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Exit 8, la recensione su Almanacco Cinema

Exit 8: crescere significa accettare i cambiamenti

Ambientato in un singolo corridoio, Exit 8 riesce a tenere alta la tensione attraverso piccoli cambiamenti e l’intreccio del mistero con il dramma psicologico.

Il mondo dei videogiochi rappresenta ormai una fucina di idee per gli adattamenti cinematografici. Exit 8 ne è un’ulteriore conferma; Genki Kawamura torna dietro la macchina da presa per espandere il materiale originale dopo aver partecipato come produttore a numerosi progetti nipponici di grande successo (Your Name, Mirai, Suzume). Il film si inserisce inoltre nel sempre più esplorato filone del liminal horror sfidando di fatto Backrooms, di cui è stato rilasciato recentemente il trailer.

Tratto dall’omonimo videogioco pubblicato nel 2023, Exit 8 è stato presentato al Festival di Cannes 2025 per poi essere distribuito da Toho nelle sale giapponesi a partire da agosto dello stesso anno e da Neon in quelle americane il 10 aprile 2026. In Italia Adler Entertainment porterà il film nei cinema nostrani a partire dal 23 aprile. Questa la nostra recensione in anteprima.

Exit 8, la trama

Un uomo (Kazunari Ninomiya) sta viaggiando in metro per recarsi a lavoro. Sceso dal treno, riceve la chiamata della sua compagna (Nana Komatsu) che gli comunica di essere in ospedale perché incinta. Da qui il protagonista resta bloccato in un corridoio che sembra ripetersi all’infinito. Stesse svolte, stesse locandine, stesso uomo (Yamato Kochi) che ripetutamente sembra attraversare quello strano corridoio in direzione opposta.

Esattamente come accade nel videogioco, per riuscire ad evadere da questa prigione misteriosa l’uomo dovrà fare attenzione ad ogni minimo dettaglio. Per poter avanzare infatti egli dovrà tornare indietro ogniqualvolta si troverà di fronte ad una anomalia – una variazione più o meno evidente nell’ambiente circostante. Partendo dall’uscita 0 e avanzando di numero ad ogni ripetizione superata con successo, il suo obiettivo sarà quello di arrivare all’uscita 8, quella che gli consentirà la libertà. Un singolo errore, e tutto ricomincerà da capo.

Osservare i cambiamenti fuori per cambiare dentro

La sfida maggiore per Kawamura è stata sicuramente quella di ampliare il mondo del videogioco, che non ha una vera e propria trama. Il regista giapponese è riuscito però ad inserire degli elementi narrativi in grado di fondersi quasi naturalmente con il materiale originale.

L’annuncio della gravidanza è per il Lost Man – così viene chiamato il protagonista – motivo di profonda indecisione. La scelta su come comportarsi lo blocca psicologicamente ancor prima che venga fisicamente intrappolato nel corridoio. La ricerca della via d’uscita passa quindi necessariamente per una crescita psicologica totalmente assente nel videogioco, ma che risulta perfettamente integrata.

I personaggi con cui il nostro si troverà a confrontarsi sono pochi, anzi pochissimi, ma tutti significativi. Ad esempio, la scelta di inserire un bambino perso all’interno di questo labirinto costringe il protagonista ad interpretare un ruolo genitoriale per il quale non si sente decisamente all’altezza. La compagna, con la quale rimane in contatto solo telefonicamente, rappresenta l’unico legame con il mondo reale in questo dedalo ripetitivo e contemporaneamente la sfida più grande per il Lost Man: rassegnarsi all’idea di rimanere in trappola per non dover scegliere o combattere per rivederla?

Exit 8, scena del film

Una trasposizione in grado di mantenere l’aspetto ludico

Come detto, Exit 8 è l’adattamento cinematografico di un videogioco. E si vede, ma non in un’accezione negativa. Oltre ad aver ricreato in maniera quasi perfetta lo spazio in cui si svolge gran parte della vicenda, Kawamura sembra aver compreso lo spirito del materiale originale, riuscendo a far trasparire un aspetto ludico all’interno del film stesso.

La ricerca delle varie anomalie, necessaria al Lost Man per poter superare l’ennesima ripetizione ed avanzare con le uscite, coinvolge tanto il protagonista che lo spettatore. Il risultato è che mentre il film va avanti, chi osserva rimane costantemente all’erta per notare ogni minima differenza, in una sfida fra personaggio e spettatore a chi individua per primo cosa ci sia che non vada all’interno del corridoio.

Questo espediente permette al film di mantenere sempre alta la tensione, in un crescendo che mescola in maniera efficace svolte narrative, anomalie e sviluppo del personaggio.

La regia di Kawamura: stesso spazio, ma diverso ogni volta

Il rischio della ripetitività era dietro l’angolo, letteralmente. In un film ambientato quasi esclusivamente all’interno di un singolo spazio la sensazione di essere sempre di fronte alle stesse scene, con conseguente noia, era una possibilità concreta. Kawamura riesce però a risolvere questo annoso problema attraverso tre diversi espedienti.

Il primo, come si è detto, è il gran numero di modifiche, a volte sostanziali, che l’ambiente subisce ad ogni ripetizione. E quando queste modifiche non sono evidenti, la possibilità che ce ne siano di nascoste riesce a contrastare quella sensazione di ripetitività.

Il secondo è rappresentato dalla scelta delle inquadrature. Il film si mostra e continua per buona parte del primo atto attraverso lunghi piani sequenza che inquadrano il corridoio da punti sempre diversi; a volte attraverso delle soggettive del protagonista, altre volte la camera da presa segue il Lost Man come se stesse camminando con lui. Man mano che la tensione cresce, però, gli stacchi si fanno sempre più numerosi, le inquadrature sempre più frammentate, come a voler fare da contrasto alla lucidità del protagonista: l’azione si fa frenetica mentre la sua mente è sempre più ordinata.

Il terzo consiste nel racconto di storie diverse. Exit 8 si concede infatti diversi momenti nei quali il protagonista viene messo da parte per favorire il racconto di altri personaggi; per seguirne la loro storia, la loro evoluzione. Un espediente che permette di osservare quel corridoio da punti di vista diversi, perché diversa è la persona che si trova ad affrontarlo.

Exit 8, Walking Man

Exit 8, conclusioni

Exit 8 è sicuramente un tentativo ben riuscito di portare un videogioco sul grande schermo. La scelta di mantenere gli aspetti ludici che caratterizzano il materiale originale premia il film rendendolo intrattenente, denso di una tensione ottenuta anche grazie alla scelta di limitare la colonna sonora per esaltare i silenzi, i rumori dei passi e di tutto ciò che si muove al di fuori dell’inquadratura. Peccato per alcune anomalie nascoste o suggerite che rovinano in piccola parte quel gioco di scoperta.

Siamo di fronte ad un ottimo liminal horror, di cui il film è riuscito a comprendere a fondo l’aspetto più importante: l’orrore non nasce da jump scares inseriti a forza, ma dalla potenza di rendere inospitale un luogo nato per essere tutto il contrario.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★