Lavoreremo da grandi: il fallimento che ci somiglia
Lavoreremo da grandi: Albanese tutto in una notte, tra antieroi armati di sincerità tagliente e sano cinismo, supera l’uomo medio della commedia all’italiana.
Albanese oracolo o capace analizzatore della realtà? Il suo Cetto La Qualunque annunciava già anni fa la deriva che la politica italiana stava pericolosamente prendendo.
Ora, con questo sgangherato gruppo di personaggi che non sono affatto in cerca d’autore, dipinge un affresco italiano tutt’altro che edificante. Ma sdramaledettamente vero nel suo tono surreale.
La trama di Lavoreremo da grandi
Ambientato sulle rive del Lago d’Orta, Lavoreremo da grandi racconta la lunga, sgangherata notte di quattro uomini fondamentalmente falliti.
Si ritrovano infatti a barcamenarsi tra errori, alibi e sogni interrotti.
Toni (Niccolò Ferrero), appena uscito di prigione, viene festeggiato dal padre Umberto, (Antonio Albanese) compositore fallito e padre emotivamente irrisolto. Poi ci sono due amici: Beppe (Giuseppe Battiston), idraulico imbranato sempre sotto l’ombra della madre, e Gigi (Nicola Rignanese), eterno disoccupato con parrucche e trucchi ereditati da una zia.
Il giorno della scarcerazione di Toni si imbattono in un incidente con la loro auto. Spaventati, scappano, trascinando con sé risate ciniche, decisioni affrettate e un senso di fallimento collettivo che solo l’alba potrà svelare.
Il regista
Antonio Albanese è un attore, comico e autore tra i più originali del panorama italiano.
Torna dietro la macchina da presa con Lavoreremo da grandi dopo esperienze che spaziano dalla satira pura al cinema di introspezione. Conosciuto per la sua capacità di catturare contraddizioni umane, Albanese mette in scena una commedia “trasgressiva” nel senso più sottile. Non per irruenza, ma per la sua capacità di raccontare una mascolinità “teneramente ingenua” e i paradossi dell’amicizia e dell’esistenza quotidiana.
Quando il domani resta un’eco: perché Lavoreremo da grandi ti rimane dentro
Tutta la vicenda si snoda in una notte.
L’alcol è un altro protagonista chiave della vicenda. Onnipresente come concausa o come consolazione. Inoltre il bar è rifugio e specchio emotivo. Il barista-sciamano (un simpatico Bebo Storti) dispensa consigli (spesso non richiesti) e sputa sentenze (dal gusto dolce-amaro).
Tra i quattro personaggi c’è un legame che va dal mutuo soccorso alla cruda verità. E stavolta l’alcol non c’entra: Beppe già dall’inizio spara a zero sulla musica di Umberto. Che però a un certo punto si lamenta dell’omertà degli amici riguardo le sue vicende sentimentali. “Dov’eravate prima?” grida insofferente all’ennesima critica riguardo le sue scelte matrimoniali.
L’intesa e la solidarietà che li lega esce in molte metafore. Simbologie nautiche supportate dal lago (siamo tutti nella stessa barca) all’immagine finale con le parrucche (alla fine siamo tutti uguali o abbiamo tutti quel sogno di essere una zia ironica che non solo mantiene il nipote ma è capace di tirargli un bieco tiro mancino lasciandogli una vendicativa eredità).

Umberto e gli altri sono uomini vili e meschini, che non cercano riscatto. Non sono ipocriti, sono ben consapevoli degli innumerevoli errori commessi. Ma non cercano giustificazioni e neanche un lieto fine. Vogliono tirare avanti, senza infamia e senza lode. Anche se questo vuol dire scappare.
In un continuo procrastinare le scelte importanti e le responsabilità.
Il lavoro che non nobilita l’uomo
Gigi ha evitato il più possibile il lavoro, perché lo riteneva degradante. Ma ora che la zia è morta gli toccherà, forse, cambiare rotta.
Toni ha vissuto d’espedienti truffando lo Stato. Umberto insiste con la musica contemporanea di cui è tanto entusiasta ma che non incontra il gusto degli altri e del pubblico. Il suo personaggio si contrappone al fidanzato della figlia, il rapper Mario Mario vestito come “una confezione regalo”.
Ma il film non vuole essere critica sociale, né portare risposte o epifanie. E meno male. Perché è un semplice e onesto ritratto di vite spesso lasciate indietro e che non vengono rappresentate. Forse perché apparentemente non comunicano nulla. Invece hanno tanto da dire. Un silenzio da gridare che se ci si mettesse in ascolto si saprebbe accogliere.
Prova ne è il fatto che, sebbene rappresentino le emozioni e gli istinti più negativi che albergano in ognuno di noi, si finisce per parteggiare con loro. Con la loro ricerca di sopravvivenza, per la loro meschina fuga dalle responsabilità. Anche e soprattutto di fronte al rischio di un’accusa di omicidio, soccorso stradale, occultamento di prove e tutto quello che gli succede in questa rocambolesca notte.
Le donne di Lavoreremo da grandi, lavorano già oggi
La commedia è al maschile. E come vengono rappresentate le donne in tutto questo?
Che siano ingombranti come la madre di Beppe, di ferro come la vigilessa Sabrina, traditrici e meschine come le ex-mogli di Umberto, le donne sono le uniche che hanno preso la vita in mano.
Hanno campato nipoti, sono rinate dopo un matrimonio fallito, hanno manipolato gli uomini, nominandoli anche. Guidano ronde notturne e mantengono l’ordine pubblico e vivono la loro sessualità liberamente, facendone un lavoro o un sex toy.
Distribuzione e sale
Distribuito da PiperFilm, Lavoreremo da grandi è nelle sale cinematografiche italiane dal 5 febbraio 2026 ed è stato presentato in anteprima il 4 febbraio al Cinema Teatro Sociale di Omegna.
Una commedia che non ti promette rinascite epiche, ma ti lascia con l’alba che sorge dentro, fragile e sincera.