In concorso alla Berlinale 2026, Nightborn segna il ritorno al genere horror dell’attore britannico Rupert Grint, diventato famoso per il ruolo in Harry Potter.
Riuscire a distaccarsi da un ruolo che ti ha reso iconico spesso non è facile. Rupert Grint, a distanza di qualche anno in cui è stato assente dal grande schermo, sembra aver trovato la soluzione. Dopo il suo ruolo in Bussano alla porta (M. Night Shyamalan, 2023), l’attore è tornato nuovamente a recitare in un prodotto di genere horror. Si tratta di Nightborn (titolo finlandese Yön Lapsi), il nuovo film della regista Hanna Bergholm, in concorso per l’orso d’oro alla Berlinale.
Da idolo dei giovani a protagonista dell’orrore
Nei primi anni 2000 l’attore britannico era stato, insieme a Daniel Radcliffe ed Emma Watson, per lungo tempo sulla cresta dell’onda grazie all’adattamento dei romanzi di J.K. Rowling. Un fardello difficile da lasciare andare, che ha portato Rupert Grint a scomparire dal grande schermo per una decina d’anni. Dopo aver lavorato a diverse serie TV ed aver istaurato un rapporto di collaborazione con Shyamalan, il 37enne britannico sembra aver trovato nell’horror un genere in cui si sente a suo agio. La sua partecipazione nel nuovo film della regista finlandese sembra confermare il nuovo ruolo dell’attore come “scream king”.
Nightborn, la trama
La sinossi del film recita: con il sogno di costruire una famiglia perfetta, Saga (Seiidi Harla) e il suo marito britannico Jon (Rupert Grint) si trasferiscono nella casa isolata dove la donna ha trascorso gran parte della sua infanzia, nella profondità della foresta finlandese. Ma in seguito alla nascita del loro bambino, nonostante le rassicurazioni delle persone intorno a lei, Saga intuisce che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in suo figlio. Mentre il loro matrimonio inizia a complicarsi, Jon si sforza di sostenere la moglie, ma solo Saga sospetta la terribile verità che si cela dietro il loro bambino.
Il personaggio interpretato da Rupert Grint
L’attore britannico ha ammesso di aver accettato dopo aver visto l’utilizzo che la regista fa degli animatronic. Inaspettatamente, però, il tema del film ha risuonato con il 37enne britannico diventato papà nel 2020. “I primi mesi possono essere stranianti”, ha dichiarato l’attore. “È una sensazione terribile, quando ciò che dovrebbe essere la cosa più straordinaria può rivelarsi piuttosto traumatizzante”. Jon, il suo personaggio, si ritrova catapultato in un mondo di cui non conosce le tradizioni, né tantomeno la lingua. Il tentativo di supportare Saga, suo unico punto fermo, si rivela però controproducente. “Dal punto di vista di sua moglie, lui sta solo peggiorando la situazione e isolandola ancora di più. È abbastanza desolante”, conclude l’attore.
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Sindrome post-parto e folklore finlandese
La regista ha affermato di aver lavorato al film basandosi sulle proprie esperienze. La difficoltà nel coltivare l’amore verso il proprio figlio quando questo non è come te lo saresti aspettato (un bambino felice e sereno); le emozioni complesse che vengono sperimentate quando si diventa genitore. Il tutto combinato con il folklore finlandese, in particolare le storie che parlano dei troll. Queste figure mitologiche qui vengono reinterpretate creando un legame con gli esseri umani che ha portato le persone a possedere del sangue di troll al loro interno. Questo sangue rende alcuni individui diversi, fuori dalle norme sociali. Proprio su questo aspetto si inserisce il mistero del bambino, con la madre che lentamente viene a conoscenza delle peculiarità del proprio figlio.
Nightborn, la clip dal film
In una clip possiamo vedere Saga mentre tiene il piccolo nel passeggino in un evento che potrebbe essere una festa. Le critiche dei presenti sembrano turbarla a tal punto da costringerla ad allontanarsi, con il marito che cerca di aiutarla a far smettere di piangere il figlio. Ciò che colpisce maggiormente la dimensione di mistero data dal volto del bambino, criticato dai presenti ma mai inquadrato. Per ammissione della regista, la scelta di non mostrare il volto del piccolo fino alla fine del film serve a creare nello spettatore la sensazione provata dalla madre: c’è indubbiamente qualcosa di sbagliato nel piccolo, ma è impossibile capire cosa sia.