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Una battaglia dopo l'altra, la recensione su Almanacco Cinema. Nell'immagine: Leonardo DiCaprio

Aspettando gli Oscar 2026: Una battaglia dopo l’altra, la recensione

Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson è il film candidato favorito come Miglior film nella corsa agli Oscar 2026. Ma…

Avete presente quei film da cui vi aspettate di essere travolti, e invece ci galleggiate sopra? Ecco, Una battaglia dopo l’altra è esattamente quella roba lì. Un film scritto bene, girato bene, che scorre. Ma non ti prende. Non davvero.

Prima di arrivare al punto, fermiamoci un attimo sul cast, perché qui si parla di una concentrazione di talento che fa quasi paura. Leonardo DiCaprio, Oscar come Miglior attore per Revenant nel 2016, dopo anni di candidature e attese bibliche che erano diventate quasi un genere cinematografico a sé, è Bob Ferguson, ex artificiere rivoluzionario che cerca di rifarsi una vita con la figlia.

Sean Penn, due Oscar vinti (per Mystic River e Milk), è il colonnello Steven J. Lockjaw, fanatico nazionalista e suprematista bianco che torna a tormentare il protagonista come un fantasma armato. Benicio Del Toro, premio Oscar per Traffic nel 2001 e da allora una delle presenze più magnetiche e irregolari del cinema americano, è Sensei Sergio, guida spirituale e morale del gruppo.

Alla regia, Paul Thomas Anderson, autore di Magnolia, Il petroliere, The Master, uno che ha già adattato Thomas Pynchon con Vizio di forma e che in carriera ha collezionato Golden Globe, BAFTA e quattro candidature all’Oscar per la Miglior regia senza mai vincerlo. Sulla carta, un evento.

Un film nel quale non ti immergi

E in effetti Una battaglia dopo l’altra, liberamente tratto da Vineland di Pynchon, è un evento. Ma di quelli a cui assisti dall’esterno, senza mai entrarci dentro del tutto.

Il film sa quello che vuole dire: la denuncia al sistema di polizia statunitense, velata attraverso la fiction, è azzeccata. In questo gli scrittori americani sono maestri assoluti, pensate solo a James Ellroy, capace di trasformare la brutalità del potere in noir puro, senza indulgenze. Anderson ci si avvicina, ci gira attorno, ma non sfonda. La critica è lì, presente, intelligente, ma sempre un passo indietro rispetto all’affondo che ci si aspetterebbe.
Il vero problema non è tanto il coraggio della denuncia quanto quello delle scelte stilistiche.

Il film si affaccia al grottesco, con qualche suggestione tarantiniana ben riconoscibile, senza mai addentrarcisi fino in fondo. Resta sul bordo. E restare sul bordo, in certi casi, è peggio che non provarci affatto. È lì, in quella zona grigia tra l’ambizione e la prudenza, che il film ti tiene a distanza. Guardi, apprezzi, annuisci. Ma non ti abbandoni.

Una battaglia dopo l’altra, il cast

La recitazione segue la stessa logica dimezzata. DiCaprio, in alcune sequenze, sembra fare la parodia del suo personaggio di Revenant, ma in versione eroe della rivoluzione ubriaco in Texas. Lo stesso attore ha dichiarato di essersi ispirato a Jeff Bridges ne Il grande Lebowski e ad Al Pacino in Quel pomeriggio di un giorno da cani, e in effetti si sente. Si sente forse troppo, e in certi momenti il risultato assomiglia più alla summa autoironica di una carriera che a un personaggio vivo e autonomo. Sean Penn, al contrario, sa trasformarsi: quasi irriconoscibile nei panni di Lockjaw, macchiettistico nel modo giusto, costruisce un antagonista che funziona proprio perché non prende sé stesso troppo sul serio. Lui ci sta, dentro al tono del film.

Sensei Sergio, il personaggio più riuscito

E poi c’è lui. Benicio Del Toro. In Una battaglia dopo l’altra, il suo Sensei Sergio è tecnicamente un personaggio secondario, entra nel film per portare DiCaprio dal punto A al punto D, come ha detto lui stesso con la consueta disarmante modestia. Ma Del Toro ha il dono raro di chi occupa lo spazio senza conquistarlo a forza: non urla, non divora le inquadrature, non si impone. Semplicemente c’è, e la scena gli appartiene. Ed è stato proprio lui a modificare il personaggio: Sergio non come complice di violenza ma come guida silenziosa di famiglie migranti attraverso il pericolo, un moderno conduttore di ferrovia sotterranea, un uomo che sceglie la compassione ogni volta che il copione suggerirebbe lo sparo.

Anderson gli ha creduto al punto da sospendere la produzione per mesi, aspettando che si liberasse da altri impegni. Il risultato è il personaggio più riuscito del film: un sensei autentico, maestro di calma e respiro in mezzo al caos, che incarna quella filosofia del lasciar scorrere che Del Toro sembra aver fatto propria anche nella vita reale. Sessant’anni portati come un mantello leggero, e ancora capace di rubare ogni scena in cui appare senza sembrare di volerlo fare.

Una battaglia dopo l’altra, i personaggi femminili

Sul fronte femminile, il film si riscatta parzialmente. Regina Hall attraversa il suo personaggio Deandra, vecchia compagna di lotte di Bob, con un’agilità notevole, con una recitazione mai forzata. Ma è Teyana Taylor a sorprendere davvero. Nei panni di Perfidia, ex compagna di Bob e madre di Willa, porta sullo schermo una femminilità insieme combattiva e vulnerabile che in più di un momento diventa la coscienza morale del racconto. Peccato che Anderson non abbia il coraggio di spingersi fino in fondo neanche qui. Perfidia è un personaggio costruito sull’intreccio tra eros e rivoluzione, corpo e ideologia come facce della stessa moneta, un’idea potente, con una storia cinematografica nobilissima che va da Godard fino a Bertolucci.

Perfidia, un’occasione mancata

Ma anche in questo caso Una battaglia dopo l’altra si ferma a metà: la sessualizzazione del personaggio rimane a livello di suggestione fumettistica, abbastanza esplicita da essere notata, non abbastanza radicale da diventare discorso. Se Anderson avesse avuto il coraggio di portare quell’eccesso fino alle sue conseguenze naturali, fare del corpo di Perfidia un vero campo di battaglia ideologico, grottesco e straniante, avremmo parlato di un’altra cosa. Invece resta una provocazione a bassa intensità, esattamente come tutto il resto del film. È lei, nella prima parte soprattutto, a tenere il filo del discorso: centro morale e motore narrativo, capace di ribaltare la predominanza maschile con una naturalezza che nessuna delle star al maschile riesce del tutto a raggiungere. Ma anche il suo personaggio, alla fine, resta incompiuto. Come il film.

Una battaglia dopo l’altra, in sintesi

Purtroppo Una battaglia dopo l’altra non ti cattura mai completamente. Siedi in sala, segui la storia, riconosci il mestiere, e intanto una parte di te rimane distaccata, vigile, critica. Non è la noia. È qualcosa di più sottile e fastidioso: la sensazione di assistere a qualcosa che avrebbe potuto essere grandioso e si è accontentato di essere molto buono. Quando si accendono le luci non porti a casa nulla che non avessi già.

Non sei cambiato e questo, per un film con queste ambizioni e questi nomi, è il vero limite.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨