Almanacco Cinema presenta: l'intervista a Daniel Serruto

Tim Burton mon amour: parla Daniel Serruto, collezionista

Per chi non lo conoscesse già, Daniel Serruto è il più grande collezionista a livello mondiale dei cimeli dei film di Tim Burton. Ed è quasi un suo sosia.

Oggi abbiamo avuto l’opportunità di intervistare un personaggio a dir poco peculiare. Un uomo che orbita nell’universo del cinema, pur non essendo in prima persona un operatore dello spettacolo.

Stiamo parlando di Daniel Serruto, che da 20 anni colleziona tutto ciò che riguarda l’universo di Tim Burton. Fra memorabilia e oggetti da collezione, ad oggi Daniel possiede circa 1900 pezzi; ovviamente, questa sua passione è stata notata… anzi, più che notata. Infatti è stato invitato a tutte le inaugurazioni delle mostre ufficiali dedicate al regista in tutto il mondo e ha incontrato Tim Burton in persona (ben 12 volte).

Ma la sua dedizione non si limita a questo: infatti, Daniel Serruto ha fondato contest artistici tematici dedicati ai giovani, organizza la Tim Burton Cup, e cura una mostra con parte della sua collezione ad Alessandria (città in cui risiede). In poche parole, è diventato (per parafrasare un articolo a lui dedicato su Vanity Fair) “uno dei principali divulgatori italiani dell’immaginario burtoniano”.

Ed ecco che, oggi, si racconta anche a noi di Almanacco Cinema.

Tim Burton, l'idolo di Daniel Serruto

Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Daniel Serruto

Daniel, non lavori nel settore del cinema eppure ci sei più addentro di tante altre persone. Raccontaci come è cominciato tutto.

Daniel Serruto: “Dunque, in effetti io non mi sento dentro al settore del cinema. Mi sento però dentro al mondo di Tim Burton, sicuramente! È la mia passione viscerale da oltre 20 anni, e se mi chiamano alle inaugurazioni o, appunto, a tutti quegli eventi particolari dedicati a Burton, non è – come si suol dire – per “grazia ricevuta”, ma per motivazione: ovvero che le persone solitamente si informano su di me, su chi sono, tramite i social (Instagram, ricerche Google, ecc); quindi, essendo io tra i più grandi se non il più grande in assoluto collezionista di Burton – non detto da me, ma da gente del settore e giornalisti -, questo fa sì che io venga chiamato.

Perché, al di là dei follower, sono una persona vera: non si tratta di una pagina fan di ripostaggi, io condivido tutto materiale mio, materiale che ovviamente non vendo… e anche questo è importante. Nella recente docu-serie dedicata a Tim Burton (Tim Burton: Life in the Line), sono stato chiamato da Tara Wood in persona, la regista, e mi ha chiamato proprio per questo motivo: perché ha visto chi sono io nell’ambito Burton”.

Quando ti domandano del tuo “colpo di fulmine” con Tim Burton, racconti di essere stato folgorato vedendo la Sposa Cadavere, immedesimandoti nel personaggio di Victor… cosa vedi di te in lui, o di lui in te?

Daniel Serruto: “Era il 31 ottobre, notte di Halloween, 2005; ero al cinema a vedere La sposa cadavere. E sono stato folgorato sia dalla bellezza del film sia, soprattutto, dal fatto che mi sono rivisto totalmente in Victor. Nel personaggio, nelle fattezze (è molto alto e molto magro, come me), nello stile, nei modi di fare, nel fatto che all’epoca anche io avevo questo sogno di sposarmi. Oltre al fatto che Victor era “interpretato” da Johnny Depp, che è da sempre il mio attore preferito.

Insomma, mi sono rivisto nel personaggio in tantissimi aspetti. Anche il rapporto di Victor coi cimiteri: io adoro i cimiteri, fin da piccolo ci giocavo dentro. Perché non so, mi hanno sempre dato un senso di tranquillità. Ancora adesso, se vado in un cimitero, mi dà un senso di tranquillità, mi fa sentire il senso del non perdere tempo.
Comprai allora la mia prima action figure di Victor della Sposa cadavere e da lì è partita tutta la mia collezione”.

Recentemente ci son state due grandissime mostre dedicate a Burton, una a Torino, con la presenza del regista stesso, e poi l’allestimento del Labirinto a Milano. Le due mostre erano correlate? Sai dirci come siano nate queste mostre e come mai due eventi affini siano stati fatti a così breve distanza di tempo?

Daniel Serruto: “Diciamo subito che si tratta di due mostre completamente diverse. La prima è The World of Tim Burton, con oltre 500 pezzi originali, l’altra è Labyrinth, con solo 125 pezzi originali. The world of Tim Burton è, per me, una mostra sublime, purtroppo ora conclusa. L’ultimo allestimento è stato al Design Museum di Londra, e poi a Praga: ad entrambe ovviamente ero stato invitato.

Invece Labyrinth è una mostra immersiva, forse più per famiglie o comunque per un pubblico diverso. Forse più divertente da un certo punto di vista, come ambientazione.
Ma The world of Tim Burton è totalmente su un altro livello di specificità. E poi ogni volta era diversa: venivano messi e tolti alcuni pezzi, mentre Labyrinth era sempre identica (ho visto entrambe le mostre più volte).

Le due mostre sono molto vicine, a livello di date, perché Torino con The world of Tim Burton ha fatto un vero record di vendite – oltre 520mila biglietti venduti solo per la mostra, oltre 700mila nell’anno – quindi Milano non voleva essere da meno. Ma stavolta Torino l’ha battuta (sorride, ndr). Labyrinth ha fatto più di 200mila biglietti, comunque, anche se è tutta un’altra cosa”.

Vuoi raccontarci un po’ di backstage?

Daniel Serruto: “Beh, posso dire che Tim Burton non è stato a Milano, nonostante invitato. A Torino non solo è stato invitato, ma c’è stato proprio un “pacchetto” preciso: con un tipo di ingresso c’era il cosiddetto meet and greet in cui lui firmava gli autografi, c’era la proposta della masterclass con lui presente in sala. C’era tanto, davvero tanto… un merchandising infinito. A Milano era molto meno.

Comunque, sebbene Labyrinth sia stata divertente e coinvolgente (la ho vista anche a Parigi e Berlino), avendo visto 12 mostre di Burton in tutto il mondo, posso dire che quella di Torino è forse la migliore. Innanzitutto perché la location è spaziale: la Mole ha questa forma a spirale pazzesca, c’era l’ascensore di Willy Wonka in cristallo… insomma, sublime.
Sono stato invitato, sono stato lì 4 giorni a Torino, e mi sembrava di stare in un altro pianeta. Labyrinth so che era invece in Messico e aprirà a Tokyo a novembre”.

Fan, cosplayer e collezionista. Sembrerebbero tre facce di una stessa medaglia. Ma tu sei diverso a seconda della “veste” che indossi…

Daniel Serruto: “Diverso? Non saprei, io sono sempre io! (ride, ndr) Ovviamente col mio stile, col mio amore viscerale per Burton. Per quanto riguarda il cosplay, io ho vestito i panni di molti personaggi di Depp (Ichabod Crane di Sleepy Hollow e Sweeney Todd in primis) e dello stesso Tim Burton.

Non è passione né dedizione: credo sia follia. Per arrivare a questi livelli ritengo si tratti di pura follia! Sono andato a ricercarmi i modelli, le marche, le cose che lui utilizza… Burton usa camice in seta di Saint Laurent, scarpe di Saint Laurent, occhiali di Tom Ford, giacche di Yohji Yamamoto, fatte in Giappone, cappelli Borsalino. Questa è una cosa bellissima perché io sono di Alessandria e sono fatti a mano nella mia città. Ne ho tantissimi, come ne ha anche lui. Glieli ha fatti scoprire Monica Bellucci, ha iniziato a regalarglieli e ora ne ha tantissimi, tesa larga, tesa stretta.

A me piace il suo stile: non voglio copiare lui perché voglio essere lui. Certo, se si tratta di cosplay poi cerchi di essere il più simile possibile. Insomma, queste sono tre facce che si completano: c’è chi è solo cosplayer e chi è solo fan. Nel mio caso, temo che “fan” sia riduttivo”.

Hai girato il mondo per seguire Burton: leggo che sei stato anche in Malesia. Come trovi il tempo di dedicarti a questa passione e a questi viaggi?

Daniel Serruto: “Sì, ho girato il mondo. Come dicevo, ho presenziato a 12 mostre in tutto il mondo. In Malesia non sono stato, ho presenziato però al contest ufficiale di The world of Tim Burton, dove ho vinto per la miglior spirale burtoniana – ho fatto un lavorone – e mi hanno inviato un premio. Ecco, lavoro è la parola chiave… è un po’ un lavoro il mio su Tim Burton. A maggior ragione ora che ho istituito la mia mostra ad Alessandria, dove ci sono 150 oggetti selezionati della mia collezione di oltre 1900 pezzi.

Mi chiedi: ‘Dove trovi il tempo?’. Beh, a un certo punto si uniscono le cose: intanto, essendo in proprio, mi gestisco meglio il tempo. E poi unisco le cose in questo senso: se c’è una mostra in un Paese vado a vedere quel Paese. Non esiste solo Burton (fa l’occhiolino, ndr) ma se tieni davvero a qualcosa il tempo lo trovi. Certo, io sono fortunato, perché posso permettermi di ritagliarmi il tempo per fare tutta una serie di cose. Anche se, poi si vorrebbe sempre fare di più”.

In una delle 12 occasioni in cui hai incontrato Tim Burton, ricordi qualcosa in particolare che ti ha detto o che tu hai detto a lui?

Daniel Serruto: “Va detto che sono sempre stati incontri molto brevi. Lui, inizialmente, è un personaggio molto chiuso. Poi si rianima, gesticola molto con le mani, è decisamente istrionico… un genio del nostro tempo, davvero.

Sicuramente, uno dei momenti più belli è stato proprio a Torino, nell’hotel dove alloggiava anche lui. Io ho portato questo tovagliolino dell’hotel Ritz, preso a Parigi l’anno prima, da fargli disegnare e autografare… ed è diventato, a tutti gli effetti, un’opera d’arte unica. Lui è solito disegnare e portare con sé i pennarelli per dipingere. Ed è solito farlo proprio sui tovagliolini dei grandi hotel o su cose particolari. Questo è stato sicuramente un bello scambio tra noi.

Io gli ho sempre detto: ‘You are all my life’ e lui mi ha sorriso. L’ultima volta mi ha guardato con la faccia di chi dice : ‘Cavolo, ma sei ancora qui?’.
Ecco… vorrei evitare di passare per uno stalker (ride, ndr) né tantomeno sono uno a caccia di foto o autografi. Sono solo un collezionista. IL collezionista. E voglio essere ricordato da lui per aver dedicato buona parte della mia vita a divulgare la sua arte, che è la mia passione”.

Daniel Serruto alla mostra su Tim Burton

Lo scorso ottobre hai conosciuto anche il compositore storico di Burton, Danny Elfman. E so che stai “collaborando” via IG con lui. Puoi dirci in che modo?

Daniel Serruto: “Danny Elfman, altro grandissimo personaggio, anche lui incredibile, che non avevo mai conosciuto prima. C’è stata un’altra magia con lui: era sempre una notte di Halloween, quella dello scorso anno. Io ero a Viareggio, nella stessa stanza dove aveva alloggiato Tim Burton per il Lucca Comics. Ebbene sì, sono talmente pazzo che vado a ricercare dove ha alloggiato Tim, dove ha scattato alcune foto, per ricreare il momento, ricreare un po’ di magia.

E quella notte mi scrive su IG il Team Elfman, e chiedeva di collaborare, ripostando alcuni suoi video (visto che i miei followers sono tutti a target!). Cosa che io ho fatto con molto piacere. Quindi, quando c’è stato il concerto a Roma, ho comprato subito i biglietti in prima fila. Lì, alcuni dello staff mi hanno riconosciuto, così come altri burtoniani (lo zoccolo duro) e io ho chiesto loro se ci fosse possibilità di incontrare Danny Elfman. Ero con amici, e mi hanno risposto: ‘Va bene, ma solo tu’.
Sono andato dietro le quinte e Elfman è stato gentilissimo: mi ha fatto l’autografo, la foto con me, alcuni video. Come dicevo, è una persona molto particolare”.

Recente è anche la collaborazione con Tara Wood, per la serie dedicata a Tim Burton, che purtroppo è visionabile solo in un singolo canale. Puoi raccontarci di più di questa serie? si tratta di un documentario o una docu fiction?

Daniel Serruto: “Allora, questa è davvero una bellissima storia: Tim Burton: Life in the Line, una docuserie in 4 episodi a pagamento, diretta da Tara Wood, regista americana. Mi ha contattato a gennaio per fare un video promo (ovviamente in inglese), che è presente nella docu serie … per me è stato un grandissimo orgoglio!, calcola che è stato messo a fianco alle interviste di Helena Bonham Carter, Johnny Deep, Danny Elfman, Danny De Vito, Jenna Ortega… e poi c’ero io.

Questa docuserie si trasforma in un vero e proprio tributo al regista, e ci sono tutti questi interventi dei suoi attori feticcio e dei suoi collaboratori. Tra gli altri Jenny He, che conosco e seguo, curatrice di tutte le sue mostre, e il produttore Derek Frey, che ugualmente mi segue. Non che io tragga vantaggi da queste figure, bada bene: mi seguono per questa mia passione.

Vi consiglio di vedere la serie. Si può comprare, noleggiare, e c’è la versione premium che è bellissima: bozzetti, making of… per i fan è davvero una chicca. Io continuo a collaborare con loro per promuovere la serie così come loro stessi hanno proposto la mia mostra qui ad Alessandria, e mi sembrano contentissimi di questo”.

Una cosa mi ha incuriosito nel leggere di te: Attestato di Riconoscimento Speciale della FIDAPA sulla mostra e collezione (Unico uomo dal 1992). Perché “unico uomo”? è qualcosa di raro esserlo in questo settore?

Daniel Serruto: “La FIDAPA è una associazione di solo donne. È viva in tutto il mondo, ogni provincia ha una direttrice. In Italia esiste dal 1992 e ha sempre premiato donne. Donne meritevoli nello sport, nella politica, nell’attivismo, nell’imprenditoria… in qualsiasi campo, insomma. Quest’anno ha voluto fare questa eccezione, creando una pergamena in più per me, per onorare questa luce che c’è stata qui in Alessandria con la mia mostra, da loro definita un’eccellenza per la collezione a livello internazionale”.

C’è qualcosa che vorresti dire ancora su Burton?

Daniel Serruto: “In effetti sì: Tim Burton non è soltanto un regista, anche se tutti lo conoscono come tale. Ma la regia è solo la punta dell’iceberg. Lui è uno scultore, disegnatore, produttore, sceneggiatore. E le mostre dedicate a lui fanno vedere questo: che lui è un artista a 360 gradi, che il suo essere regista è solo una piccola parte.

Insomma, Tim Burton oltre ai film ha creato uno stile suo, che è unico e inimitabile… lo stile burtoniano appunto. Quando è che un film si dice burtoniano? Quando unisce certi elementi: la magia, la malinconia, la passione… un pizzico di humour, se vogliamo. Tutto, ovviamente, in chiave dark. E poi ha sempre un occhio di riguardo per gli emarginati, gli outsider, quelli definiti strani. E lui stesso si è sempre definito un outsider. Questa è la cosa di valore che, a mio parere, ha smosso le coscienze della gente.
E poi, a tante persone ha fatto venir meno la paura della morte, addirittura. Perché ci ha giocato su, e ha fatto vedere che il mondo dei vivi in bianco e nero e quello dei morti, invece, è a colori. Cosa che pochi hanno capito, temo.

Io dico sempre che i mostri di Tim Burton non sono spaventosi ma sono “spaventati”: spaventati dalla vita di tutti i giorni, dalla vita reale, quella di facciata. Quella della gente del paese di Edward mani di forbice, dove i mariti tornavano alle loro case perfette, dall’aspetto perfetto, con giardini con siepi perfette… e poi invece facevano le cose peggiori. Concludo dicendo questo: io nella mia mostra ho inserito una frase di Modigliani, che dice: ‘L’unico tuo dovere è salvare i tuoi sogni’. Che non vuol dire per forza realizzarli, ma salvarli e proteggerli”.