I Play Rocky (2026): recensione del biopic di Peter Farrelly su come Sylvester Stallone lottò per diventare Rocky Balboa.
I Play Rocky (Rocky sono io) è stato presentato ieri sera nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma, tra gli appuntamenti più attesi della ventunesima edizione. In precedenza, il film aveva già conquistato il pubblico del Toronto International Film Festival il 12 settembre 2026. Distribuito da Eagle Pictures, arriverà nelle sale italiane il 31 dicembre.
Trama, cast e contesto del film
Dietro la macchina da presa c’è Peter Farrelly, premio Oscar per Green Book (2018). Il soggetto e la sceneggiatura, invece, portano la firma di Peter Gamble. Il film racconta la vera storia di un attore sconosciuto con una convinzione incrollabile. Stallone non voleva soltanto scrivere Rocky (1976), infatti, voleva essere lui Rocky Balboa. Gli studios si oppongono ma lui scommette tutto su sé stesso e pretende il ruolo da protagonista contro ogni probabilità.
Il protagonista è Anthony Ippolito, attore di 27 anni che ha già interpretato due miti del cinema moderno. Prima di Stallone, infatti, ha vestito i panni di Al Pacino nella serie The Offer, dedicata alla nascita de Il padrino (1972).
Accanto a lui troviamo AnnaSophia Robb nel ruolo di Sasha Czack, la moglie di Stallone. Matt Dillon interpreta il padre Frank Stallone Sr., mentre P. J. Byrne e Toby Kebbell sono i produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff. Completano il cast Stephan James nei panni di Carl Weathers, Tracy Letts come Sandy Maddox e Jay Duplass nel ruolo del regista John G. Avildsen.
I Play Rocky, recensione: un film che emoziona e diverte
Rocky sono io è, innanzitutto, un film emozionante. Allo stesso tempo, però, riesce ad intrattenere ed essere divertente, e la sala lo ha dimostrato con risate e rumori di approvazione continui. La struttura è quella classica del film motivazionale. Ritroviamo quindi il messaggio di non arrendersi mai e le tipiche frasi sul credere in sé stessi. Tuttavia, il racconto non scivola mai nella retorica vuota e riesce a toccare corde profonde. La corsa sulla scalinata di Philadelphia, ad esempio, mette letteralmente i brividi.
Il regista sfrutta i momenti iconici di Rocky quasi come una scorciatoia per conquistare il pubblico. Eppure la formula funziona a ogni momento di sfida e di riscatto. Del resto, era una vicenda talmente incredibile che meritava da tempo un film. Finalmente, è arrivato ed un prodotto all’altezza, ben realizzato e ben recitato.
Per quanto riguarda i protagonisti, infatti, Anthony Ippolito si trasforma completamente in Sylvester Stallone. Ne riprende infatti l’aspetto, la voce e il linguaggio del corpo. Più che una semplice imitazione, in certi momenti, sembra essere più lui Stallone che Stallone stesso, e questa è una parte importante della riuscita del film. Ippolito firma una prova destinata a lanciarlo come star.
Inoltre, Jay Duplass regala alcune delle risate più grandi nei panni di un Avildsen pragmatico e senza fronzoli. Altrettanto importanti sono P. J. Byrne e Toby Kebbell, perfetti nel ruolo dei produttori Winkler e Chartoff, sempre in bilico tra fiducia e disperazione. Del resto, l’intero cast è scelto con grande precisione e ogni interprete risulta perfetto nel proprio ruolo.
Un biopic come deve essere fatto
I Play Rocky fa capire l’importanza di Stallone per quel film del 1976. Allo stesso tempo, mostra il peso dei produttori, della moglie e del regista nella nascita di un capolavoro. Il ritmo è buono e le scene toccanti si alternano a quelle divertenti. Il risultato è un film biografico classico, costruito esattamente come dovrebbe essere.
Non mancano poi i tanti riferimenti alla storia del cinema. Tra citazioni e richiami “storici” spuntano La conversazione (1974), Il padrino e New York, New York (1977). C’è spazio anche per Orson Welles e il suo Quarto potere (1941), oltre a Non si uccidono così anche i cavalli? (1969). L’effetto ricorda quello di Nouvelle Vague (2025), che raccontava il making of di Fino all’ultimo respiro (1960). Il film di Farrelly, quindi, rappresenta un’ottima alternativa per chi ama le storie dietro le quinte.
Inoltre, il film riporta in auge un’opera iconica e un attore spesso sottovalutato. Certo, molte delle prove successive di Stallone possono risultare discutibili. Tuttavia, qui c’è tutto lui, e il film non è mai superficiale. Dopo la visione, infatti, si capisce davvero quanto Rocky sia Sylvester Stallone. È proprio questa la chiave del film. Stallone non si era limitato a scrivere un capolavoro, doveva assolutamente essere lui a interpretarlo.
Il film racconta poi la lavorazione burrascosa di un progetto che quasi nessuno voleva realizzare. I mezzi erano pochi, il budget quasi inesistente e gli ostacoli continui. Eppure, proprio da queste difficoltà è nato uno dei film più amati di sempre. Lo spettatore ammira quindi la determinazione di Stallone, il suo spirito di sacrificio e il suo desiderio di affermarsi. Stallone non voleva diventare una star, voleva realizzare il sogno di una vita.
Non siamo di certo davanti a un capolavoro, ma il film non ha nemmeno l’ambizione di esserlo. È un film di grande esempio, ampio nei toni ma innegabilmente coinvolgente che centra in pieno il suo obiettivo, ovvero emozionare, divertire e rendere omaggio a una pagina leggendaria del cinema.
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