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Alpha, la recensione su Almanacco Cinema

Alpha, un’opera tra sangue, polvere e sabbia rossa

Alpha di Julia Ducournau è un film respingente e ammaliante allo stesso tempo. Personale e chiuso in sé stesso, dal fortissimo impatto visivo.

Ducournau torna a Cannes 2025, dopo Titane e la vittoria della Palma d’oro 2021, con un film drammatico e dirompente ma meno viscerale rispetto ai precedenti. Il corpo è sempre centrale nel suo cinema ma l’aspetto emotivo e riflessivo ha la meglio su immagini comunque spettacolari e dense di significato. È ora nelle sale italiane.

Alpha, la trama

Alpha (Mélissa Boros) è una tredicenne dalle origini berbere che vive negli anni ’80. In una dimensione alternativa in cui a diffondersi, al posto dell’AIDS, è una singolare epidemia che condanna le persone a una lenta pietrificazione fino alla morte.

Sua madre è una dottoressa che lotta per salvare le persone infette e trovare una cura a questa malattia inspiegabile e spaventosa. La via del contagio è il sangue. È in questo modo che suo fratello Amin (Tahar Rahim) si è infettato, iniettandosi droga con una siringa qualunque.

Alpha una notte torna a casa con un tatuaggio, una “A”, realizzato con un ago non sterilizzato. La madre va nel panico e richiede subito un test per scoprire se anche sua figlia è infetta. Intanto, Amin viene accolto in casa perché deve disintossicarsi o forse perché ha la malattia e ormai gli rimane poco da vivere.

Inizia a questo punto un’odissea per Alpha che deve difendersi da compagni di classe che la trattano come un’appestata che li potrebbe contagiare. Una madre apprensiva che cerca di salvarla dall’abisso in cui potrebbe essere risucchiata. E uno zio con cui deve condividere la stanza e lo stigma sociale di persona infetta.

alpha e amin

Un film che corre su due linee temporali

Apparentemente il film segue due linee temporali, una del presente in cui abbiamo un’Alpha tredicenne e una del passato in cui ha soli 5 anni. Il film si apre proprio con Alpha bambina che unisce con un pennarello i buchi sul braccio dello zio Amin.

I due piani però pian piano si confondono, fino a diventare un tutt’uno nel finale. Questo sicuramente è l’aspetto più respingente dell’opera di Ducournau. Lo straniamento che si crea è forte e non sempre è facile stare dietro al delirio che di fatto vive, o meglio subisce, Alpha.

Lei e lo zio Amin è come se si unissero in un atomo perché è così che li percepisce la madre, interpretata dall’iraniana Golshifteh Farahani. In passato e per buona parte della vita ha fatto di tutto per cercare di strappare il fratello dalla morte. E ora deve lottare per tenere con sé sua figlia.

Lo strappo dalla figura materna

Julia Ducournau ha descritto il film come un tentativo non di uccidere ma di emanciparsi dalla Madre. Intesa come figura immutabile nel tempo e icona. Secondo la regista, se uccidere metaforicamente il padre è necessario e liberatorio perché rappresenta lo sguardo esterno, della società, per la figura materna è diverso. Emanciparsi da lei vuol dire recidere il legame con una parte di noi stessi, con l’origine. Vuol dire, quindi, diventare realmente adulti. Per la regista, insomma, non è tanto una lotta con l’Altro, quanto con sé stessi.

Alpha: la Madre

Ed Alpha, allora, è chiamata proprio a questo. A questo strappo con la madre, che archetipicamente rappresenta la cura, colei che ti dà la vita e lotta per tenerti con sé. In questo senso, il film è quasi dogmatico e lascia poco spazio all’individuale per diventare quasi un’epopea. Nonostante le ottime interpretazioni, i personaggi sono monodimensionali ed esemplari, perché vogliono raccontare un mondo intero.

Interessante fare un paragone con il primo lungometraggio di Xavier Dolan, J’ai tué ma mère, il cui titolo è una dichiarazione d’intenti. In questo caso è esplicitata la volontà di uccidere la Madre, figura che viene resa umana, vera e singolare. Ciò permette una facile immedesimazione col figlio adolescente che vuole ribellarsi all’autorità. In Alpha, manca proprio questo aspetto. Potremmo dire che manchi quella carnalità che ha reso celebre il cinema di Ducournau. La Madre diventa qualcosa di astratto ed evanescente, come in parte tutto il film, che forza molto la mano sull’aspetto metaforico.

Perché Alpha è un film da vedere

Nonostante Alpha sia un film con cui è complesso entrare in sintonia, regala delle scene di grande suggestione e respiro. La pietrificazione dei corpi è sicuramente l’aspetto più coinvolgente.

La schiena di Amin che si frantuma e il sangue che si mischia alla polvere del corpo che abbandona la dimensione umana sono d’impatto. Così come il corpo completamente pietrificato in cui a muoversi sono solo gli occhi. L’ultimo baluardo di vita. Potremmo dire che la pietrificazione sia l’espressione massima della morte. La durezza, il freddo, la roboticità dei movimenti sono una negazione della vitalità del corpo umano. Anche metafora di una certa insensibilità o immobilità emotiva che ammala la società.

Il sangue è l’altro elemento corporeo che torna. Alpha perde sangue con facilità e causa la repellenza dei suoi compagni di scuola. La scena nella piscina, con tutti che fuggono dall’acqua che si sta tingendo di rosso, ricorda tanto Carrie, quanto Lo Squalo.

Alpha: il contagio

Ma da segnalare è anche la scena della liberazione di Alpha, dopo la prigionia della stanza in cui sua madre l’ha rinchiusa. Le pareti della camera si chiudono sulla ragazzina e la opprimono, finché non trova il coraggio di uscire e sentire sulla pelle la brezza della corsa in un campo di calcio. La musica e il rallentamento dei movimenti costruiscono una grande scena cinematografica.

A incombere sui personaggi, però, è anche una sabbia rossa che ricorda paesaggi desertici. Riferimento alle origini maghrebine della famiglia di Alpha. Un irrompere della tradizione, ma anche superstizione, di cui si fa portavoce la nonna di Alpha, che rifiuta la medicina tradizionale e anche la lingua francese. Scontro generazionale e culturale.

In conclusione

Alpha, a differenza del precedente Raw o di Titane, non crea repulsione per una corporeità provocatoriamente esposta. La repulsione è data da un’inafferrabilità, una difficoltà nell’entrare nella testa della regista, che sembra voler elaborare, digerire, un incubo. L’incubo di crescere durante gli anni della diffusione dell’AIDS. E vivere il panico sociale e tutti i pregiudizi che ne sono stati conseguenza.

Le scene in cui è al centro il corpo, invece, appaiono sorprendentemente quelle in cui ci si può rilassare. Ci si può far trasportare dalla musica e dall’immagine accattivante. La pietrificazione è quasi bella da vedere se non comportasse la morte della persona cara. Questo sicuramente crea un cortocircuito e acutizza l’impressione di trovarci all’interno di un sogno. Non necessariamente un incubo. In cui ragione, superstizione e sentimento si uniscono e la realtà scompare in una tempesta di sabbia rossa.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★
Emozioni
★★
🏆 Voto Totale
2.5
★★⯨