Santa Fe International: il celebre Festival, vetrina del cinema a livello internazionale e globale, è diventato il punto centrale di una specifica cultura.
Santa Fe International, uno dei più noti festival del cinema e tra i più conosciuti al mondo, è diventato il simbolo di una cultura in particolare.
Santa Fe International, il festival che ispira
Come il Santa Fe International Film Festival è diventato un punto di riferimento per il cinema indigeno.
Gary Farmer, Wes Studi e Jacques Paisner spiegano come voci diverse abbiano plasmato il festival sin dai suoi esordi e perchè sia in continua crescita.
Il luogo scelto come simbolo
Chiamano Santa Fe la Terra dell’Incanto. Ma noi la chiamiamo la terra delle trappole.
Queste le parole dell’attore Gary Farmer, il presidente del comitato consultivo e membro fondatore del festival in questione.
Proprio Santa Fe, insieme all’area circostante, risultano essere davvero affascinanti per una determinata categoria di persona creativa. Negli scorsi decenni, ha attirato l’attenzione di artisti dal calibro di Georgia O’Keeffe e Bruce Nauman, musicisti come Ottmar Liebert e Dave Grusin, e scrittori come Cormac McCarthy e Tony Hillerman.
Senza dimenticare attori e registi. Farmer in primis, che ha anche contribuito alla fondazione del SFiFF nel 2009 in collaborazione con il direttore artistico Jacques Paisner e alla direttrice esecutiva Liesette Bailey. L’artista risiede a Santa Fe da quando ha girato Powwow Highway nel 1989.
Da quel momento, molti altri del comitato consultivo si sono aggiunti. Tra i tanti nomi, lo sceneggiatore e produttore Kirk Ellis, il regista e sceneggiatore Chris Eyre e Wes Studi. Quest’ultimo è stato quello che ha visto prosperare di più il festival, insieme allo stesso Farmer.
Eravamo lì sin dall’inizio, con Jacques e Liesette, quando il festival si concentrava sul cinema alternativo. Il festival ha iniziato a crescere con la loro esperienza nel corso degli anni, e oggi per quanto mi riguarda, è l’istituzione festivaliera in più rapida crescita che ci sia.
Il Festival è ormai un punto di riferimento fisso per le voci di origine indigena, nonchè ambita meta per il cinema internazionale. Tra i numeri, per citarne alcuni, riceve annualmente oltre 7.000 candidature, 70 lungometraggi e 100 lungometraggi.
Il tutto in una città che conta poco meno di 100.000 abitanti. Ecco le parole di Paisner:
Molte persone vengono qui, proiettano un film e poi cercano il loro prossimo progetto. A volte comprano anche una casa qui. Questo offre a questa ricca schiera di cineasti e attori che vivono e lavorano qui l’opportunità di partecipare a un dibattito o di presentare un film in cui hanno recitato altrove e discuterne.
Inoltre, per i giovani cineasti che arrivano qui dalle scuole di cinema, è un’occasione per presentare il loro primo cortometraggio a un festival.
Dal 2024, il Festival è anche diventato importante per gli Oscar nella categoria cortometraggi narrativi, live-action e d’animazione. Solo la scorsa stagione, 13 candidature. Si è passati da un modello totalmente indipendente a uno di livello internazionale.
La prossima edizione si aprirà il 14 ottobre con la commedia romantica di apertura In Memoriam, con Marc Maron, l’attore comico originario del Nuovo Messico. Tra i cortometraggi annuali invece figurano Sila e Mirumiru.