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Ovosodo

Ovosodo: un realismo puro che ha del magico

Una commedia di formazione, ironica e malinconica. Ovosodo, piccolo gioiello di Paolo Virzì, è un intimo racconto dell’Italia anni ’90. Una giovinezza disincantata che impara ad accettare la vita così come viene.

Ovosodo (1997), diretto dal regista Paolo Virzì candidato alla Palma d’Oro nel 1998, è un film che fa tanto ridere quanto pensare. Visto per la prima volta, lascia decisamente l’amaro in bocca e un sorriso stampato sulla faccia. La trama semplice quanto le esperienze della vita adolescenziale, difficili da affrontare, trascinano verso un’empatia diretta nei confronti di Piero e del suo mondo. Una Livorno di periferia, ignorante ma sorridente come i suoi abitanti. D’altronde si sa: le città di mare hanno sempre qualcosa in più.

Ovosodo, la trama

La storia gira intorno alla vita di Piero Mansani (Edoardo Gabbriellini), un ragazzo che cresce nel quartiere popolare di Ovosodo, a Livorno. Piero vive un’infanzia e un’adolescenza difficili, segnate da una famiglia fragile, dall’assenza del padre e da un’ambiente povero ma molto vivace. A scuola è intelligente e curioso, ma anche irrequieto. Grazie alla professoressa Giovanna (Nicoletta Braschi) scopre la cultura, la politica e i libri, che sembrano offrirgli una possibilità di riscatto sociale. Insomma, un cervello in fuga.

Durante gli anni, però, Piero si scontra con la realtà sociale che lo circonda e con i propri limiti: le amicizie, i primi amori, le ambizioni e le disillusioni lo accompagnano nel passaggio all’età adulta. Nonostante i sogni di cambiamento, il legame con il suo mondo d’origine resta forte.

Il film si chiude con uno sguardo amaro ma realistico sulla crescita di Piero, che non approda a un vero trionfo, ma a una consapevolezza più matura della propria vita e del contesto in cui è inserito. Un’ amore e una vita da cui è sempre scappato saranno la sua salvezza.

Quando le città recitano

Paolo Virzì, lo racconta il suo storico cinematografico, è sempre rimasto molto attaccato alle sue origini. Così come in altri suoi film, per citare Baci e abbracci (1999) e La prima cosa bella (2010), Livorno rappresenta un vero e proprio attore anche in Ovosodo. Il rione di riprese del film si trova nella zona Barriera Garibaldi, a nord-est della città labronica. Seguendo le vicende di Piero, Livorno si presenta come un vero e proprio stato mentale e condizione sociale.

Il protagonista e tutti i personaggi che gli ruotano intorno, dal migliore amico Tommaso (Marco Cocci) alla professoressa e amica Giovanna, mutano con gli anni. Ma Livorno rimane sempre la stessa. Questa è una condizione spesso comune per molti, intenti alla “fuga” perché soffocati dalle proprie origini. La città rappresenta un’appartenenza forte, che Piero durante l’infanzia racconta con stupore e meraviglia. Con gli anni diventa il suo limite, poiché lo studio e la lettura gli fanno scoprire che là fuori c’è molto di più. Infine una realtà invalicabile: un rapporto ambivalente di rabbia, amore e rassegnazione. Una Livorno che non smette mai di amare e di accogliere.

I personaggi secondari, ma non troppo

Coloro che vivono intorno a Piero, dall’infanzia all’età adulta, sono il contorno perfetto, potremmo dire Piero stesso, con tutti i suoi sogni e le sue difficoltà. Menzione speciale per la professoressa Giovanna, interpretata da Nicoletta Braschi, che per il ruolo ha ricevuto il David di Donatello. La madre che Piero non ha mai avuto, incarna la possibilità di un’emancipazione totale attraverso lo studio e l’apprendimento. Giovanna insegna a Piero che c’è molto di più là fuori, e che in fondo ha la possibilità di distaccarsi dalla realtà popolare in cui è nato.

Il regista Virzì attua una rappresentazione di una naturalezza e un realismo al limite del magico. Non si trova alcun appiglio per pronunciare la parola “stereotipo”. Non vi è alcuna caricatura negli attori che intervengono, ognuno con il suo ruolo. Tutti umani, tutti imperfetti, tutti contraddittori come la vita appena usciti dal nostro piccolo quartiere.

La regia si presenta quindi sobria così come i personaggi che incorpora. I dettagli quotidiani sono così naturali da sembrare superflui. Eppure eccoli lì, e a noi sembra proprio di condividere quella stessa vita. Di farne per un attimo parte.

Adattamento alla vita

Il film appartiene a quella categoria che unisce comicità e amarezza. Il linguaggio popolare, gli accenti tipici di quel tratto di costa toscana accompagnano per tutto il film. Per intendersi, non c’è da stupirsi se un non-livornese non ride ad una delle tante battute dialettali che si presentano nel corso dei 90 minuti di pellicola.

La figura di Piero è il fulcro del messaggio che questo film propone, senza imporre. Attraverso lui ci si chiede: la cultura basta davvero per cambiare la propria condizione sociale? Si rimane così in un limbo. Forse no, ma a cosa importa: la cultura dev’essere per forza un’arma? Possiamo sapere a memoria l’Infinito di Leopardi e lavorare in una fabbrica otto ore al giorno per sei giorni a settimana. Nel momento in cui siamo in pace con noi stessi ed impariamo ad adattarci a quello che ci concede il mondo, dove nasce il problema?

Conclusioni

Il film racconta che per raggiungere una condizione mentale stabile si deve faticare molto nella vita. Il disincanto non è sinonimo di sconfitta, ma di accettazione. Una presa di coscienza che viviamo accanto al protagonista divenuto ormai adulto.

Riteniamo che il film faccia riflettere su questo: che forse, arrivati ad un certo punto, non tanto ci si deve accontentare, ma bisogna imparare a fermarsi. Perché il bello a volte è proprio accanto a noi, dove non abbiamo mai guardato.

 

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨