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Le interviste: Stéphane Ly-Cuong, regista di Nguyen Kitchen
In occasione dell’uscita del suo esordio registico al cinema, abbiamo intervistato il regista Stéphane Ly-Cuong: ecco che cosa ci ha raccontato.
“Una donna vietnamita in un musical è come un elefante che fa involtini”: si tratta di una delle battute presenti in Nguyen Kitchen, film d’esordio del regista Stéphane Ly-Cuong, dal 4 dicembre nelle sale italiane.
La storia è a tutti gli effetti un film musical; anzi, data la trama è stato definito un “musical gastronomico”.
Infatti, si raccontano le vicende di Yvonne (interpretata da Clotilde Chevalier), una giovane attrice franco-vietnamita piena di sogni che vive a Parigi e ambisce a una carriera nel mondo dei musical… cosa che, prevedibilmente, incontra la netta disapprovazione di sua madre, la signora Nguyen, proprietaria del ristorante Baie d’Ha-long, che auspicherebbe per lei una vita più sicura e, come si suol dire, “tradizionale”.
E così, come succede sempre, Yvonne passa da un provino all’altro; ma per un’artista asiatica farsi notare nei musical è dura, e i provini falliti si accumulano, mentre la ragazza si ritrova a sfogare la propria vena artistica cantando nell’improbabile reparto surgelati di un supermarket per il lancio degli “involtizza” (improbabili involtini primavera al sapore di pizza).
Fino a che, durante uno dei provini, le viene chiesto a Yvonne di improvvisare un brano nella propria lingua; lei, non sapendo come cavarsela, decide così di declamare i piatti tipici del ristorante di famiglia e, non si sa come, avviene la “magia”: anche se gli astanti non hanno capito una sola parola, hanno però provato… qualcosa nel guardarla.
La commedia, apparentemente leggera, vuol far riflettere sui pregiudizi quotidiani e gli stereotipi oggi presenti e, contemporaneamente, porta sul grande schermo il rapporto tra una madre e una figlia che non riescono a comunicare… se non attraverso ciò che ciascuna sa fare meglio: la cucina (la mamma) e la musica (la figlia).
Noi di Almanacco abbiamo avuto la fortuna di intervistare proprio il regista, Stéphane Ly-Cuong, per sapere di più di questo interessante esperimento cinematografico.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Stéphane Ly-Cuong
Stephane, come è cominciata la tua carriera di regista?
“È stato un lungo percorso! Ho cominciato studiando cinema all’università, ho diretto alcuni cortometraggi, poi mi sono avventurato nel teatro, per poi tornare nuovamente al cinema; ho realizzato di nuovo alcuni cortometraggi e poi sono arrivato a dirigere il mio primo lungometraggio: Nguyen Kitchen.
Quindi, per rispondervi, non è iniziato subito. È stato un lungo processo e molte volte avrei voluto mollare. Sono contento, però, di non averlo fatto! Personalmente, credo che ad un certo punto i pianeti si allineino, soprattutto quando sei allineato anche con te stesso. Ed è a quel punto che le cose possono iniziare davvero”.
Puoi raccontarci della tua prima esperienza nel mondo del cinema?
“A pensarci bene, era… surreale. Voglio dire, io ero giovane e probabilmente non ero del tutto consapevole di cosa stesse succedendo. Credo di avere avuto circa 13 anni, ed ero un grande fan delle attrici Jane Birkin e Charlotte Gainsbourg. Il caso volle che un’amica di mia sorella stesse lavorando con loro come assistente alla regia in un film di Agnès Varda (Maestro di kung-fu).
Chiesi se potevo fare una comparsa, o qualcosa del genere, solo perché volevo avere la possibilità di vedere Jane e/o Charlotte! Alla fine, nel film, mi capitò di avere una battuta in una scena con Mathieu Demy, figlio di Jacques Demy e Agnès Varda. All’epoca, non sapevo chi fossero Varda e Demy (o almeno lo sapevo vagamente) e non immaginavo che sarebbero diventati fonte di ispirazione per la mia vita!”.
Perché realizzare un musical oggi?
“Beh… Innanzitutto, perché adoro i musical! (sorride) Volevo sfruttare alcune delle possibilità del genere, il modo in cui possiamo esplorare fantasie, sogni, magia, ma anche divertimento e gioia.
Volevo anche creare un vero divario tra la madre Ma, una signora con i piedi per terra, e sua figlia che sogna di diventare un’attrice professionista nei musical e vede la vita (e quindi questo film!) come un musical”.
Come tu stesso hai raccontato, Nguyen Kitchen è il tuo primo lungometraggio. Cosa ci racconteresti di questa esperienza?
“È stata un’esperienza incredibile! Ma anche un lungo processo, con molti alti e bassi. Però, alla fine, mi resta la gioia e il piacere di aver lavorato con un team così incredibile. E la soddisfazione, l’orgoglio e la gratitudine per avercela fatta, finalmente”.
Pensi che dirigerai altri musical?
“Beh, adoro i musical, ma al momento non so se ne farò altri. Dipende molto dall’argomento, dal contesto, ecc. Ma credo che sì, mi piacerebbe farne un altro tra qualche anno, qualcosa di appariscente e glamour!
Cucina e musica. Due modi di comunicare senza limitarsi a parlare. E, forse, due modi di toccare le persone attraverso sensi come “l’udito” e “il gusto”. Pensi che il cinema possa coinvolgere i sensi, oltre alle emozioni?
Certo che sì! Nel cinema lavoriamo principalmente con la vista e l’udito, ma con essi possiamo anche evocare il gusto, l’olfatto e il tatto. Ovviamente, è anche una scelta. Io amo lavorare sui sensi… perché mi piace, e perché penso che sia un modo per toccare il pubblico, in modo diverso, sotto diversi aspetti”.
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