuole iniziare oggi.
Ringraziamo Alessandro Grande per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con noi riflessioni profonde sul rapporto tra il cinema, la vita e le sue complessità, nonché le sue bellezze.