Desiderio, recensione dell’opera seconda di Michela Cescon con Romana Maggiora Vergano ed Enrico Borello. Un dramma sul desiderio e sul tempo che passa.
Desiderio, in anteprima dalla Festa del Cinema 2026 la recensione del nuovo film di Michela Cescon. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Montefoschi, Desiderio è il secondo lungometraggio diretto da Michela Cescon. La storia comincia nella Roma della fine degli anni Ottanta, quando Matteo (Enrico Borello), giovane universitario con il sogno di diventare sceneggiatore, incontra Livia (Romana Maggiora Vergano), una ragazza affascinante e inquieta, ancora alla ricerca della propria strada.
Desiderio, la trama
Tra i due protagonisti nasce un sentimento intenso, ostacolato anche dalle differenze sociali e dalle incertezze della giovinezza. Quando Livia parte per Londra, la relazione sembra destinata a rimanere un ricordo. Il tempo passa, Matteo costruisce una vita familiare e diventa giornalista, ma il ritorno di Livia riapre una ferita mai del tutto rimarginata. Quello che sembrava appartenere al passato torna così a interrogare le scelte compiute e le possibilità lasciate indietro.

Desiderio, la recensione
Che cosa rimane di un amore quando a separarlo non sono soltanto le circostanze, ma anche il tempo, le decisioni e le vite che nel frattempo sono state costruite? È da questa domanda che prende forma Desiderio, il film con cui Michela Cescon torna dietro la macchina da presa dopo Occhi blu. Al centro c’è una relazione che attraversa gli anni, trasformandosi insieme ai suoi protagonisti e alle possibilità che sembrano ancora offrirsi loro.
Il desiderio nel titolo non è soltanto quello sentimentale ma richiama anche quella nostalgia per un qualcosa che sarebbe potuto essere ma non è stato. Matteo e Livia diventano i protagonisti di un passato sentimentale che torna nel presente ma che non trova spazio per riuscire ad affermarsi e stabilirsi.
Durante la conferenza stampa, la regista ha affermato che questo film nasce da le sue più grandi tre ossessioni: Il tempo, il desiderio e le relazioni interpersonali. Il problema è che nel film di desiderio c’è ne poco, quello che arriva certamente è il tempo che cambia i legami, le persone e i sentimenti. Il desiderio che dovrebbe vivere visceralmente nei protagonisti non arriva, arriva piuttosto il loro dolore legato a un sentimento che sembra immobile nel passato, ma che non riesce a sopravvivere nel presente. Nonostante le scene di sesso rivelino una certa passione tra i due protagonisti, la prova di questo desiderio viscerale non arriva, non si vede. Questa mancanza arriva da una regia eccessivamente controllata che riflette il suo controllo nella messa in scena di questi salotti romani borghesi, sicuramente bellissimi, ma eccessivamente controllati. Con i protagonisti cambia anche Roma, ma proprio qui si perde la regista. Questo sguardo troppo controllato non va di pari passo al desiderio che dovrebbe emergere, forse qualche inquadratura più sporca avrebbe aiutato a sentire questa passione. Il tempo che passa, invece, è reso molto bene ma finisce, anche lui per mette un freno a questo tanto atteso desiderio. In ogni caso, lo sguardo della regista è molto forte e riconoscibile, e questo è sicuramente lodevole.
Il personaggio di Livia, sicuramente quello meglio riuscito, non riesce a incatenarsi a un’idea di desiderio stabile e questo va a scontrarsi con la visione del personaggio di Matteo, che per quanto provi a lasciarsi andare tornerà ai pilastri stabili della sua vita. Il film ci dice che il passato non è materia immobile nel presente, ma è perfettamente mobile e continua a modellare rapporti presenti, passati e futuri. L’instabilità del loro rapporto alimenta il film, ma non riesce ad esplodere in un vero e proprio desiderio forte e passionale. Degna di nota è sicuramente l’interpretazione della giovane attrice Romana Maggiora Vergano, che riesce a portare sullo schermo tutta l’ambiguità di un personaggio che non riesce a controllare la sua vita.
Desiderio trova quindi il proprio interesse nella riflessione sulle occasioni perdute e sulla persistenza dei sentimenti, ma fatica a mantenere sempre viva la partecipazione dello spettatore. La sensibilità visiva di Cescon costruisce un universo coerente e riconoscibile, senza che la dimensione formale riesca però a compensare ogni passaggio meno incisivo del racconto.
Rimane l’immagine di un amore che sopravvive al tempo, ma che proprio nella sua durata rivela tutta la propria debolezza: quanto desideriamo davvero una persona e quanto, invece, l’idea della vita che avremmo potuto vivere insieme?