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Emma Fasano

Intervista con Emma Fasano: a ciascuno il suo cinema

Emma Fasano, brillante e giovane attrice di Maledetta Primavera, Genitori vs influencer e Siccità, si racconta, con leggerezza e profondità, ai microfoni di Almanacco Cinema.

Una conversazione autentica, in cui con sguardo critico e tono confidenziale Emma Fasano ci parla del suo percorso, attualmente studia recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, e delle sue passioni cinematografiche; soffermandosi anche sul mondo delle serie televisive – ha recitato in Studio Battaglia e Leopardi, Il poeta dell’infinito – in cui sta provando a emergere, e sul teatro, primo amore, dove sin da piccola, ha mosso i primi passi.

Cosa si prova ad aver intrapreso lo stesso percorso accademico di Anna Magnani, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti, Gian Maria Volontè e Giancarlo Giannini? Quali sono i corsi che ti stanno appassionando di più all’Accademia Silvio d’Amico?   

Sicuramente c’è un po’ di soggezione, non mi aspettavo di entrare all’Accademia. L’anno scorso ho frequentato il corso di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, tuttavia non ero sicura di volere intraprendere questo percorso, e lavorando in classe alla lettura di Sogno di una notte di mezza estate (le si illuminano gli occhi) mi è venuta voglia di tornare a recitare. Pensavo che mi occorresse una base, ho tanta voglia di formazione e di fare teatro, così ho provato ad entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. È stata la prima e unica Accademia dove ho provato ad accedere e mi hanno presa, già questo mi rende molto fortunata: posso intraprendere una formazione che mi soddisfa, in un ambente molto stimolante, in cui apprendo tanto da tutto ciò che facciamo.

In particolare nelle lezioni di movimento, qualsiasi corso che ha a che fare con il movimento mi insegna tantissimo, sto scoprendo un approccio che prima non avevo considerato; anche perché ho cominciato con il cinema, in cui la parte del corpo era messa in secondo piano rispetto a tutto il resto e avendo studiato musical non collegavo le due cose, in quanto la recitazione del musical non è particolarmente adatta per il cinema. I miei corsi preferiti sono mimo, combattimento scenico, training fisico e danza.

A proposito di percorsi formativi, da quando avevi 9 anni hai frequentato la Musical Passion che ti ha permesso di recitare nelle rappresentazioni italiane di La fabbrica di cioccolato, Sister Act e Bring It On; qual è il tuo musical preferito e il tuo giudizio sul futuro del genere musicale in Italia?  

Sì ho studiato musical sino a 18 anni, per quanto riguarda il mercato del musical in Italia vorrei tanto che venisse più valorizzato e che ci fosse una cultura non solo dei musical cinematografici, ma anche di quelli teatrali. Essendo l’Italia un popolo molto “musicale”, per esempio uno di quelli che apprezzo di più è Scugnizzi, un musical napoletano, incredibile. Conosco tanti amici che studiano e sono diplomati a Bologna alla Bernstein School Of Musical Theater, e spero che la realtà rappresentata da queste scuole riesca a far fiorire di più il genere musicale in Italia, non è ammissibile essere obbligati ad andare a lavorare all’estero, solo perché ci sono delle realtà molto più solide. I musical a cui tengo di più sono due, che rappresentano la base della mia formazione umana: Hair e The Rocky Horror Pictures Show.

Parlando del ruolo dell’attore e i modi attraverso cui si interfaccia con il proprio personaggio, in C’era una volta a Hollywood, romanzo di Quentin Tarantino è presente una riflessione stimolante in merito: Trudy è una giovane promessa del cinema, attrice di 9 anni e ha un approccio quasi meccanico, molto professionale e ligio al suo lavoro, tant’è che vuole essere chiamata con il nome del personaggio anche al di fuori delle riprese. Invece Rick Dalton, il protagonista, ha sviluppato una recitazione spontanea e impulsiva, per lui il cinema è talmente autentico che il suo ruolo di cattivo, interpretato durante i ciak, lo ha accompagnato anche durante la sua scapestrata esistenza. Cosa ne pensi di questi due modi di relazionarsi alla recitazione e qual è la tua interpretazione in merito al ruolo dell’attore?

Non penso di potere giudicare l’approccio delle persone, in merito a qualsiasi professione che si svolge, soprattutto quella dell’attore, in quanto è estremamente particolare e personale l’approccio alla professione. Il rapporto che si ha con ciò che vai mettere in scena, varia rispetto a quello che stai facendo, quindi non saprei. Io sicuramente non sono il tipo da immedesimarmi tutto il giorno in un personaggio o da portarlo nella mia vita, per adesso.

Non so niente del mestiere dell’attore, prima dicevo di essere venuta qui per avere delle basi solide e formative, sto avendo un crollo delle certezze novecentesco da quando sono entrata all’Accademia (ride), in questo momento mi sento, per citare il nostro professore di Combact, come dei Picasso: fatta a pezzi. Ma sono molto contenta di questo scardinamento. Per adesso si tratta di una ricerca e di una scoperta, attraverso la scomposizione, per verificare se poi esiste un collante. In passato sono stata molto facilitata dal fatto che i miei ruoli fossero molto vicini a me, Nina in Maledetta Primavera, Martina in Siccità, Daria in Studio Battaglia, tutte parti piuttosto simili a me, per le quali non ero costretta a uscire tanto da me, che è quello che si fa spesso con gli attori giovani. Quindi considera che del ruolo dell’attore non ne so niente, cercherò in futuro di capirlo e un giorno, quando lo capirò, forse, smetterò di fare l’attrice.

Avendo nominato un grande regista, te ne cito un altro, uno dei tuoi autori preferiti: Wes Anderson. Cosa ne pensi del suo coloratissimo mondo, fatto di riprese incentrate sulla prospettiva centrale e sulla simmetria dell’immagine? In quale suo film avresti voluto recitare e perché?   

Comincio partendo dalla fine: Moonrise Kingdom. Da sempre sono appassionata di questo film, lo adoro follemente, non saprei dirti perché, forse l’ambientazione, la natura, la storia di due ragazzini che si perdono e si ritrovano mi affascina tanto. Per quanto riguarda la questione della prospettiva, sono una grande amante del Rinascimento, per me la prospettiva centrale è molto interessante a livello visivo, così precisa che quasi mette a disagio; poi credo che l’agio sia ricreato dai colori pastello che ti riportano alla calma, però a me piace la prospettiva proprio intesa come senso di disagio, qualcosa di irreale e sognante.

Un altro iconico regista che ti appassiona è un maestro del Cinema che ha dichiarato “Mi piace fare film perché amo perdermi in un altro mondo. I film sono un mezzo magico che permette di sognare nel buio” Mi racconti un film che ti viene in mente ascoltando la citazione di David Lynch?   

Mi vengono in mente proprio i film di Lynch, perdersi in una qualsiasi sua pellicola, dove non si capisce se ci si perde in maniera sistematica o avviene il contrario. Ti dico EraserheadLa mente che cancella, perché forse è l’atmosfera che mi fa pensare di essere immersa in un altro mondo. In realtà la citazione mi fa ricordare anche Cuore Selvaggio, perché credo che la realtà sia estremamente sognante, quindi anche in un film che può sembrare più attinente ad una realtà reimmaginata, di fatto è proprio lì si possono trovare tante porte dell’assurdo: la realtà è assurda alla fine.

Uno dei tuoi film preferiti è legato ad un ricordo, tenero, di tuo padre che ti ha accompagnata in piazza ad assistere alla proiezione di Santa Maradona, da lui montato. C’è un’altra pellicola a cui sei particolarmente legata, in virtù di uno speciale momento familiare o riguardante un ricordo d’infanzia?  

Dunque mi piace molto andare al cinema con mio padre, ho una lista di film che ho visto al cinema con lui. Penso a Je vous salue, Marie, di Godard che è stato il mio primo film della Nouvelle Vague. Mio padre ci tiene ad aggiornarmi sulle nuove pellicole che escono al cinema e ogni tanto andiamo insieme alle proiezioni. Per esempio riguardo l’opera di Godard, una volta mi ha invitata al Palazzo delle Esposizioni, a una delle rassegne cinematografiche dove ho visto la versione restaurata del film che ho trovato incredibile, ancora oggi me lo ricordo benissimo e ci sono molto legata.

Parlando di attrici, una star del cinema che ammiri – 21 nomination e 3 premi Oscar, con ruoli celebri in pellicole iconiche quali: la scelta di Sophie, Kramer contro Kramer, la mia Africa, i ponti di Madison County, Il Cacciatore, fino ai più recenti Into the Woods, Mamma mia e The Iron Lady – è Meryl Streep. Secondo te come fa un’attrice ad avere una carriera così longeva e colma di successi? Qual è la dote attoriale che più ammiri di lei?   

Ho sempre trovato Meryl Streep, è difficile definirlo a parole, direi favolosa, non giusta perché è sminuente, ma è esattamente quello che dovrebbe essere e anche di più, la trovo una cosa incredibile. Anche la versatilità. E sicuramente il fatto che abbia interpretato dei musical ha contribuito a rubarmi il cuore. Per esempio in Into the Woods e Mamma Mia, interpreta personaggi agli antipodi e li rende entrambi in maniera straordinaria.

Secondo me tra le doti, non so cosa renda una carriera tanto speciale, sicuramente sapersi muovere è essenziale, in tutti gli ambiti della vita è essenziale. Ciò unito, non dico al talento, è difficile definire il ruolo dell’attore, non mi piace parlare di talento, però allo stesso tempo penso che se ti manca un qualcosa, tu non possa farlo nemmeno se lo studi per tutta la vita, è un’alchimia. In generale una cosa che apprezzo molto in un attore è la versatilità, come lavorare, per esempio, sia nel cinema che nel teatro.

Riguardo al ruolo dell’attrice, hai iniziato recitando al cinema e poi hai interpretato delle serie televisive. Quali sono le differenze tra la recitazione cinematografica e quella televisiva?    

Penso che la più grande differenza sia la modalità attraverso cui il lavoro si sviluppa durante il tempo necessario per le riprese: considera che in Maledetta Primavera ero sempre presente sul set, mentre in Studio Battaglia potevo lavorare una settimana si e un’altra no. In generale dipende sempre molto dal progetto, ho lavorato a progetti cinematografici completamente differenti tra loro, sia per regia che per fruizione; allo stesso modo in televisione ho recitato in Studio Battaglia e Leopardi, che era una miniserie in costume. È l’approccio ad essere differente, a seconda della tipologia del progetto. Forse, la cosa più importante di solito, per gli attori minorenni, è il rapporto che si instaura con la scuola.

L’anno scorso curavi l’allestimento scenico in Strabat Mater, il dramma teatrale diretto da Luca Guadagnino. Cosa ne pensi del momento che vive il teatro oggi? Soprattutto in relazione ai giovanissimi, che secondo una ricerca condotta da Save the Children, raggiungono il 67 % tra chi non è mai stato a teatro.

Penso che il dato sia terrificante, considera che con la mia scuola sono sempre andata a teatro e ho avuto professori appassionati di teatro, sono stata fortunata. È raccapricciante e non lo dico perché è il mio lavoro, penso che sia indispensabile far confrontare i ragazzi, soprattutto i bambini, con qualsiasi forma di arte: mostre, teatro, installazioni. Il concetto chiave è la versatilità, ossia far confrontare i bambini con l’arte, così poi decideranno loro a cosa dedicarsi. Bisogna aprire porte, non chiuderle. È importantissimo portare i bambini a teatro, tra l’altro è anche molto divertente. In particolare i corsi di teatro, sarebbe bello se venissero proposti di più nelle scuole, li renderei obbligatori.

Siamo arrivati ai tuoi hobby, ti piace pattinare, adori disegnare e suoni: l’ukulele, l’ocarina, il pianoforte e il flauto irlandese. Sei anche appassionata di Graphic Novel, quale consiglieresti a una persona che non conosce il genere e vorrebbe scoprirlo? La tua Graphic Novel preferita, che rileggeresti all’infinito, è? Perché?

Dunque non fornirei un approccio facile e introduttivo, perché non penso che qualcosa possa esserlo veramente. Per far capire i miei gusti consiglierei Acting Class di Nick Drnaso: apprezzo le cose che non ti mettono a tuo agio. So che è un primo approccio rischioso se non hai mai preso in mano una Graphic Novel, potrebbe non trovarlo accattivante o poco interessante, però mi piace perché è bizzarro e ha dei ritmi abbastanza strani, con dei disegni non particolarmente belli canonicamente. Penso che è importante, anche se si fa l’attore, conoscerlo, è difficile spiegarlo, ma devi leggerlo.

La mia Graphic Novel preferita è Quaderni Giapponesi di Igort. Incredibili, sia per lo stile di disegno che mi fa impazzire, sia in quanto è interessante il modo attraverso cui approccia la cultura italiana a quella giapponese. Igort, italiano, si ritrova e lavorare in Giappone ai progetti dei manga, però lo fa sempre con un’eleganza e una pulizia incredibile, fondendo l’arte giapponese che fa propria, unita alla sua particolare visione. Mi piace tanto e sono contenta che in Italia si possano produrre Graphic Novel. A proposito del discorso che ti facevo prima sul musical, mi sembra che sia un mercato poco favorito: come nel mondo della letteratura non pensi alle Graphic Novel, nel mondo dell’arte non pensi ai musical.

Tornando alla Settima Arte, ultima domanda con cui mi piacerebbe salutarti, che cos’è per te il cinema?  

(Riflette) È’ una domanda difficilissima, è una tortura (scherza). Il cinema non è la mia passione preferita, per questo forse ho difficoltà a risponderti. Il cinema è un mondo che mi affascina terribilmente e mi interessa nella misura in cui fornisce tantissime possibilità di esplorazione della vita e di interpretazioni; non solo come attrice, intendo anche attraverso la regia, il montaggio e la drammaturgia.

 

Ringraziamo vivamente Emma Fasano per aver condiviso le sue idee e la sua esperienza ai microfoni di Almanacco Cinema.