A distanza di 10 anni dalla sua uscita, 10 Cloverfield Lane rimane ancora un ottimo film, in grado di tenere incollati allo schermo senza mai annoiare.
Uscito in sordina e con una campagna marketing praticamente assente, 10 Cloverfield Lane è uno di quei film dalla struttura semplice: 3 attori, una singola location ed un budget non così eccessivo. Dan Trachtenberg (del quale abbiamo potuto apprezzare di recente il suo Predator) parte dalla sceneggiatura di un altro progetto, The Cellar, che viene rimaneggiata per essere trasformata in qualcos’altro. Ciò che ne deriva è un sequel non diretto di Cloverfield, monster movie del 2008 con dietro – come nel caso di 10 Cloverfield Lane – J.J. Abrams, produttore di entrambi i film.
10 Cloverfield Lane, la trama
Michelle (Mary Elizabeth Winstead) rimane coinvolta in un incidente stradale a seguito del quale perde i sensi. Al suo risveglio, si ritrova prigioniera all’interno di una stanza dove è stata incatenata alla parete. Presto facciamo la conoscenza del suo carceriere, l’enigmatico Howard (John Goodman), che tuttavia insiste per essere ringraziato di aver salvato la vita alla donna.
Stando al padrone di casa, infatti, un attacco bio-chimico sembra essersi abbattuto sulle loro teste; lui ha preso in salvo ed accolto Michelle ed Emmet (John Gallagher Jr.) all’interno del suo bunker, salvandoli da morte certa. La donna dovrà quindi imparare a convivere con due sconosciuti, ma un dubbio sembra farsi strada dentro di lei: il pericolo al di fuori del bunker è reale o si tratta di un escamotage per trattenere i due ospiti prigionieri?
L’aria è densa dentro le quattro mura
L’intera vicenda si gioca su una tensione costante: dubbi, sfiducia e silenzi sono il cardine dell’esperienza. Va da sé che la buona riuscita del film dipenda dalla capacità degli attori di far trasparire le loro emozioni, in un costante gioco di detto e non detto nel quale una singola frase fuori luogo può portare a conseguenze inimmaginabili.
Lo spettatore segue il punto di vista di Michelle, ed ha quindi una visione parziale della vicenda; una prospettiva limitata che spinge chi osserva a fare congetture, scoprire man mano, stando al passo con la protagonista. Il dubbio che tutto ciò che Howard abbia affermato riguardo l’attacco ed il conseguente divieto di uscire all’aria aperta siano tutta una messa in scena costringe la donna – e di conseguenza lo spettatore – ad indagare più a fondo su chi sia veramente il padrone di casa, amichevole ed ospitale tanto quanto oppressivo.

Rapporti di potere
Quello che si instaura è un rapporto in cui ciascuno dei tre, seppur con caratteri diversi, cerca di prevalere sugli altri. Goodman (Il grande Lebowski), anche grazie alla sua corporatura, riesce a trasmettere l’incombenza è l’oppressione del suo personaggio, ossessionato dal voler mantenere il controllo totale in quanto proprietario del rifugio. Emmet ha una personalità arrendevole, si lascia trasportare dagli eventi per non dover fare i conti con la paura di affrontarli. Michelle, invece, tende a fuggire dalle situazioni, ed è per questo la persona meno adatta a rimanere rinchiusa in un luogo nel quale non vuole stare. Lo capiamo all’inizio della storia mentre scappa dal suo appartamento dopo un litigio con il suo compagno, o durante i vari tentativi di fuga.
Per tutti i personaggi, la sopravvivenza sarà legata prima di tutto alla capacità di ognuno di fare i conti con il loro passato, le loro storie, la loro personalità. Che il pericolo esterno sia reale o meno, forse la sfida maggiore viene vissuta all’interno di quattro mura che rappresentano un’illusione di salvezza. Un illusione che passa anche dall’arredamento e nella cura di piccoli gesti come consumare i pasti o ascoltare un po’ di musica.
Scrittura brillante, ma occhio ai dettagli
Trachtenberg riesce a rendere in maniera efficace il senso di isolamento e costrizione che vive la nostra protagonista, mentre un montaggio serrato ed una colonna sonora azzeccata creano la tensione necessaria a lasciare lo spettatore incollato allo schermo. Tuttavia, uno dei maggiori pregi della pellicola è sicuramente la scrittura: i dialoghi, mai banali, completano – insieme alle ottime performance attoriali – la psicologia di personaggi sfaccettati, credibili e che restano ben impressi anche a visione conclusa.
Un altro elemento che caratterizza 10 Cloverfield Lane è la necessità che lo spettatore presti attenzione nel corso della sua intera durata. Infatti nessuna inquadratura, nessun dialogo o dettaglio è fine a sé stesso: ogni cosa che viene mostrata a schermo, servirà poi più avanti per riuscire a comprendere il corso degli eventi.

10 Cloverfield Lane, conclusioni
10 Cloverfield Lane è come un grande puzzle: ogni tassello ha una propria importanza e serve connetterli tutti nel modo giusto per poter ammirare il quadro completo. Inserito in una cornice claustrofobica e piena di tensione, la prova attoriale è da considerarsi più che convincente. Il risultato è un film che merita di essere recuperato (per chi lo avesse perso all’uscita) o riscoperto. Nonostante sia in qualche modo collegato al precedente – e in questo senso non mancano riferimenti – la visione è totalmente indipendente dal successo del 2008. Insomma, non c’è davvero nessun motivo per non festeggiare questi 10 anni concedendogli una visione.