Andrew Scott racconta carriera, teatro e Elsinore, il film che ricostruisce gli ultimi giorni di Ian Charleson durante la crisi dell’AIDS.
La 70ª edizione del BFI London Film Festival si è aperta con Elsinore, nuovo film diretto da Simon Stone, scritto da Stephen Beresford, e interpretato da Andrew Scott.
Il film porta sullo schermo gli ultimi mesi di vita dell’attore britannico Ian Charleson, ricostruendo il periodo in cui l’attore, già malato di AIDS, continuò a interpretare Amleto al National Theatre di Londra nel 1989. Un ruolo che assume un significato particolare per Andrew Scott, che nel 2017 ha interpretato lo stesso personaggio per 150 repliche all’Almeida Theatre.
Durante un incontro al BFI Southbank, l’attore ha ripercorso la propria carriera e raccontato il legame personale con il progetto, di cui è anche produttore.
Andrew Scott: “La vergogna non appartiene alle persone gay”
Tra i momenti più intensi dell’incontro c’è stata la riflessione di Andrew Scott sulla rappresentazione della comunità LGBTQ+ al cinema e in televisione.
L’attore ha accolto positivamente il successo di titoli come Heartstopper, Heated Rivalry e Red, White & Royal Blue, sottolineando l’importanza di una rappresentazione queer capace di raccontare anche la felicità.
Allo stesso tempo, però, Scott ha difeso la necessità di continuare a raccontare periodi più dolorosi come quello della crisi dell’AIDS, rispondendo alle critiche rivolte alle storie che riportano sullo schermo i cosiddetti “gay tristi”. Queste le parole dell’attore:
Mi preoccupa un po’, perché penso che forse alcune persone non vogliano tornare a un periodo in cui si parlava della crisi dell’AIDS. La vergogna non appartiene alle persone gay. Appartiene ai governi che hanno ignorato la crisi dell’AIDS, allo stigma e al pregiudizio radicato nella società.
Una posizione che per Scott riguarda anche il rapporto tra memoria e rappresentazione: cancellare le pagine più difficili della storia significherebbe infatti rinunciare a comprenderne le conseguenze.
Elsinore e il coraggio di Ian Charleson
Il percorso di Charleson rappresenta il cuore di Elsinore. L’attore continuò a lavorare nonostante la malattia, affrontando un ruolo fisicamente e psicologicamente impegnativo come quello di Amleto. Scott conosce bene quella difficoltà:
Amleto dura tre ore e 45 minuti. Lo facevamo due volte il mercoledì e due volte il sabato. Ho interpretato personalmente quel ruolo. Ti distrugge completamente.
Ancora più impressionante, secondo Scott, è ciò che Charleson riuscì a fare mentre il suo sistema immunitario era ormai compromesso.
L’attore ha ricordato anche le conseguenze della setticemia sul volto di Charleson e il timore che il pubblico potesse reagire con disagio davanti a un uomo ormai irriconoscibile. Una condizione resa ancora più dolorosa dallo stigma che negli anni Ottanta accompagnava l’AIDS.
Il film affronta anche la solidarietà ricevuta da Charleson dalla comunità teatrale. Per Andrew Scott, quell’insieme di sostegno e vicinanza rappresenta uno degli aspetti più importanti della storia.
Andrew Scott: da Sherlock a Fleabag
Nel corso dell’incontro, Scott ha ripercorso alcuni dei ruoli che hanno segnato la sua carriera, da James Moriarty nella serie Sherlock al Prete di Fleabag, fino a All of Us Strangers, Blue Moon, Wake Up Dead Man: Knives Out e Pressure.
L’attore ha ricordato in particolare Benedict Cumberbatch, Phoebe Waller-Bridge e Paul Mescal, definendoli “gli amori della mia vita”.
Il successo di Sherlock, in particolare, ha rappresentato una svolta. La serie BBC, distribuita in oltre 200 Paesi, ha trasformato Scott in un volto riconoscibile a livello internazionale.
Avevo già lavorato in moltissime produzioni, al cinema, a teatro, ovunque, ma quella serie fu vista in tutto il mondo. Fu un successo immediato con il pubblico e anche la critica sembrò apprezzarla. Quindi sicuramente cambiò le cose.
Il teatro e l’eredità della madre
Scott ha parlato anche del rapporto con la madre, scomparsa, indicandola come la principale influenza creativa della sua vita. Da adolescente, a 17 anni, l’attore aveva preso in considerazione la possibilità di dedicarsi alla pittura prima di scegliere la recitazione.
Il ricordo della madre diventa così una riflessione più ampia sul ruolo della cultura: teatri locali, gallerie, circoli di lettura e realtà artistiche possono avere un impatto significativo anche lontano dai grandi centri culturali.
Il mondo può diventare più grande, ma la passione rimane esattamente la stessa.
Andrew Scott e il mestiere dell’attore
Scott ha infine parlato del proprio approccio alla recitazione. Pur non considerandosi un attore del metodo, preferisce affidarsi alla sensibilità e non costruire necessariamente una biografia dettagliata dei suoi personaggi.
È stato proprio questo, secondo lui, uno degli elementi che hanno reso particolarmente interessanti alcuni ruoli come quello del Prete in Fleabag:
Non sappiamo nulla di loro. Non conosciamo il loro passato.
Per Scott, infatti, il passato di un personaggio non è sempre indispensabile per interpretarlo. In alcuni casi può essere persino più efficace scoprire il personaggio insieme al pubblico.