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Fascisti su Marte, la recensione
Verso lo spazio ed oltre: Fascisti su Marte, il film comico di Corrado Guzzanti, uscito oramai quasi dieci anni fa ma risulta essere più attuale oggi di prima.
Nel 2006, Corrado Guzzanti prova a valcare il confine tra televisione e cinema e decide di adattare gli sketch proposti nel programma televisivo Il caso Scafroglia, prima in un mediometraggio e poi in un lungometraggio. Così che nasce Fascisti su Marte.
Scritto da Guzzanti e girato in coppia con Igor Skofic – già suo collaboratore televisivo – il film viene presentato in anteprima a Roma alla prima edizione della Festa del cinema di Roma, sotto forma di falso documentario parodisitco, come una serie di cinegiornali dell’Istituto Luce del ventennio fascista, miracolosamente salvati dalla alla censura della vittoriosa storiografia marxista.
Fascisti su Marte
Siamo nell’anno 1939. Un manipolo di fascisti, in onore del loro duce Benito Mussolini e dell’Italia, partono alla conquista del bolscevico pianeta rosso Marte, per portare la gloria fascista più in alto possibile. A capo di questa squadraccia di camice nere, c’è il gerarca Gaetano Maria Barbagli – lo stesso Corrado Guzzanti – il quale solca il terreno marziano insieme a quattro suoi sottoposti, interpretati da Lillo, Marco Marzocca, Andrea Blarzino ed il compianto Andrea Purgatori.
Il gruppo avanza, ostacolati da amazzoni aliene e da presagi di ammutinamento, mentre dei temibili marziani partigiani chiamati mimimmi tentano di abbatterli. Le vicende del film sono scandite dalla voce narrante di Guzzanti, tanto asfissiante quanto divertente, e da una messa in scena che ripropone l’idea di base di un cinegiornale tipo, con scadenti effetti speciali e musiche di repertorio, curante sempre da Guzzanti e dal maestro Nicola Piovani.

Non si crede mai quel che si crede
La pellicola, oltre a presentare uno dei plot twist più comici che si siano mai visti, si fa gioca non solo del fascismo del ventennio e di quello successivo di sua ispirazione, ma è figlia dei tempi stessi in cui essa vive, con innumerevoli riferimenti a Silvio Berlusconi ed alla società di allora, che non sembra essere cambiata troppo fino ad oggi.
Non solo questo, ma l’incredibile sceneggiatura di Guzzanti apre spunti che convergono su temi fondamentali quali la famiglia, l’immigrazione, l’eredità storica e ancora di più sull’apprenza e sulla credenza. Si dice credi a niente di ciò che ti dicono e a metà di quello che vedi, ma il film si apre proprio con una citazione – su questo – del poeta Franco Fortini che dice che non si crede mai quel che si crede.
Italiani!
Ovviamente il film risente della sua natura televisiva, nella sua ripetitività ma soprattutto nella sua piattezza in quanto a messa in scena, ma forse Guzzanti voleva proprio arrivare ad un tipo specifico di pubblico, un tipo di pubblico televisivo. O forse no. Nella sua deliranza e nella sua follia, è geniale ed assai intelligente, rimanendo sempre lucido, composto, esattamente come le rappresentazioni più moderne del fascismo.
Proprio in un periodo in cui il nome di Elon Musk e della sua SpaceX calca le bocche di tutti. Proprio in un periodo in cui si è tornati a leggere e sentire incessantemente la parola fascismo, che sia in televisione – la serie M. Il figlio del secolo – che sia in letteratura o che sia in politica, in ogni caso, il film sembra essere vecchio ma rimane perfettamente corrente. Anche nel 2025. E questa, non è una cosa buona.
