How We Stand, Amber Midthunder

How We Stand: Amber Midthunder e la resistenza indigena

How We Stand debutta al Toronto Film Festival. Amber Midthunder guida il cast di un drama che intreccia resistenza indigena e lotta femminista.

Questo fine settimana How We Stand sarà presentato al Toronto International Film Festival. Un ritorno per la sceneggiatrice e regista Marie Clements, che qui nel 2022 si fece conoscere con Bones of Crows. La regista canadese di origini indigene mette nuovamente al centro del suo racconto l’esperienza dei nativi americani. Questa volta attraverso la storia di tre sorelle, dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta.

Protagoniste Amber Midthunder (Prey, Mr. Morfina), Alyssa Wapanatâhk (Peter Pan & Wendy) e Isabel DeRoy-Olson (Dark Winds).

How We Stand: dalla pièce al cinema

How We Stand, Amber Midthunder

How We Stand è l’adattamento cinematografico della pièce teatrale di Clements, intitolata Tombs of the Vanishing Indian. Racconta la storia di tre sorelle dell’Oklahoma e della loro madre single, interpretata da Cara Jade Myers (Killers of the Flower Moon), che si trasferiscono a Los Angeles per cogliere una nuova opportunità.

La famiglia viene infatti inserita in un programma degli anni Cinquanta per ricollocare i nativi americani, con la promessa di posti di lavoro nelle grandi città. Le premesse, però, si rivelano ingannevoli. E, dopo un tragico evento, le tre sorelle prendono strade separate.

Il film segue ognuna di loro nel panorama culturale della Los Angeles degli anni Settanta. Midthunder interpreta una dottoressa che comincia a lavorare nella clinica del marito bianco. Wapanatâhk è un’attivista che sostiene provini per ruoli da nativa americana nei film hollywoodiani. DeRoy-Olson, invece, interpreta una giovane donna smarrita e in difficoltà dopo un’esperienza traumatica con cui sta cercando di venire a patti.

Parlando delle sue protagoniste, Clements ha affermato:

Sono giovani donne indigene moderne che vogliono impadronirsi del proprio futuro. Guardano il mondo e sviluppano un proprio punto di vista, che può essere accolto oppure no, ma stanno imparando chi vogliono diventare.

La regista, lo scorso anno, ha avuto l’opportunità di confrontarsi con Gloria Steinem, una delle figure più importanti del femminismo contemporaneo, scomparsa lo scorso 2 settembre.

L’anno scorso ho avuto l’onore di intervistare Gloria Steinem insieme alle attiviste indigene Louise Wakerakats:se Herne e Michelle Schenandoah, a New York. Anche nei momenti di maggiore trasporto, non si sono mai parlate l’una sopra l’altra. Si sono lasciate spazio e si sono ascoltate, riconoscendo le differenze ma comprendendo anche che abbiamo più cose in comune di quante ce ne siano a dividerci.

Un film profondamente radicato nel presente

Il film tiene insieme emancipazione femminile, disuguaglianze sociali e lotta per le proprie radici. Clements ha affermato:

Voglio che le cose cambino. Credo che tutti vogliamo che cambino. E mi sono ritrovata a pensare ai bambini che proprio adesso vengono separati dalle loro famiglie. Perché le nostre famiglie sanno cosa significa essere separate e quali conseguenze questo abbia sul nucleo familiare per generazioni. Che si tratti delle scuole residenziali o delle politiche sull’immigrazione, strappare qualcuno alla propria famiglia — soprattutto i bambini alle madri e ai padri — è un atto dalle conseguenze profonde. Ed è qualcosa a cui stiamo assistendo ancora oggi.

La regista, però, guarda al futuro con ottimismo:

Negli anni Settanta la battaglia riguardava il corpo delle donne e i loro diritti. E mentre parliamo si sta cercando di tornare indietro su quelle conquiste, quindi è qualcosa che ti colpisce davvero. A volte può sembrare che tutto stia andando nella direzione sbagliata, ma ci sono ancora donne straordinarie che continuano a lavorare per il cambiamento. E questo non cambierà.