Il regista Sylvain Chomet respinge ogni accusa di intelligenza artificiale per il corto di Dior e spiega la bellezza del disegno fatto interamente a mano.
Il cortometraggio festivo, La notte a colori di Christian Dior, firmato da Sylvain Chomet è al centro di una polemica sui social. Alcuni utenti hanno interpretato presunte anomalie visive, tra cui un personaggio con sei dita, come indizi dell’uso di intelligenza artificiale generativa.
Il regista francese, però, respinge le accuse e difende il lavoro degli artisti coinvolti nel progetto. A chiarire il processo produttivo è anche il produttore Aton Soumache che ha dichiarato:
“La realtà è che ci sono voluti sette mesi per realizzare questo film ed è stato interamente disegnato da artisti”.
La tecnologia moderna nelle mani di Sylvain Chomet
Sul piano tecnico, Chomet riconosce l’uso dell’interpolazione automatica per alcuni fotogrammi intermedi, ma distingue questo intervento dal lavoro creativo: lo strumento serve a velocizzare la parte ripetitiva e meccanica dell’animazione, non a sostituire il disegno degli artisti.
Il regista ribadisce così il proprio legame con il cinema 2D:
“Prima di realizzare ‘I gemelli di Belleville’, decisi di continuare a realizzare film disegnati a mano. Ecco perché trovo strano che oggi la gente mi attacchi”.
Quanto alle mani apparentemente a sei dita, Chomet le riconduce a una scelta stilistica pensata per rendere il movimento rapido.
Il regista le descrive quindi come un espediente dell’animazione tradizionale, non come una prova dell’impiego di IA generativa.
La poesia visiva creata da Sylvain Chomet
Al di là della polemica, la storia intreccia l’alta moda di Dior e la magia del cinema classico, evocando il passaggio dal bianco e nero al colore attraverso la figura di Marlene Dietrich.
A dare voce ai personaggi è un cast stellare: Robert Pattinson presta la voce al narratore, mentre Louis Garrel interpreta Christian Dior. L’estetica del cortometraggio richiama il fascino senza tempo degli atelier parigini di alta sartoria.
In definitiva, per Chomet il punto non è rinunciare alla tecnologia, ma non confondere lo strumento con l’autore. Perché un software può riempire lo spazio tra due fotogrammi; a dare un’anima al disegno resta la mano di chi lo immagina.