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Synthetic Sincerity

Synthetic Sincerity, il sovversivo fintomentario di Marc Isaacs

Con Synthetic Sincerity Marc Isaacs usa una falsa ricerca sull’AI per colpire il documentario patinato: le persone comuni spariscono, restano avatar e celebrità.

Synthetic Sincerity, in uscita nei cinema britannici dal 17 luglio, sembra un documentario su un laboratorio universitario che acquisisce i film del regista per estrarre emozioni umane e costruire personaggi artificiali. Il laboratorio, però, non esiste.

L’Università dell’Inghilterra Meridionale è inventata. La licenza concessa all’AI è una finzione. Proprio questa bugia controllata permette al film di colpire una verità industriale molto concreta: il documentario sta perdendo interesse per le vite ordinarie, mentre piattaforme e produttori inseguono celebrità, format riconoscibili e immagini già vendibili.

Marc Isaacs usa la finzione per smontare l’autenticità costruita

Isaacs ha costruito per venticinque anni un cinema fatto di persone comuni, luoghi marginali, conversazioni minute, gesti apparentemente trascurabili. Da Lift a The Curious World of Frinton-on-Sea, il suo lavoro ha osservato la Gran Bretagna laterale, quella che non entra nei comunicati stampa e non genera automaticamente clip promozionali.

Con Synthetic Sincerity, scritto insieme ad Adam Ganz, il regista spinge questa ricerca in una zona più ambigua. Non-attori recitano situazioni scritte, frammenti reali vengono mescolati a invenzioni dichiarate, l’AI entra in scena come dispositivo narrativo e come minaccia culturale. Il risultato destabilizza lo spettatore perché lo obbliga a verificare ogni immagine, ogni voce, ogni confessione.

Quando tutto può essere simulato, anche il documentario perde la comodità morale della “testimonianza pura”.

Il problema non riguarda solo il gusto, ma la distribuzione dello sguardo. Se il documentario smette di cercare chi non ha già un nome, una piattaforma, una fanbase o un valore promozionale, intere parti della società spariscono dal campo visivo. L’AI aggrava questa tendenza perché lavora su archivi, ripetizioni, pattern già disponibili. Rende più facile imitare emozioni e più difficile incontrare davvero qualcuno.

In questo senso, il laboratorio immaginario di Synthetic Sincerity funziona come sintesi brutale: prende i film, raschia i volti, cataloga sentimenti, restituisce avatar. L’umano diventa materiale d’addestramento. La vita ordinaria, invece di essere ascoltata, viene convertita in dato.

L’AI nel cinema resta utile solo quando mostra il proprio prezzo

Un tempo, ricorda Isaacs, BBC e Channel 4 aprivano finestre su vite diverse. Oggi il mercato premia prodotti lucidi, rassicuranti, biografie autorizzate, celebrità impacchettate, operazioni come Beckham su Netflix o Marc by Sofia, il film di Sofia Coppola su Marc Jacobs.

Isaacs non firma un manifesto apocalittico.

Il film concede all’AI un ampio margine di utilità: può dare voce a chi non può parlare liberamente, come accade con Ablikim Rahman, chef uiguro coinvolto nel film; può servire in sequenze complesse e può aprire forme visive ancora poco esplorate. Ma l’entusiasmo tecnologico finisce appena l’AI pretende di sostituire l’esperienza del mondo, a beneficio di chi controlla gli archivi, chi monetizza i volti, chi trasforma la memoria degli altri in prodotto sintetico.

‍Synthetic Sincerity non predica. Mette lo spettatore in una posizione scomoda e lo costringe a fare il lavoro che molte immagini contemporanee evitano: dubitare, distinguere, chiedersi chi sta guardando chi. Il gesto più sovversivo resta raccontare l’umano senza trasformarlo in fenomeno, dato o contenuto.