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Nel tepore del ballo: il ritorno di Avati

Nel tepore del ballo: tra reputazione in frantumi e un nuovo innamoramento, il film segue un conduttore televisivo nel dopo-scandalo. Intervista al regista.

In uscita il prossimo 30 aprile, Nel tepore del ballo segna il ritorno alla regia di Pupi Avati a una messa in scena spogliata del superfluo, costruita sulla misura degli attori e sul peso delle conseguenze. Prodotto da Duea Film con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution, il film mette al centro Gianni Riccio, volto televisivo di successo, che precipita dopo uno scandalo finanziario: la reputazione si sfalda, le relazioni si rivelano e il “secondo tempo” dell’esistenza chiede un’altra grammatica emotiva.

Tra gli interpreti: Massimo Ghini (Gianni Riccio) affiancato da Isabella Ferrari (Clara), Giuliana De Sio (la Morta), Lina Sastri (la zia), Sebastiano Somma (Morè l’amico di sempre), Pino QuartulloMorena GentileManuela Morabito e  Raoul Bova. Nei ruoli di loro stessi: Bruno Vespa, Jerry Calà, Pascal Vicedomini.

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Nel tepore del ballo: l’importanza dell’essenzialità

Ai microfoni della stampa romana, Avati parla di un dramma intimista in cui l’azione è spesso interiore e la regia cerca il “tepore” di un gesto minimo, rivendicando il ritorno alla sottrazione: “È uno dei lavori più essenziali che abbia fatto”, racconta, spiegando di voler evitare l’artefatto e lasciare che siano volti e tempi a costruire il racconto.

E in merito al controverso momento che il cinema italiano sta attraversando, vista anche la recente esclusione dal Festival di Cannes,  Avati  si sbilancia puntando il dito su  produzioni che inseguono un modello spettacolare e autori con progetti troppo ambiziosi e costosi, aggiungendo che sarebbe meglio optare per un cinema “di buon senso” con budget sostenibili.

Per il regista bolognese il punto è che oggi la disponibilità economica può diventare una variabile artistica determinante, fino a condizionare cosa si può o non si può raccontare.

Nel tepore del ballo rappresenta, dunque, un ritorno a una narrazione priva di sovrastrutture in cui si  rivendica la libertà di “uscire dall’omologazione ed essere socialmente liberi”, facendo propria l’arte del “rinnamoramento”, ossia: “Quel sentimento misterioso che arriva nel tramonto dell’esistenza, quando l’invecchiare non coincide con l’autostima cercata per una vita”.