Il Festival di Venezia riporta a casa Martin McDonagh e la sua ultima fatica, Wild Horse Nine. Il regista irlandese è alla sua terza partecipazione al Festival.
Martin McDonagh, con il suo ultimo film Wild Horse Nine, si lancia in una nuova sfida: affrontare l’ingerenza della politica americana nel Novecento, che, con le varie missioni della CIA, si macchiò di alcune delle pagine più crude della storia. Se negli altri film del regista la politica è sempre stata sullo sfondo: la provincia americana, per esempio, nello splendido “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” era un coacervo di razzismo e violenza, mentre negli “Spiriti dell’Isola”, la guerra (quella irlandese del 1923) si sente solo a distanza e con Wild Horse Nine che McDonagh firma quello che è a tutti gli effetti un film politico.
Wild Horse Nine, la trama
Wild Horse Nine racconta i giorni che precedono il colpo di Stato cileno del 1973, i protagonisti sono gli agenti della CIA Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) che vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ (Steve Buscemi).
Tra le suggestive statue dell’isola, mentre i due compagni si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, Chris crea un legame con una studentessa che sostiene il governo di Allende. Il rapporto tra di loro rischierà di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in quest’isola remota.

La politca estera degli Stati Uniti
McDonagh rispolvera un pezzo di storia mai abbastanza ricordato: la missione della CIA nel Cile di Allende. Nel film sono gli Stati Uniti, da sempre considerati come “i buoni” della storia, sul banco degli imputati. Un paradigma che sottolinea già dal principio come il male si nasconda dietro alle apparenze (il capo della missione della CIA in Sudamerica è un eroinomane, anche se nessuno lo sospetta).
Inoltre non è un caso che la storia venga riletta sotto la luce di Chris, protagonista di tutte le missioni della CIA. Il suo personaggio infatti è sfrontato, non ha peli sulla lingua e, a causa del tumore che gli è stato diagnosticato, non si fa problemi a rivelare i segreti della CIA o, forse, messo davanti al prezzo morale delle sue azioni sta solo cercando la via verso la redenzione (“è possibile per un nazista andare in paradiso”, chiede Chris al suo compagno Lee).
Wild Horse Nine, il senso dell’assurdo nel film
Tutto ciò avviene alla luce di dialoghi grotteschi, che ti accompagnano in un film a tratti comico, al punto che si ride sul male, sul dramma, creando un senso dell’assurdo che finisce per distorcere la realtà fino all’inverosimile arrivando all’eccesso opposto: un tragico senso di fine e di morte che non può lasciare indifferenti.
Un’opera che non sarebbe stata la stessa se non avesse sfruttato un sensazionale John Malkovich, capace di dare al suo personaggio un’intensità straordinaria, passando dal grottesco al drammatico in due battute, regalandoci una delle interpretazioni della sua vita. Anche se non ci sarebbe da stupirsi, visto che McDonagh rimane uno dei migliori direttori d’attori in circolazione. Nel film infatti giganteggiano anche Sam Rockwell e Steve Buscemi, oltre alla giovane attrice cilena Mariana Di Girolamo, di cui probabilmente sentiremo parlare a lungo.
Wild Horse Nine, una volta finita la visione, dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera perfetta: capace di mescolare il classico e il postmoderno, la tragedia e la commedia, il serio e il faceto. Questo basta a definirlo un capolavoro? Probabilmente sì, ma ci vorrà tempo per consacrarlo come tale, intanto non resta che segnarsi sul calendario il 5 novembre, la data in cui uscirà l’ennesima perla della filmografia di Martin McDonagh.