Da Citizen Osama a Naza, Venezia 83 mostra Gaza. La Gaza Cinema Academy pone una domanda più scomoda: chi controlla immagini, memoria e filiera del racconto?
Gaza è probabilmente uno dei luoghi più filmati del mondo e, nello stesso tempo, uno di quelli che hanno meno controllo sulla destinazione delle proprie immagini. Non perché manchino videocamere, telefoni o persone capaci di documentare ciò che accade, ma perché tra il momento in cui un’immagine viene registrata e quello in cui diventa memoria pubblica interviene una filiera che ne determina il destino: produzione, montaggio, archiviazione, distribuzione, festival, piattaforme, media, ma anche governi, apparati militari e operazioni d’influenza.
La nascita della Gaza Cinema Academy, presentata durante la Mostra del Cinema di Venezia, parte precisamente da questo punto. Fondata dai cineasti palestinesi Ezzaldeen Shalh e Mai Masri, l’iniziativa non si limita a insegnare come si gira un film, ma punta a costruire nella Striscia una struttura permanente per la formazione e la produzione audiovisiva, partendo da una prima classe composta da 25 giovani donne palestinesi.
Per raccontarsi da soli il problema non è più avere una telecamera
I palestinesi si raccontano già, spesso nelle condizioni peggiori possibili, e lo fanno da anni. Ma chi riesce oggi a trasformare quella testimonianza in un’opera che possa sopravvivere, circolare e raggiungere un pubblico internazionale?
Uno smartphone può registrare una scena, ma non decide se quella scena potrà essere verificata da osservatori indipendenti, se il giornalista che l’ha prodotta potrà accompagnarla fuori da Gaza, se verrà conservata quando le infrastrutture vengono distrutte, se sarà amplificata o contestata sui social, se troverà un produttore disposto a trasformarla in un film e, alla fine, se un festival o una piattaforma la sottrarranno alla velocità con cui i social network consumano qualunque immagine.
Il potere non sta quindi soltanto nell’inquadratura, ma in tutto ciò che viene dopo, ed è per questo che la parte forse più significativa del progetto riguarda proprio la costruzione di rapporti con università, festival, fondi, società di produzione e piattaforme internazionali.
Citizen Osama e chi filma dentro la stessa catastrofe
La contraddizione emerge con particolare evidenza in Citizen Osama di Ahmed Hassouna, dove Osama Al-Ashi, fotografo diventato documentarista di guerra, riprende il nord di Gaza assediato mentre deve contemporaneamente procurare acqua, cibo e latte per il figlio appena nato. Il film smonta così una delle finzioni più resistenti dell’informazione occidentale, quella del reporter come occhio neutrale che registra la tragedia restando in qualche modo esterno a ciò che accade.
Qui chi documenta la fame deve anche procurarsi da mangiare, chi riprende la paura deve proteggere la propria famiglia e chi produce l’immagine appartiene pienamente alla stessa realtà che sta tentando di mostrare.
Venezia ha accolto il film con entusiasmo, mentre Hassouna non ha potuto raggiungere il festival perché impossibilitato a lasciare Gaza: l’opera ha attraversato il confine con maggiore facilità del suo autore, e difficilmente si potrebbe immaginare un riassunto più preciso della distanza tra circolazione delle immagini e libertà delle persone che le producono.
Naza sposta lo sguardo dalla vittima al meccanismo
Con Naza, presentato in concorso il 10 settembre, Yuval Abraham e Rachel Szor compiono un movimento quasi opposto.
Dopo No Other Land, i due autori spostano la macchina da presa verso i sistemi attraverso i quali viene valutato il costo civile degli attacchi israeliani su Gaza, ricostruendo da Tel Aviv il funzionamento di procedure nelle quali la morte può trasformarsi in percentuale, previsione, soglia accettabile.
Anche la produzione racconta qualcosa.
Naza è sostenuto da The Guardian e JW Films, con Jonathan Glazer tra gli executive producer, e questo mostra quanto sia ingenua l’idea che basti possedere una voce affinché quella voce possa essere ascoltata. Per diventare un evento cinematografico internazionale servono ancora strutture capaci di finanziare, proteggere, tradurre e distribuire.
Non un film su Gaza, ma gli strumenti per farne cento
Nel programma veneziano Gaza ritorna anche attraverso Conversation With the Sea di Muayad Alayan e The Road to Jericho di Amos Gitai, mentre sullo sfondo resta inevitabilmente il precedente di The Voice of Hind Rajab.
Quindi il solito festival occidentale che trasforma le tragedie in prestigio culturale, tra standing ovation e red carpet? Oggi Venezia è insieme vetrina, filtro e possibile infrastruttura.
È uno dei luoghi in cui si decide quali film possano ottenere attenzione globale, ma è anche il luogo in cui un progetto come la Gaza Cinema Academy può cercare produttori, università, fondi e relazioni professionali necessarie a crescere, fino a ridurre progressivamente la propria dipendenza da istituzioni, capitali e circuiti costruiti altrove.
La Gaza Cinema Academy prova così a trasformare una produzione frammentaria di testimonianze in una struttura capace di formare registi, conservare archivi, creare competenze tecniche, sviluppare opere e garantire quella continuità professionale necessaria a dare forma e significato a ciò che oggi viene filmato.