Enemy di Denis Villeneuve è un enigma che, a distanza di anni, lascia ancora dubbi. Tra paura dei legami e identità, la città diventa un incubo claustrofobico.
«Il caos è ordine non ancora decifrato.»
Questa la frase che apre Enemy (2013), uno dei film più contorti di Denis Villeneuve. Ispirato al romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, il film costruisce un universo in cui la realtà sembra tingersi dell’inconscio. E sebbene questa possa sembrare priva di senso, è solo un ordine che ancora non riusciamo a comprendere.
Enemy, la trama
Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore universitario che conduce una routine ripetitiva e grigia. Un giorno, mentre guarda un film, viene a conoscenza dell’esistenza di un uomo identico a lui: Anthony Claire, un attore che vive una vita d’impulsi e desideri. Seppure i due siano esteticamente due gocce d’acqua, lo stesso non si può dire per il loro carattere. I due, incontrandosi, entrano presto in conflitto, rivelando così una scissione interiore che sembra essersi materializzata nel mondo reale.
Città vuota, lo spazio come prigione
Uno degli aspetti più inquietanti di Enemy è la rappresentazione della città. Toronto appare come un luogo disabitato, privo di vita, quasi maligno. Le persone esistono ma rimangono sempre ai margini dell’inquadratura. Questo fa riflettere su quanto quello che lo spettatore vede sia più uno stato mentale di Adam che la realtà fenomenica. Per questo motivo l’uomo sembra essere l’unico abitante, intrappolato in quella dimensione, senza vie di fuga. È una tensione che varca i confini dell’inquadratura e si addentra nello spettatore, generando una sensazione di costante insicurezza.
Enemy, il doppio come frattura dell’identità
Villeneuve adotta uno stile surreale, complesso ed enigmatico, in cui, paradossalmente, sono l’ambiguità e il caos crescente a creare logica. Più la realtà è contaminata da eventi inspiegabili e apparentemente anormali, non congrui con il possibile, e più comprendiamo cosa vuole dirci il regista. Il doppio, così come nel romanzo di Saramago, non è altro che una crisi dell’identità. È una vita spaccata in due, in cui l’individuo coesiste in più versioni. Quella che brama, che si concede all’oscuro e al proibito (Anthony), e quella repressa, timorosa, che si accontenta (Adam).

L’enigma del ragno e spiegazione del finale
Il ragno è un simbolo ambivalente: tesse la tela con la quale costruisce e protegge, ma che diventa anche prigione. L’animale è una presenza costante, che cammina trai grattacieli di Toronto nella sua forma più monumentale e disturbante – quasi a cercare Adam. Non è altro che la sua ennesima proiezione mentale: è il senso di responsabilità a inseguirlo e a tormentarlo. ll ragno è una donna che cura ma al contempo richiede stabilità e presenza. E dunque, la sofferenza coincide con la possibilità di essere intrappolato in una vita. Quando la moglie appare sotto forma di ragno gigantesco, è uno slittamento percettivo: il femminile è minaccia nello sguardo del protagonista. Il vero orrore, però, non è la donna, ma sono l’appartenenza e la responsabilità.
Enemy, esistiamo in più versioni di noi
Enemy è un film che non si lascia comprendere facilmente, ed è per questo che insiste ed esiste nei pensieri dello spettatore anche dopo la visione. Ciò che colpisce è la materializzazione della condizione della mente, e di quanto spaventosamente ognuno di noi viva in un mondo completamente proprio. Villeneuve non ci parla d’altro che di questo: dell’inquietudine nascosta dell’uomo contemporaneo e di un mondo formato da miliardi di sguardi diversi.
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