Aragoste a Manhattan come personaggi disillusi nella Grande Mela, dove una cucina diventa l’unico luogo possibile di sogni e libertà promesse.
Diretto da Alonso Ruizpalacios, e in concorso alla 74 Berlinale, Aragoste a Manhattan (La Cocina, 2024) è l’adattamento cinematografico dell’opera teatrale The Kitchen di Arnold Wesker, che si tinge di bianco e nero per raccontare una giornata all’interno del The Grill, ristorante nel cuore di Times Square. Ruizpalacios mette in scena una condizione più che una storia vera e propria, ossia un microcosmo di corpi migranti intrappolati nel loro stesso sogno.
Aragoste a Manhattan, la trama
Il The Grill è un ristorante nel cuore di New York. La maggior parte dei dipendenti è latinoamericana, e per comunicare, sono costretti a parlare la lingua inglese. Tra questi c’è Pedro (Raúl Briones), cuoco clandestino messicano dal carattere di fuoco, che ha una relazione complicata con la cameriera Julie (Rooney Mara), la quale aspetta un bambino dal cuoco, sebbene intenda abortire. Un giorno arriva Estela (Anna Diaz), giovane appena sbarcata a New York e conoscente di Pedro, e insieme a lei arriva anche un grande problema: una somma di denaro sparita dalla cassa del ristorante. Ciò sarà l’inizio di una giornata turbolenta e decisiva.
Il Paese della libertà
Fin dalle prime inquadrature, Aragoste a Manhattan emana echi di altre pellicole che si interrogano sul mito americano e sulle persone ai margini. Il bianco e nero, l’attenzione ai corpi che lavorano e alle loro vite invisibili richiamano Roma di Alfonso Cuarón, non solo per alcune inquadrature sorelle, ma anche e soprattutto per l’interesse verso i “silenziosi e condannati dalla nascita”. Mentre con l’arrivo di Estela a Manhattan e gli uccelli che volano nel cielo plumbeo, Ruizpalacios già ci mostra una promessa già negata a personaggi che non sono destinati a trionfare né a cadere del tutto, ricordando The Brutalist di Brady Corbet.
Il sogno americano: un labirinto senza via d’uscita
Aragoste a Manhattan è un giro a vuoto dentro il grande sogno fatto di promesse fragili. È una speranza che seduce, imprigiona ed infine incatena. La sospensione è perpetua e il The Grill ne è l’emblema: è un cuore pulsante, una macchina umana che fagocita, non troppo distante da quella della forza-lavoro sfruttata di Metropolis di Fritz Lang. È una macchina che deve andare avanti anche quando gli ingranaggi, ossia i corpi, non diventano altro che automi incastrati in un limbo: non c’è redenzione né sconfitta. Questa riflessione potrebbe benissimo andare oltre il sogno americano ed estendersi fino a noi, se solo pensiamo a quello che è anche il “sogno europeo” per molti.
Così prende vita un sistema piramidale apparentemente invisibile: sotto, nella cucina, caos e precarietà, sopra, nel ristorante, la calma di chi è agiato e consuma i sogni altrui, inconsapevolmente. Inoltre, chi sta ancora più in alto, gioca bene il ruolo di vittima: ti do cibo, soldi e una possibilità, dunque in realtà ti sfrutto ma ti sto anche “concedendo” qualcosa.
Ruizpalacios affida al linguaggio filmico, sia macchina da presa che suono, il compito di raccontare ancora prima della parola. Estela è lo sguardo vergine, è pura, è solo un altro sacrificio. La ragazza ci introduce al caos della metropolitana di New York attraverso uno slow motion sfalsato, tutt’altro che fluido. Questo restituisce l’estraneità di un mondo che corre troppo veloce, in cui è il tempo ad attraversarci e consumarci, e non il contrario. I suoni si accumulano, fino a quando una bugia buona e un garante (Pedro), le permettono di entrare nel sistema del The Grill.

Pedro e Julie, due lingue che non si comprendono
Il legame tra Pedro e Julie è allegoria di due mondi completamente opposti. Seppur in alcuni momenti qualcosa sembri legarli oltre le differenze, l’incomunicabilità torna continuamente: sono due paesi che non riescono davvero a capirsi. E proprio la lingua è uno degli snodi (e paradossalmente dei nodi) più significativi del film. I dipendenti parlano idiomi diversi eppure riescono a comunicare attraverso la naturalezza della gioia, come nella scena in cui si insultano, ognuno nella propria lingua, in un momento tenero. Ma comunque, l’inglese è la lingua che “deve” necessariamente unire tutti: è la lingua del potere e della gerarchia. È la promessa che li unisce, ma che li tiene distanti.
Aragoste a Manhattan o la fine dell’amore con se stessi
Il film non racconta la storia d’amore tra due persone, infatti, quella tra Pedro e Julie è piuttosto la messa in scena della crisi con se stessi. Colpisce il modo in cui ogni personaggio, Julie stessa, in realtà, debba lavorare per vivere. E così il sentimento d’amore verso se stessi si affievolisce sempre di più, poiché non ha più spazio per vivere.
Molti personaggi non ricordano più quale fosse il loro sogno, mentre altri vorrebbero sparire. Quasi nessuno ha più quella luce negli occhi del principio. Attraverso i long-take e i piani sequenza durante il servizio, Ruizpalacios immerge nel caos della cucina: comande come codici, gesti meccanici e una specie di colonna sonora ritmica diventano una marcia incessante. In questo modo, la cucina sembra diventare quasi un’entità collettiva che si nutre dei personaggi, ormai denutriti.
Se all’inizio Pedro sembrava l’unico ad avere ancora un sogno per vivere, la luce verde della macchina degli ordini si riflette in uno sguardo ormai disilluso. Estela, la novellina ancora in grado di percepire l’anormalità e la mancanza di empatia che governano la cucina, sembra incarnare una continuità di eredità, necessaria per un sistema che ha bisogno di rigenerarsi.
Aragoste a Manhattan, in conclusione
Ruizpalacios, nel suo virtuosismo, crea una danza malinconica attraverso la macchina da presa. L’uso del bianco e nero e della grana, sembrano restituire un’atmosfera quasi irreale, ricordando per sensazioni e dinamiche il primo Wes Anderson. Come le aragoste, un tempo cibo povero e oggi simbolo di lusso, anche i personaggi/allegorie di Aragoste a Manhattan vengono ridefiniti dal sistema: da esseri umani a risorse, da sogni a forza lavoro, accolti dal cuore pulsante dell’America per essere consumati lentamente.